Author Archive for: Giulia Vitali

Giulia Vitali

About Giulia Vitali

Laureata in Storia e tutela dei Beni artistici e musicali dell’Università di Padova. Per me scrivere articoli significa trasmettere in pillole la mia passione per l’arte contemporanea e approfondire temi che mi incuriosiscono, perché non si smette mai di imparare.
    L’esperienza museale ai tempi dei social

    L’esperienza museale ai tempi dei social

    Turismo culturale: “movimento di persone generato da interessi culturali”, definizione del World Tourism Organization. Lessico del XXI secolo. Fenomeno in crescita negli ultimi anni in molte realtà dell’Europa mediterranea.
    All’interno di questo fenomeno i Musei, istituzioni al servizio della società e del suo sviluppo nella definizione dell’ICOM, guadagnano molti più ingressi, un alto numero di visitatori e, in alcuni casi, fama internazionale – ma non è oro tutto quel che luccica. Che cosa spinge davvero le masse a partecipare a questo tipo di turismo, per conoscere i musei e le opere ivi contenute? Dal punto di vista spaziale i musei sono luoghi in cui sono contenute le opere: luoghi di esposizione pubblica, luoghi di conservazione e valutazione delle opere, ma anche luoghi di cristallizzazione e inevitabile decontestualizzazione. In quanto tali, sono spazi all’interno dei quali il visitatore si muove e comunica. Lucian Lefebvre affermava l’esistenza di tre tipi di spazio museale: la rappresentazione dello spazio, lo spazio vissuto e lo spazio praticato. Secondo questa logica il museo deve essere un contenitore che viene vissuto dalla società e, in quanto tale, deve valorizzare il proprio contenuto che viene praticato – e dunque percepito – dal pubblico. Allora il lavoro non è solo quello della museografia, della museologia e della curatoria, ma anche il singolo visitatore gioca un ruolo fondamentale: quello stesso individuo che partecipa al turismo culturale, con consapevolezza a volte opinabile.
    Si tratta di comprendere, più profondamente, come viene vissuto e osservato lo spazio museale, come vengono praticate le opere e in che modo il visitatore si impossessa di esse; la maggior parte delle persone che visitano un museo, al giorno d’oggi, non lo vedono attraverso i loro stessi occhi. Il pubblico si appropria dello spazio guardando attraverso una lente, che sia di un telefono o di una fotocamera. Se poi consideriamo il museo internazionale che attira le grandi masse, soprattutto del turismo culturale, grazie alla sua fama, possiamo affermare che le stesse non possono analizzare intellettualmente il museo, perché sono costantemente disturbate dalla folla e dal rumore.

    L’esperienza museale non ha più lo stesso valore culturale e di apprendimento che aveva in passato e il fenomeno del turismo culturale presenta molti spunti di riflessione a riguardo. Perché le persone vogliono visitare un museo? Per il piacere intellettuale o per essere socialmente riconosciuti come interessati alla cultura? Per postare un’immagine su Instagram? Ovviamente non bisogna fare di un’erba un fascio, ma è certamente da ricordare che l’esperienza museale ha da sempre uno status sociale e un valore molto forti. Allora il museo di oggi si trova di fronte ad ulteriori sfide: assecondare il pubblico che brama uno spazio instagrammabile e allo stesso tempo veicolare contenuti che, riprendendo la già citata definizione dell’ICOM, contribuiscano allo sviluppo della società.  Queste sfide sono spesso aiutate dalla tecnologia, che permette un ulteriore spazio di fruizione del museo quello nel web. Oggi i musei si raccontano o vengono raccontati attraverso campagne social, come la recente “L’arte ti somiglia” del MiBAC; d’altra parte gli stessi visitatori possono raccontare la propria esperienza, consapevole o meno, grazie ai medesimi strumenti.

    Tuttavia, per quanto i social possano aiutare a conoscere il museo, c’è una forte necessità di una presa di coscienza da parte dello stesso, che permetta al museo di essere uno spazio per l’apprendimento e lo studio. Ma anche da parte del museo che deve essere intelligente nello spazio e giovane nei suoi strumenti di fruizione.

    L’Arte di Mario Carlo Iusi

    L’Arte di Mario Carlo Iusi

    Da dove nascono la tua Arte e la tua ispirazione? In quanto giovane artista, chi prendi come modello positivo e chi come modello negativo nel panorama artistico contemporaneo?

    Tutto nasce dalla redenzione e dall’esigenza di rendere la mia persona più simile possibile alla visione che avrei voluto dare di me a me stesso. Mi spiego meglio. Vengo da un piccolo paese della provincia di Frosinone, Alatri. Un bel posto in cui vivere, non uno dei migliori per esprimersi. Ho avuto una infanzia e un’adolescenza non delle migliori. Per ragioni di studio e per “volontà di espressione artistica” mi sono spostato a Roma. Luogo in cui vivo da circa quattro anni. Sin dall’inizio della mia “carriera artistica” ho cercato di portare avanti una ricerca personale che inerisse prettamente alla possibilità di parlare del mondo contemporaneo in modo velato. Cerco di indurre lo spettatore a ragionare: in genere, riceve un contenuto intellettivo che ha significato soggettivo. I personaggi ai quali mi sono ispirato sono tutte quelle persone che, con coraggio (ce ne vuole tanto), forza di volontà, passione, amore, certezza delle proprie capacità (non è solo egocentrismo, ma è anche consapevolezza) sono riuscite a realizzare i propri sogni, vincendo l’eterna battaglia contro il mondo. I modelli negativi sono coloro i quali giudicano senza sapere. Parlare di altre persone, artisti, magari anche famosi, in modo dispregiativo con motivazioni blande rispetto l’esecuzione di un’opera o cose simili è da persone mediocri. Comunque: cerco di camminare sul binario della positività, guardando, anche da vicino, la negatività del binario accanto.

