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Margherita Moro

About Margherita Moro

Laureata precedentemente in Gestione e Conservazione dei Beni e delle attività culturali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, sto per conseguire una laurea magistrale in Arti Visive presso l’Università IUAV di Venezia.
    Muevete Muevete Barena

    Muevete Muevete Barena

    Muevete Muevete Barena è un progetto che nasce all’interno del collettivo Barena Bianca, composto dagli artisti Pietro Consolandi e Fabio Cavallari,  in collaborazione con l’associazione We Are Here Venice fondata dalla scienziata Jane da Mosto. Il 23 ottobre ha avuto luogo a Venezia una parata, iniziata alle porte della V-A-C Foundation a Zattere e conclusa in Campo Santo Stefano, che ha coinvolto i bambini della Scuola Elementare Canal di Venezia e li ha visti impegnati nel trasportare uno striscione lungo trenta metri – più di un vaporetto – sopra le loro teste. L’intera manifestazione ha avuto lo scopo di sensibilizzare il pubblico sulle tematiche del cambiamento del paesaggio lagunare. Ho avuto l’opportunità di intervistare gli artisti e la fondatrice dell’associazione per vedere e analizzare quelli che sono stati i processi che hanno portato alla realizzazione di questo evento.

    Come nasce We are Here Venice?

    Jane da Mosto: Sono una scienziata ambientale che si è trasferita a Venezia per amore. Lavorando nell’ambito scientifico mi sono resa conto che con l’avanzare del tempo aumentavano le opportunità di relazionarsi con il contesto ecologico naturale. Più mi avvicinavo nella comprensione della fragilità dell’ecosistema di Venezia e meno vedevo che queste conoscenze, ben studiate a livello scientifico come l’importanza delle barene, venivano attuate dalle politiche veneziane. Erano questioni che avrebbero dovuto risolversi quarant’anni fa. Il Mose doveva essere pronto nel 2011 e ora non sappiamo neanche quando e se funzionerà mai. Con il passare del tempo incontravo delle frustrazioni all’interno dell’ambito lavorativo, frustrazioni che si concentravano sul non vedere la conoscenza applicata ai problemi più difficili di questa città. Per chiarire cos’è We Are Here Venice basta il logo, che vede il sovrapporsi di due macchie che possiamo intendere come l’incontro tra acqua e terra o tra residenti e visitatori che si mescolano sullo stesso territorio.

    Il vostro collettivo Barena Bianca nasce quest’estate in occasione del workshop tenuto da Elena Mazzi dal titolo “paesaggi Mobili: imparare dall’acqua” e mi piacerebbe sapere se la parata con i bambini nasceva già all’interno del workshop o l’idea si è sviluppata in corso d’opera?

    Barena Bianca: volevamo già fare qualcosa insieme e abbiamo pensato di sfruttare l’occasione del workshop estivo per sviluppare qualche idea. L’intero progetto è cresciuto grazie al dialogo con altre persone, come Elena Mazzi e gli Impresari o l’aiuto ricevuto dal dipartimento moda IUAV per la lavorazione del tessuto. La parata in realtà è nata quando abbiamo parlato con Jane perché inizialmente avevamo pensato semplicemente a delle performance nello spazio pubblico di Venezia. Abbiamo scelto la barena non solo per il tema del workshop, che si estendeva a tutto l’ecosistema lagunare, ma come emblema di resistenza a un cambiamento forzato e poco salutare per la città. La riflessione parte dagli anni venti del secolo scorso e arriva fino ad oggi; cent’anni in cui tanto la popolazione veneziana quanto la superficie delle barene sono diminuite di due terzi. Ci piace non solo l’estetica e la particolarità dell’elemento, ma anche e soprattutto il significato intrinseco. Prima ci siamo concentrati sul tema senza avere ben precisa la forma. Desideravamo evidenziare la connessione tra il tema lagunare e la realtà storica di Venezia.

    Cosa rappresenta con esattezza il pattern che avete usato?

    BB: Il pattern è sostanzialmente un’immagine aerea delle barene di Campalto che abbiamo perlustrato durante il workshop, prima camminando e poi in kayak. Dalle foto aeree abbiamo vettorializzato immagini e sagome delle barene per poi effettuare una campionatura dei colori. Il pattern è rimasto invariato dal primo al secondo progetto mentre ciò che è mutato sono stati i colori che per la parata non volevamo risultassero così mimetici e militari. Sono stati tolti alcuni colori e ne sono rimasti solamente quattro che andavano a ripetersi e che potevano risultare più accesi anche per dare un effetto anti-mimetico e giocoso in contrapposizione alle tonalità urbane della città.