    Sei un giovane artista ai tempi di Instagram. Credi che i social siano influenzino il tuo processo creativo? Perché?

    Penso sempre a cosa fare, non penso ci sia un momento della giornata in cui non penso al prossimo lavoro. Instagram è un media, simile alla televisione per certi versi. Nonna guarda “Il Segreto”, io guardo le storie di Tony Effe (io casuale). Un bombardamento visivo costante che ovviamente influenza la mia visone di alcune sottocategorie del mondo, o perlomeno mi dà modo di rifletterci su e di pensarle.

    E quanto invece credi che siano utili per divulgare e far conoscere l’Arte giovane?

    Sono utili nella misura in cui ci sia qualcosa di reale che supporti l’immagine postata, nel caso di un artista la cui attività principale è quella di produrre opere d’arte pittoriche. Instagram è un posto. Immagina un posto in cui vai davvero, il cinema, il bar sotto casa. In genere lì ci sono persone che fanno cose. Bene, su Instagram accade una cosa simile, in cui il tasso di virtualità, secondo me, non è nemmeno così alto rispetto a come oggettivamente si potrebbe pensare. L’opera d’arte diventa riproducibile quando viene fotografata, ma proprio in questo momento, quello in cui viene esplicata ad un pubblico virtuale, essa pecca di veridicità. Nel mio caso lo percepisco soprattutto nelle opere della serie “Interconnessioni”, le quali hanno bisogno di un pubblico attivo (esistente nella realtà) per vivere, per questo motivo spingo le persone che mi seguono a venire a vedere i lavori esposti dal vivo. È tutta un’altra cosa.

    Tempo fa, attraverso le tue Instagram Stories, dicevi che “Un artista per essere riconosciuto tale dalla collettività ha bisogno di persone che lo seguano, ovvero ha bisogno delle persone che lo supportino. E di sicuro tramite questo strumento è possibile supportare un artista ed è possibile farlo in diversi modi, perché fondamentalmente solo tramite il vostro supporto e l’organizzazione di mostre io posso esistere come artista, quindi ho bisogno di voi tanto quanto ho bisogno di fare mostre. Quindi oltre al tasto “segui” dovrebbe esistere il tasto “supporta” […]”. Quanto ti senti supportato attraverso i social? E quale pensi che sia l’equilibrio, se pensi che ce ne debba essere uno, tra vita artistica online e quella offline?

    Un artista così come un’opera d’arte per diventare tale ha bisogno del consenso del pubblico. Consenso = Attenzione. Fino a quando qualcosa non viene vista (sguardo), essa non esiste, se non per il produttore, l’artista, il quale partorisce un figlio che in alcuni casi appena viene messo al mondo ne rifiuta la maternità perché vuole esser figlio dell’umanità. È un discorso molto lungo e complesso che sto cercando, da tempo, di articolare in modo più semplice e meno complicato.

    In merito a ciò, pensi che i social possano influenzare l’affermazione di nuovi artisti? E che qualità dovrebbe avere un artista per emergere dalla massa virtuale?

    “Purtroppo sì”: mia nonna è molto brava a fare copertine con l’uncinetto, se qualcuno per lei organizzasse una campagna di marketing super, mia nonna poche ore dopo sarebbe un fenomeno virale, e se la squadra continuasse a lavorare, e magari un influencer qualsiasi notasse mia nonna e la condividesse sui propri profili social, in un anno forse, mia nonna, potrebbe trasferirsi a New York ed esporre in una delle più importanti gallerie al mondo. “sì”: dire qualcosa di interessante (dicendola nel modo giusto), avere un progetto da sviluppare (passo dopo passo, gradino dopo gradino), lavorare tanto (tanto), credere in se stessi (quanto basta), leggere (tantissimo) penso siano la conditio sine qua non di uno sviluppo concerto di una possibile carriera artistica.

    L'ARTISTA

    Mario Carlo Iusi è nato il 16/11/1995 ad Alatri. Vive a Roma e studia filosofia presso l’università La Sapienza.

    Il suo percorso ha inizio nel mondo della Street Art ed attualmente la sua ricerca artistica ha il fine di convertire delle semplici attività del quotidiano in modo formale, indagando le modalità attraverso le quali quest’ultime si concretizzano mediante diversi canali: la pittura, le installazioni e i video.

    INSTAGRAM: www.instagram.com/mariocarloiusi/

    Il Museo Botero di Bogotà, una tra le più importanti collezioni d’arte dell’America Latina

    Il Museo Botero di Bogotà, una tra le più importanti collezioni d’arte dell’America Latina

    Fernando Botero è conosciuto in tutto il mondo come pittore, scultore e disegnatore colombiano per le sue forme tonde e morbide. Iniziò a lavorare come artista alla precoce età di 16 anni, per il giornale “El Colombiano” della sua città natale, Medellin. Quattro anni dopo vinse un premio che gli permise di viaggiare per l’Europa, formandosi come artista: ed è proprio questo viaggio che sarà cruciale per lo sviluppo della sua arte, anche se Botero ha dichiarato di “non aver mai dipinto nulla di diverso dal mondo come lo conosceva a Medellín”.

    Attraverso le sale del Museo Botero di Bogotà si possono scoprire tutte le influenze artistiche che hanno contribuito a sviluppare il suo stile artistico. Nel 2000 l’artista ha donato 208 opere d’arte, 123 da lui eseguite e 85 della sua collezione di artisti internazionali, al Banco della Repubblica, che dal primo di novembre dello stesso anno ha aperto le porte al Museo Botero di Bogotà, capitale del paese.

    Sul lato orientale della casa è ubicata la collezione internazionale, 85 opere di altissima qualità che danno un quadro molto completo dell’evoluzione delle moderne di pittura e scultura, dal lavoro più antico, Gitane au Tambourin (1862) di Camille Corot, al più recente, il grande dipinto ad olio di Barceló (1998). Una collezione che riunisce artisti del calibro di Picasso, Léger, Renoir, Monet, Dalì, Giacometti, Beckmann, Freud, Calder e Bacon, e che permette al Museo Botero di essere collocato tra le cinque collezioni pubbliche d’arte internazionale più importante in America Latina. Grazie a questa collezione è evidente l’interesse di Botero per l’avanguardia francese, il Rinascimento italiano, la Scuola senese: fu proprio negli anni Cinquanta del secolo scorso che egli meditò profondamente su questi tipi di arte. Ma si evince anche il suo interesse per l’arte di Diego Velàzquez, alla cui arte si avvicinò dopo il suo soggiorno in Messico, nel quale si era trasferito perché in Colombia si sentiva incompreso. Pochi anni dopo, infatti, fu costretto a lasciare definitivamente il suo paese d’origine, in precarie condizioni economiche, in seguito alla contestazione della sua nomina alla Biennale colombiana. Fu però a partire dagli anni Sessanta che iniziò a sviluppare il suo stile plastico, ben evidente nel museo, e ad essere internazionalmente riconosciuto come artista.

    Sul lato occidentale, infatti, sono esposte le 123 opere del maestro Botero stesso tra cui dipinti, disegni e sculture. Questi pezzi evidenziano i tratti caratteristici del lavoro dell’artista, la sua straordinaria padronanza della tecnica, la coerenza della sua visione, la creatività, la sensualità, la gestione dei volumi, il gusto per il dettaglio inaspettato e quella combinazione di ironia e rispetto che ha segnato il suo trattamento dei temi colombiani o le sue allusioni alla pittura universale. Questi pezzi consentono di godere il linguaggio e lo stile che hanno caratterizzato il pittore nella sua maturità.

    Botero dichiarò in un’intervista per Exibart che “nell’arte il segreto per crescere è confrontarsi. Un’esposizione in un museo è una opportunità per confrontare un’opera con un’altra che è sempre la migliore lezione di pittura. Occorrono occhi freschi, liberi da ogni pregiudizio. Fortunatamente l’arte ha una grande dote, quella di essere inesauribile. È un processo senza fine, nel quale non si smette mai di imparare” ed è proprio per questo che l’artista, ancora oggi, continua a donare molte delle sue opere a città di tutto il mondo.

    La Biennale di Venezia in 5 padiglioni

    La Biennale di Venezia in 5 padiglioni

    Sabato 26 maggio 2018 è stata inaugurata la sedicesima Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, il cui interessante tema è Freespace: le curatrici Yvonne Farrell e Shelley McNamara raccontano che per loro lo spazio è pieno di opportunità, uno “spazio democratico, non programmato o libero per utilizzi non ancora definiti”, ma anche come area di analisi sulle “opportunità di enfatizzare i doni gratuiti della natura, come la luce e tutte le risorse naturali”. Così la Biennale di quest’anno presenta al pubblico nazionale e internazionale un ampissimo numero di opere che valorizzano le qualità essenziali dell’architettura, dalla modulazione alla materialità, raccontando la bellezza e le potenzialità di quest’arte: spazio qualitativamente ricco, libero e gratuito.
    I partecipanti di questa edizione sono 71, a cui sono stati affiancati quelli raccolti in due “sezioni speciali”, Close Encounter, meetings with remarkable projects e The Practice of Teaching.

    “Quando abbiamo scritto il Manifesto, volevamo che contenesse soprattutto la parola spazio. Volevamo scovare anche nuovi modi di utilizzare le parole di ogni giorno, che potessero in qualche modo portarci tutti a ripensare il contributo aggiuntivo che noi, come professionisti, possiamo fornire all’umanità. Per noi l’architettura è traduzione di necessità.”

    Ecco dunque i 5 padiglioni della Biennale di Architettura 2018 che abbiamo amato, e che potrebbero incuriosire anche voi.

    1. FRANCIA: Infinite Places Building or Making Places?

    La mostra si sofferma sulle esperienze di riappropriazione di “luoghi infiniti”, per tentare di ridurre il divario tra la società e l’architettura: i curatori Encore Heureux, Nicola Delon, Julien Choppin e Sèbastien Eymard chiamano quindi il pubblico a partecipare, pensando al proprio luogo infinito, quali fabbriche, magazzini abbandonati, uffici dismessi, mentre analizza i nuovi e innovativi destini presentati dalle opere.

    2. IRLANDA: Free Market

    Questo è il paese di provenienza delle curatrici della Biennale di Architettura di quest’anno e si concentra sullo studio e sull’analisi dei cambiamenti che hanno subìto gli spazi commerciali del paese. I curatori Laurence Lord, Ola Murphy, Jeffrey Bolhuis, Jo Anne Butler, Tara Kennedy e Miriam Delaney propongono ai visitatori una nuova chiave di lettura di questi spazi, che possa rinvigorirli e valorizzarli come luoghi di aggregazione.

    3. OLANDA: Work, Body, Leisure

    Paese che ci ha stupito. In quest’esposizione la tecnologia scende nel campo dell’architettura, ma trattando soprattutto le configurazioni spaziali, le condizioni di vita e le nozioni del corpo umano generate dai cambiamenti dirompenti nell’etica e nelle condizioni del lavoro. Un padiglione tutto da scoprire.