    Qual è stato il punto di contatto tra We Are Here Venice e il collettivo Barena Bianca?

    JdM: Ad avere un ruolo importante insieme a Elena Mazzi è stata Hellen Cammock, vincitrice del Max Mara Prize di quest’anno. Io mi ero focalizzata sull’idea dell’incursione e durante una conversazione nella sede di We are Here Venice Hellen ha suggerito una dimensione più dolce che potesse racchiudersi nella concezione della parata come visione finale. Sono consapevole di dover essere molto rispettosa nei confronti degli artisti con cui collaboro anche se possiedo la mia visione di come riuscire a salvaguardare il territorio veneziano.
    BB: Lavorare con Jane è stato naturale soprattutto perché i principi e gli obiettivi dell’associazione sono in perfetta sintonia con le nostre idee. Il suo ruolo è stato quello di una struttura di supporto fondamentale: questo progetto, pur nella sua semplicità, necessitava di una produzione specifica, come ad esempio il posizionamento di alcune camere all’interno delle Gallerie dell’Accademia, di Palazzo Franchetti e dell’Istituto Veneto. Avere questo genere di supporto ci ha permesso di amplificare le idee che avevamo appena iniziato a sviluppare.

    Com’è stato lavorare con i bambini?

    BB: Avevamo poca esperienza nel lavorare con i bambini quindi c’era una dose di paura e curiosità. Non eravamo ben consapevoli di come avrebbero potuto reagire a questa tipologia di lavoro. Con i bambini, piuttosto che con gli adulti, è stato interessante osservare il loro atteggiamento o come percepissero ciò che gli proponevamo. Da questo punto di vista ci siamo anche un po’ adattati, cercando di modificare leggermente quello che dovevamo fare. Avevamo una struttura programmata ma molte cose sono state improvvisate sul momento per poter rispondere alle loro necessità: la parata è per sua natura un gioco, è stato quindi fondamentale scrivere le regole insieme ai bimbi, senza fossilizzarci sulle nostre idee iniziali.

    Quale sarà il futuro di Venezia?

    Jane: Credo che il futuro di Venezia sarà quello che noi vogliamo che sia e che i problemi di questa città non sono insormontabili come molti credono. Per il futuro di Venezia basta fare delle scelte diverse, si tratta di decisioni che sono alla portata di mano, e sono convinta che ci sia la possibilità di salvare la città insieme ai suoi cittadini. A questo vorrei aggiungere che We are here Venice ha totalmente finanziato il progetto proposto dal collettivo Barena Bianca e lo abbiamo fatto usando dei fondi che riceviamo ogni anno. Per noi è molto importante collaborare con artisti e questo evento era fondamentale per poter rendere più partecipe la quota più giovane di Venezia nelle scelte che determineranno il loro futuro.

    Foto di Francesca Della Seta ©

    Foto di Alessio Graldi ©

    L’elemento scientifico come immagine visiva: l’ultima Utopia di Roberto Rossellini

    L’elemento scientifico come immagine visiva: l’ultima Utopia di Roberto Rossellini

    La De Menil Collection, museo progettato dall’architetto Renzo Piano negli anni ’80 e situato a Houston in Texas, insieme agli archivi della Rotkho Chapel[i] si sono occupati di raccogliere e conservare buona parte del materiale a cui il regista Roberto Rossellini, padre del neo realismo italiano insieme a Vittorio De Sica, si dedicò negli ultimi anni della sua carriera. Gli Stati Uniti di fine anni ’60 per Rossellini rappresentava un’occasione imperdibile per poter lavorare su ciò che amava di più in assoluto: la conoscenza. Dobbiamo pensare che in quegli anni, Houston, insieme alla Rice University, stava muovendo i passi verso alcune delle scoperte scientifiche che avrebbero cambiato il corso della storia; come la NASA che nel’69 effettuò il primo sbarco sulla luna o l’invenzione di alcuni supporti che avrebbero decisamente incrementato lo sviluppo in ambito medico. Per un amante della scienza questa città, in quel preciso momento storico, aveva il fascino che possono avere le luci ed i suoni di un parco giochi per un bambino. La storia che vorrei raccontare nasce e si sviluppa da questa sensazione, da quell’emozione irrefrenabile che muoveva anima e corpo di un regista che desiderava poter condividere con il mondo intero tutto ciò che imparava grazie alle sue ricerche e ai suoi interessi. Il padre del neo realismo desiderava poter ridare alla televisione il suo compito primario: dare la possibilità, a chiunque volesse usufruirne, di poter apprendere nozioni e fatti; concedere alle persone di poter accedere a quella libertà data dal sapere. Conoscere, apprendere, imparare sono elementi che possono contribuire alla libertà mentale e personale di un singolo soggetto e Roberto Rossellini desiderava poter rendere accessibile a chiunque questa libertà. Un pensiero romantico e che si distaccava molto dall’approccio di altri registi dell’epoca che invece rivedevano nel cinema e nella televisione delle semplici macchine per il profitto di un capitale.
    Questo desiderio rappresenta il filo rosso di un progetto, di un’idea, di un documentario, che purtroppo Rossellini non potrà mai vedere finito a causa della sua scomparsa prematura.

    Non tutti forse sono a conoscenza del fatto che Rosselini, prima di essere stato il grande regista di “Roma città aperta”, di “Germania anno zero” o di “Paisà”, film che hanno permesso all’Italia di riscattarsi agli occhi del mondo dopo la seconda guerra mondiale, ha mosso i suoi primi passi attraverso il documentario e nello specifico cercando di indagare delle dinamiche scientifiche, come ad esempio la vita e l’ecosistema marino con lavori come “Fantasia sottomarina” o “Il ruscello di Ripasottile”. Infatti, dopo aver avuto l’occasione di studiare il lavoro prodotto a Houston, è stato interessante notare come sotto alcuni aspetti ci sia stato una sorta di ritorno ai suoi primi passi, come se a conclusione di una carriera avesse sentito il bisogno di rianalizzare l’approccio che aveva iniziato ad usare da giovane. Ecco quindi che il documentario girato su suolo statunitense, grazie all’appoggio e al finanziamento della famiglia De Menil[ii], porta un titolo semplice, immediato ma che rende chiaro il volere del regista. “Scienza” questo il titolo del documentario girato nelle mura della Rice University tra il 1971 e il 1975. Tale documentario voleva essere una raccolta di quasi dieci ore per la televisione. Erano dieci ore nelle quali Rossellini vestendo dei panni umili e curiosi, intervistava qualunque scienziato o medico gli capitasse a tiro. Voleva conoscere tutto, voleva cercare di imparare il più possibile e voleva rendere accessibile un mondo che per molti è di difficile comprensione. Quello della scienza è un ambito che non per tutti è di immediata assimilazione, per questo motivo il regista sceglie un approccio che ai giorni nostri è probabilmente banale e ben assimilato, ma contestualizzato all’epoca in cui venne girato il documentario ci risulta chiara l’innovazione stilistica. Intervistare, sfruttare l’intervista come mezzo di comunicazione. Un discorso tra due persone che attraverso domande semplici e risposte chiare riescono a rendere meccanismi complicati e delicati, del tutto accessibili a chiunque voglia apprenderne le dinamiche interne. Ad avvalorare il discorso, ed è qui che risiede un’altra grande azione del regista, è presente la macchina che lo scienziato o il medico in questione usavano per la loro ricerca. “Illustrare un concetto, un processo o un’idea attraverso una macchina che lo rende reale, è un elemento quasi fondamentale, che aiuta la comprensione di molti meccanismi che senza queste dimostrazioni palesi sarebbero di più difficile apprendimento[iii]. Associare la parola all’oggetto materiale, aiutare lo spettatore a seguire il flusso delle parole con l’aiuto dell’immagine. Questo collegamento tra immagini e parole, tra oggetto e concetto, rende questo documentario un’opera di rara bellezza, un’opera che connette elementi distanti ma che per una strana magia alla fine sembrano così vicini tra loro rendendo questo lavoro ancora attuale e intrinseco di elementi fondamentali per la storia del documentario italiano. Rossellini mosse questi passi attraverso, e grazie, ad un’intuizione che lo portò a prendere coscienza del fatto che l’analisi filosofica ed umanistica del dato scientifico rappresenta un elemento fondamentale, in quanto senza di essa il dato tecnico rischia di rimanere fine a se stesso.
    Per Rossellini la televisione doveva rappresentare per il pubblico ciò che un microscopio rappresentava per uno scienziato.

    [i] Cappella aconfessionale situata a Houston, Texas, fondata da John e Dominique De Menil. Non funge solo da cappella ma rappresenta anche un’importante opera d’arte moderna nella quale sono esposte le opere dell’artista Rothko

    [ii] Famiglia francese trapiantata a Houston hanno contribuito alla costruzione di alcuni dei poli inerenti l’arte più importanti della città. Rappresentano una delle famiglie più importanti per quanto riguarda il collezionismo nel ‘900.

    [iii] Tesi di laurea triennale “L’esperienza didattica di Roberto Rossellini negli Stati Uniti (1969-1975). Il lavoro di Roberto Rossellini al Media Center di Rice University (Houston, Texas, USA) straordinaria utopia di rendere accessibile a chiunque il mondo della conoscenza”, Margherita Moro, 2015