    4. PAESI NORDICI: Another Generosity

    L’esposizione dei Paesi Nordici pone numerose domande al pubblico, relative all’amalgamarsi di architettura e mondo naturale: la contemporaneità plasma il mondo, ma in che modo? L’esposizione si interroga su come l’architettura possa favorire la creazione di un mondo in grado di sostenerne la coesistenza.

    5. SPAGNA: Becoming

    Altro padiglione che indaga la relazione tra tecnologia e architettura, ma in una chiave totalmente diversa: il progetto è infatti destinato a vivere sia nella dimensione fisica che in quella virtuale, ovvero quella di un sito web.

    La Biennale di Architettura sarà aperta fino al 25 novembre 2018 ai Giardini, all’Arsenale e in numerose altre location veneziane.

    Per info e maggiori informazioni: http://www.labiennale.org/it/architettura/2018

    Gli 8 motivi per cui amiamo la Fondazione Sandretto Re Reabaudengo

    Gli 8 motivi per cui amiamo la Fondazione Sandretto Re Reabaudengo

    Perché amiamo la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo? Ecco 8 motivi per cui la ammiriamo e, perché no, che ci spingono ad adottarla come modello.

    1. È GIOVANE

    La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo è giovane, anzi, giovanissima. In tutti i sensi. Nata sotto il segno dei Millenials, è ambiziosa, tecnologica e innovativa, forse anche un po’ audace (e ci piace!). Torino le ha dato i natali nel 1995 all’interno di un piano di recupero di strutture industriali, tanto che è sorta sulle ceneri della Fergat, ma, sorpresa, ha anche una seconda sede a Guarene d’Alba. Inoltre è tra le prime fondazioni private aperte in Italia, che prende avvio da una collezione di arte contemporanea. Ma è giovane anche per la sua capacità di sostenere i giovani (non solo artisti!). Infatti è attivo “Campo”, un corso per giovani curatori, che è anche residenza di viaggio. Non ci credi? Parola di lupetto. Ed è avviato anche un programma di Residenza per Giovani Curatori Stranieri.

    2. È FEMMINA

    Patrizia Sandretto Re Rebaudengo ne è la Fondatrice e la Presidente. Membro dell’International Council e del Friends of Contemporary Drawing del MoMA di New York, dell’International Council della Tate Gallery di Londra, del Leadership Council del New Museum di New York, dell’Advisory Committee for Modern and Contemporary Art del Philadelphia Museum of Art e del Consiglio Culturale del Magazine Cartier Art, ha dedicato la maggior parte della sua vita all’Arte. Ma non solo. Ha ricevuto numerosi premi quali il “Montblanc Arts Patronage” Award (2003), il Premio “Marisa Bellisario” (2005), il Premio “Donna” conferito dall’Associazione Donne nel Turismo (2005); riconoscimenti come quelli di Ufficiale della Repubblica (2005) e di “Cultore dell’Architettura” conferito dal Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Torino (2007); e il titolo di “Chevalier del ’ordre des Arts et des Lettres” conferito dalla Repubblica Francese (2009)! Insomma, donna in carriera, moglie, madre, collezionista: Patrizia Sandretto Re Rebaudengo ci sveli il suo segreto.
    Ma la Fondazione è femmina anche per il suo Premio StellaRe, tutto dedicato alle donne che hanno contribuito a tracciare nuovi sentieri, specialmente nell’ambito della società contemporanea. Per assegnare il premio è nato il Circolo StellaRe, composto, tra le altre, dalla biologa Elizabeth Blackburn, dalla Signora della cultura veneziana Franca Coin, dalla Direttrice del corso di Laurea in Design della moda e Arti multimediali dell’Università Iuav Maria Luisa Frisa, ma anche da Fabiola Giannotti, Martina Mondadori, Anne-Marie de Weck.

    Donne, che state aspettando?

    Patrizia Sandretto Re Rebaudengo

    3. MA È ANCHE MASCHIO

    Francesco Bonami ne è direttore onorario. Proprio lui. Critico d’arte e curatore di fama internazionale, direttore della cinquantesima edizione della Biennale di Venezia (2003), direttore della collana Supercontemporanea di Electa e autore, tra gli altri, di “L’arte nel cesso”, “Lo potevo fare anch’io”, “Maurizio Cattelan: autobiografia non autorizzata”. Chi meglio di lui potrebbe essere il Direttore Artistico della FSRR?

    4. È CONTEMPORANEA

    Come abbiamo già visto la collezione della Fondazione è relativa all’Arte Contemporanea. Ma sono numerose anche le mostre temporanee che permettono il dialogo tra antico e contemporaneo e quelle che indagano una nuova creatività: le proposte non sono banali e scontate, in pieno Stile Sandretto. Sì, ma non è contemporanea solo nella collezione (la FSRR è sempre un passo avanti!). Infatti commissiona spesso nuove opere invitando gli artisti ad utilizzare la propria capacità per adattarla agli spazi espositivi, come nel caso della mostra organizzata in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia: furono invitati ben 20 artisti da tutto il mondo.

    5. È INTERNAZIONALE

    Abbiamo appena visto che il dialogo internazionale della Fondazione prende avvio proprio dal contatto con gli artisti, con i curatori e con personalità del mondo della cultura. Un bell’esempio di grandi capacità mescolate insieme, per un mix internazionale e esplosivo.

    FSRR, esterno

    6. È COLLABORATIVA

    La FSRR non solo cerca contatti in tutto il mondo ma tesse anche reti e collaborazioni con istituzioni locali, nazionali e internazionali. È attiva e sostiene il sistema dell’arte torinese, nel 2017, infatti, ha operato in sinergia con Artissima, principale fiera d’arte contemporanea dal carattere internazionale che prende luogo ogni anno a Torino. In ambito nazionale ha promosso, interloquendo con il MiBACT, l’istituzione del Comitato Fondazione per l’Arte Contemporanea. E, inarrestabile, ha pure co-fondato FACE (Foundation of Arts for a Contemporary Europe) nel 2008.
    Infine, esprime sempre il suo sostegno a eventi, pietre miliari del sistema dell’arte, come Documenta di Kassel e la più vicina Biennale di Venezia.

    7. È EDUCATIVA

    Ebbene, un occhio di riguardo è riservato ai più piccoli, ma anche a quei “grandi” che si sentono ancora giovani dentro. Ci piace lasciarci raccontare l’importanza dell’educazione artistica proprio da Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, che in un’intervista per La Stampa di Torino ha dichiarato: “Ma se devo dirle la verità la cosa che mi ripaga di più sono i 15 mila bambini che ogni anno vengono a contatto con l’arte grazie alla nostra fondazione. Le residenze per i curatori stranieri che girano l’Italia per conoscere i nostri artisti, le spiegazioni dei quadri al pubblico di non vedenti soltanto attraverso l’immaginazione”.

    8. È SOCIAL

    Silvio Salvo, un nome, una certezza. Ufficio stampa e Social Media Manager della FSRR, ha vinto il premio di Artribune come Best Social Media Manager 2017. E non a caso. La sua idea è quella di usare i social come informazione, caos e divertimento. E così il Maestro Yoda, vero Social Media Manager che usa la Forza per vedere il futuro, pubblica Pablo Escobar che ci aspetta davanti alla Fondazione, lo staff che fa la dub dance e gattini in visita alle mostre, perché sa già che saranno post di successo. E a noi piace che l’Arte Contemporanea comunichi con tutti gli ambiti della nostra vita, dalla televisione alla musica e piace a molti; @iodaioda intercetta i gusti di tutto il pubblico, non solo quello giovane o degli addetti ai lavori: e tu, sei già stato contagiato? Se no, cosa aspetti? Ah, e ricorda, #OccupySandretto.

    Visitare Napoli in 3 giorni

    Visitare Napoli in 3 giorni

    Capoluogo della regione Campania, Napoli è una delle metropolitane più popolose dell’Unione Europea, il terzo comune italiano per grandezza dopo Roma e Milano. Il suo centro storico racconta più di 2500 anni di storia che si sono stratificati in modo del tutto peculiare, tanto che nel 1995 è stato inserito nel “World Heritage List” dell’UNESCO. Ma come visitare la città in pochi giorni senza tralasciare (quasi) nulla?

    Ecco la nostra guida e i nostri consigli alla scoperta di Napoli città d’arte.

    Quando andare a Napoli?

    I periodi di bassa stagione sono quelli più confortevoli, grazie alla generale mancanza turisti. Inoltre il clima è sempre abbastanza mite, quindi non è da escludersi una visita nel periodo invernale, ad esempio nella seconda metà di gennaio. Molto sconsigliato è, invece, il mese di dicembre a causa dei turisti: i tempi di attesa per la visita dei luoghi d’interesse possono arrivare ad un paio d’ore.

    Dove alloggiare?

    Il Rione Sanità si trova in una posizione strategica per i turisti. Il centro storico è facilmente raggiungibile a piedi, come anche alcuni dei più importanti musei. Inoltre si trova vicino alla fermata “Museo” della metropolitana. Si consiglia “Borgo Vergini Garden B&B”.

    COME VISITARE NAPOLI IN 3 GIORNI?

    •  Giorno 1: Museo Madre, Cappella San Severo, centro storico

    Il Rione Sanità fu utilizzato già in epoca romana come luogo di sepoltura, ma la sua vicinanza a luoghi sacri e miracolosi portò alla realizzazione di numerose dimore. Edificato nel XVI secolo per accogliere importanti famiglie nobiliari, tra cui il Palazzo dello Spagnolo che è uno dei più prestigiosi esempi di architettura civile in stile barocco napoletano, oggi è un importante rione popolare, che – tra gli altri – ha dato i natali a Totò. Uscendo dal Rione si giunge al quartiere di San Lorenzo, passando per la Chiesa dei Santi Apostoli. Questo rione si trova proprio nella zona dell’antica agorà greca, nei pressi di quella che è oggi la Basilica di San Lorenzo Maggiore.

    Il Museo Madre (Museo d’Arte contemporanea Donnaregina) trae il proprio nome dal palazzo ottocentesco che lo ospita, il Palazzo Donnaregina, fondato dagli Svevi, ampliato con Carlo II d’Angiò e museo a partire dal 2005. La collezione, affiancata da numerose ed importanti mostre temporanee, presenta opere di Carl Andre, Giovanni Anselmo, Joseph Beuys, Jan Fabre, Gilbert & George, Emilio Isgrò, Urs Lüthi, Piero Manzoni, Shirin Neshat, Luigi Ontani, Michelangelo Pistoletto, Andy Warhol e altri ancora. Inoltre dalla terrazza, accessibile da secondo piano, si può ammirare un bellissimo panorama che si affaccia sul golfo di Napoli.

    Museo Madre, foto di: Amedeo Benestante©

    Dirigendosi verso il centro storico si passa per piazza Bellini, intitolata al musicista che studiò nel conservatorio della città, dove si può ammirare il decumano maggiore che fu, insieme al decumano inferiore e superiore, una delle strade principali dell’antico impianto greco; le mura della Neapolis greca furono scoperti in parte nel 1954 e successivamente nel 1984. La piazza è sempre stata uno dei luoghi di maggior ritrovo degli intellettuali della città, perché circondata da numerose sedi dell’Università e da palazzi monumentali del XVI e XVII secolo.
    Spostandosi verso il quartiere San Giuseppe, appartenente al centro storico, si passa per Piazza Luigi Miraglia, dove si trova il primo policlinico della città, sorto nel 1899 proprio in una delle aree del centro storico di maggior valore: vi si trovavano infatti ben due monasteri e due palazzi nobiliari, che furono abbattuti provocando la sdegnata opposizione di Benedetto Croce.

    Chiesa di San Pietro a Majella, molto vicina al Conservatorio che prende il suo nome, è una chiesa gotica che fu costruita alla fine del Duecento. Proseguendo la visita ci si dirige verso la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, così chiamata perché all’interno vi era custodita una pietra che procurava l’indulgenza, e la Cappella San Severo. L’edificio della prima sorse nel VI secolo come basilica paleocristiana, ma la chiesa fu eretta soltanto nella seconda metà del Seicento su progetto di Cosimo Fanzago: tuttavia la facciata restò incompiuta al secondo ordine. Durante il corso dell’Ottocento il complesso del convento fu adibito a caserma dei pompieri e durante la seconda guerra mondiale fu gravemente colpita dai bombardamenti, come il resto del centro storico napoletano. La Cappella San Severo, nota anche come Santa Maria della Pietà o Pietatella, fu fondata alla fine del Cinquecento da Giovan Francesco di Sangro, ma il progetto iconografico fu pensato e realizzato soltanto nel Settecento da Raimondo di Sangro. La Cappella nacque, quindi, come mausoleo nobiliare e tempio iniziatico. Al suo interno vi sono celebri capolavori come il Cristo velato (Giuseppe Sanmartino, 1753), il Disinganno (Francesco Quierolo, 1753-54) e le Macchine atomiche (Giuseppe Salerno, 1763-64).

    Giuseppe Sanmartino, "Cristo Velato" (1753), Cappella San Severo

    Per raggiungere Spaccanapoli si passa per il cortile ellittico di Palazzo Spinelli, di grande valore architettonico. Il decumano inferiore, comunemente conosciuto come Spaccanapoli perché divide nettamente la città antica tra nord e sud, divenne importante per i conventi degli ordini religiosi e per le abitazioni di uomini potenti e illustri che vi vissero. Da qui si possono infatti raggiungere la Piazza San Domenico Maggiore e l’omonima chiesa, la Basilica di Santa Chiara, che presenta ancora oggi le sue originarie forme gotiche, e la Pizza del Gesù Nuovo. Quest’ultima è oggi parte del patrimonio dell’umanità UNESCO, stupenda immagine di Napoli che simboleggiava il nostro Paese sul retro delle diecimila lire. Prende il suo nome dall’omonima chiesa di epoca rinascimentale di cui è visibile il bugnato a punta di diamante sulla facciata principale.

    Curiosa da visitare è via San Gregorio Armeno, conosciuta in tutto il mondo per la presenza di botteghe dove si realizzano pastori e presepi, durante tutto l’anno.

    Via San Gregorio Armeno
    • Giorno 2: Galleria Umberto I, Castel Nuovo, Piazza Plebiscito, Palazzo delle Arti Napoli

    Prendendo la Metro a Museo si scende a Toledo, la cui fermata è una delle più note e caratteristiche di Napoli. La via prende il nome dal Vicerè don Pedro de Toledo che la fece realizzare nel suo piano di risistemazione urbanistica e fu da sempre ricchissima di negozi. Da questa si può raggiungere la Galleria Umberto I, realizzata nella seconda metà dell’Ottocento, che fu ritrovo di numerosi intellettuali e personaggi dello spettacolo: nei sotterranei si trova il Salone Margherita, una sorta di “casa” del varietà napoletano, che fu il luogo di incontro di Eduardo Scarfoglio, Gabriele D’Annunzio e Matilde Serao. Non a caso, la zona pullula di palazzi quali Palazzo Barbaja (abitazione di Gioacchino Rossini), Palazzo Berio (di Luigi Vanvitelli), Palazzo Doria (residenza di Garibaldi) e molti altri. Nella via, durante la Settimana Santa, c’era la tradizione de “O struscio” del giovedì, che prevedeva che i credenti andassero a visitare i sepolcri, almeno tre e sempre di numero dispari, strusciandosi le spalle per la grande quantità di persone scese tra le strade.

    Galleria Umberto, foto di: ©Panorama

    Alla fine della via si trova Piazza Trento e Trieste, con il Teatro San Carlo, nato nel 1737 e che oggi è il più antico teatro d’opera d’Europa. Da qui si può facilmente raggiungere il Maschio Angioino o Castel Nuovo, la cui costruzione iniziò nel 1279 sotto il regno di Carlo I d’Angiò. Per la sua posizione strategica il nuovo castello rivestì le caratteristiche di una residenza reale, ma anche quelle di una fortezza, diversamente dagli altri due castelli della città, dell’Ovo e Capuano. Con gli Aragonesi l’edificio medievale fu trasformato in una fortezza di età moderna, più massiccia, molto simile alla struttura che si può visitare oggi. Attualmente il complesso ospita il Museo Civico e numerose mostre temporanee.

    In Piazza Plebiscito sorgono la Basilica Reale Pontificia e il Palazzo Reale. La zona fu sede di conventi e monasteri, tra i quali quello di S.S. Croce dove Roberto d’Angiò fece seppellire il nipote Carlo Martello. La piazza fu voluta da Gioacchino Murat intorno al 1800, ma completata solo nei decenni successivi. Le due statue equestri che si trovano al centro dell’emiciclo sono dedicate l’una a Carlo di Borbone e l’altra a Ferdinando IV, realizzate da Antonio Canova e dal suo allievo Antonio Calì che proseguì il lavoro dopo la morte del maestro. La Basilica Reale Pontificia di San Francesco di Paola è uno dei più importanti esempi di architettura neoclassica in Italia, che fu inclusa nell’iniziale progetto di riassetto urbanistico di Gioacchino Murat ispirandosi al Pantheon. Di particolare rilevanza sono le cupole, la cui altezza massima arriva a 53 m: caratteristica degna di nota, poiché la Basilica non doveva superare il Palazzo Reale posto esattamente di fronte. Questo, fondato nel 1600 da Filippo III d’Asburgo, fu progettato dall’architetto Domenico Fontana come una residenza civile in stile tardo rinascimentale. Al suo interno, oggi, sono visitabili la Cappella, il Salone dei Vicerè, la Sala Regia, quelle di Udienza e gli appartamenti con vista sul mare.

    Piazza Plebiscito, foto di: ©Panorama

    I quartieri spagnoli, così chiamati perché furono costruiti per ospitare l’esercito spagnolo, sono tra i più caratteristici della città. Talvolta appaiono come mondi separati, decadenti e ancora legati a mestieri tradizionali. Si tratta di quel luogo in cui si può meglio assaporare la cultura della città. Totalmente differente e molto più ricco risulta il quartiere Chiaia, dove si trova il PAN, Palazzo delle Arti di Napoli. Questo è un centro di cultura nel quale vengono ospitate numerose mostre temporanee, conferenze, presentazioni di libri e molto altro. Se ne consiglia la visita in occasione degli eventi.

    • Giorno 3: Napoli sotterranea, Monte Pio della Misericordia, Museo Archeologico Nazionale

    Passando per via dei Tribunali, decumano maggiore dell’impianto greco, si giunge a Napoli sotterranea, un percorso nel sottosuolo cittadino, la cui entrata si trova a lato della Chiesa di san Paolo Maggiore. Si tratta di un suggestivo viaggio nei 2400 anni di storia di questa parte della città, dall’epoca greca ad oggi. Scendendo fino a circa 40 metri di profondità si possono scoprire gli antichi acquedotti e i rifugi antiaerei realizzati durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale. All’esterno, invece, si potranno visitare i resti dell’antico Teatro greco-romano, completamente inglobato nella nuova architettura cittadina.

    Nella stessa zona si trova il Monte Pio della misericordia, istituzione benefica laica che ospita al suo interno una chiesa seicentesca dove si trova la tela delle “Sette opere di Misericordia” di Caravaggio. Da qui si può raggiungere facilmente il Duomo di Napoli con la cripta e il tesoro di San Gennaro, patrono della città. La struttura presenta numerose sovrapposizioni di stili dal gotico trecentesco al neogotico ottocentesco.

    Museo Archeologico

    Il Museo Archeologico Nazionale (MANN) è considerato uno dei più importanti musei relativi all’epoca romana, primo museo italiano nel 2017 secondo Artribune. Si presenta in tre sezioni principali: la collezione Farnese, le collezioni pompeiane e la collezione egizia. La prima presenta tutti i reperti raccolti da Alessandro Farnese, tra cui il famosissimo Ercole, oltre a numerose gemme e sculture che si trovavano nel palazzo del futuro papa Paolo III. I reperti Pompeiani costituiscono il nucleo principale della collezione Borbone, includendo tutti i rinvenimenti degli scavi vesuviani. La collezione egizia, invece, è una delle più importanti in Italia, seconda a quella di Torino.

    Si può concludere la visita a Napoli con un percorso sul lungomare da Castel dell’Ovo a Posillipo, passando per Mergellina. Il Castello, così denominato per un’antica leggenda legata a Virgilio, sorge sull’isolotto di Megaride, facente parte del complesso di Lucio Licinio Lucullo. Oggi si trova al centro del Borgo Marinari, con cucina tipica di pesce.

    Marechiaro
    La storia della Kodak

    La storia della Kodak

    “You press the button, we do the rest”. Questo lo slogan con cui, nel 1888, l’Eastman Kodak Company, avvicinò il grande pubblico alla fotografia: le va infatti dato il merito di aver reso popolare l’utilizzo della macchina fotografica. Ma non solo.

    Con la commercializzazione della Kodak n.1, una macchina fotografica amatoriale dotata di un rullo di pellicola Eastman American Film, prodotta nel 1885, la compagnia rese la fotografia più semplice, divertente ed economica. Esposta, la pellicola doveva essere inviata alla Eastman Dry Plate and Film Company per lo sviluppo. Peso 750 grammi, dimensioni 17x9x8 cm, con obiettivo a fuoco fisso con una focale di 27 mm e un’apertura di f/9, otturatore cilindrico. Nel 1891 il supporto di carta venne sostituito con un supporto di celluloide, il primo esempio di pellicola fotografica moderna. La fotografia fu pensata in forma rotonda sia per compensare la bassa qualità dell’immagine agli angoli, dovuti a problemi di ottica, sia per evitare di stare in asse con l’orizzonte, dal momento che lo strumento non era provvisto di mirino. Questo permise a moltissimi “inesperti” di cimentarsi nell’utilizzo di uno strumento facile e veloce.

    Una locomotiva a vapore, 1890 c., Collection of National Media Museum/Kodak Museum

    Fondata a Rochester dall’imprenditore e pioniere della fotografia George Eastman, divenne presto punto di riferimento per l’innovazione delle pellicole e dei rullini, ma anche della cinematografia. Il termine Kodak fu una parola coniata dallo stesso Eastman che così la spiegò: “Fu una combinazione assolutamente arbitraria di lettere, che non derivava né in tutto né in parte da alcuna parola esistente, e vi arrivai dopo una lunga ricerca di un vocabolo che rispondesse a tutti i requisiti di un nome da usare come marchio di fabbrica. I principali requisiti erano che fosse breve, che non se ne storpiasse la dizione in modo da distruggerne l’identità, che avesse una personalità vigorosa e inconfondibile, che si adeguasse alle norme delle diverse leggi straniere sui marchi di fabbrica”.

    La Kodak produsse una prima macchina nel 1886, nella quale era montato un rocchetto di pellicole fotosensibili che la rendeva meno ingombrante, con cui si riprendevano 48 immagini 10×12,5. Inoltre era economica: per lo sviluppo e la stampa a contatto l’importo era di soli 25 dollari. Con la produzione della Kodak n.1 si affermò nel mercato e alla fine degli anni Venti del Novecento la Kodak iniziò a produrre materiale fotosensibile ai colori, riaffermandosi come pioniera. Nel 1929 uscì la pellicola Kodacolor che aveva un reticolo di minuscole cellule con un filtro selettore colorato in rosso, verde e blu, ma le immagini venivano viste per proiezione: nel 1935 uscì la pellicola Kodachrome per apparecchi cinematografici e nel 1936-37 per macchine fotografiche. Il procedimento di basava sulla sintesi sottrattiva: i tre colori base erano incorporati alle emulsioni e poi lo sviluppo veniva realizzato dalla stessa Kodak. Il principio del negativo/positivo fu introdotto nella fotografia a colori nel 1941-1942 con la pellicola negativa Kodacolor, e questo rese possibile la stampa su carta: ancora una volta Kodak riesce a capire i propri clienti, proponendo un prodotto nuovo e comodo che soddisfacesse tutte le richieste. Successivamente la Kodak produsse la 126 Insamatic nel 1963: pellicola 35mm inserita in una cartuccia che andava poi riposta all’interno dello strumento fotografico evitando di caricare, con molti sforzi, il classico rullino. Tuttavia il successo dell’azienda iniziò a declinare presto, quando non riuscì più a scommettere sulle nuove invenzioni, o lo fece nel modo sbagliato.

    Negli anni Settanta Polaroid scalzò Kodak dal buisness Instant Camera: le pellicole autosviluppanti Kodak Instant persero una battaglia di brevetti con la Polaroid Corporation, che fece quasi crollare l’azienda. Tutto iniziò nel 1976, quando Kodak stava perdendo moltissime quote di mercato: la produzione si spostò quindi sulle istantanee, il metodo più richiesto dal pubblico, scommessa però troppo rischiosa. La somiglianza al prodotto della Polaroid non passò inosservato, tanto che questa fece causa alla Kodak per aver violato i suoi brevetti. Nel 1986 l’azienda dovette rinunciare alla produzione delle istantanee e pagare un risarcimento di 12 miliardi di dollari, ammontare maggiore dell’intero valore della Kodak.

    Steve Sasson con la prima fotocamera digitale

    Negli stessi anni l’ingegnere di Kodak Steven Sasson creò il sistema della fotografia digitale utilizzato ancora oggi, ma l’azienda decise di non mettere in discussione il mercato delle pellicole: il ventiquattrenne aveva lavorato sui CCD (Charged Coupled Device), che permettevano di catturare la luce in due dimensioni e trasformarla in un segnale elettrico: il problema principale consisteva nel fatto che non archiviava le foto, così Sasson registrò le immagini con l’utilizzo della digitalizzazione. Tuttavia l’azienda non colse la novità, ritenendo che nessuno avrebbe voluto vedere le proprie immagini sullo schermo tv. Permise comunque all’ingegnere di portare avanti il proprio lavoro, arrivando al primo brevetto Kodak di una fotocamera digitale nel 1978. L’azienda lucrò comunque sul brevetto, scaduto nel 2007, ma non produsse mai realmente fotocamere che portassero enormi introiti.  Nel 1986 la Kodak presenta il primo sistema basato su megapixel e pochi anni dopo Sasson e Hills crearono la prima reflex digitale, ma nuovamente l’azienda si oppose alla commercializzazione. Ancora una volta il colosso della fotografia tradizionale rinunciava ad immettersi su nuovi mercati, perdendo così enormi possibilità di guadagno.

    Ed oggi? Lo sviluppo di Kodachrome cessò definitivamente nel 2010 e alla fine del 2011 l’impresa fu quasi a rischio di fallimento, prospettiva che si concretizzò nel 2012, ma solo per quanto riguarda l’attività in America. Uscita dal fallimento nel 2013, ad oggi Kodak produce anche stampanti, pellicole destinate alla grafica, ma senza smettere di concentrarsi sulla rinascita dell’analogico: nel 2017 ha infatti dichiarato che sta ricominciando a produrre la Kodak Professiona Ektachrome, pellicola invertibile a colori nata negli anni Quaranta.

    George Eastman destinò molte delle sue ricchezze a istituzioni culturali, educative e scientifiche, ma fece anche costruire diverse cliniche odontoiatriche per bambini bisognosi, tra cui quello di Roma. Malato, prima di morire suicida il 14 marzo 1932 con un colpo di pistola al cuore, Eastman dettò questo messaggio:

    “Ai miei amici: il mio lavoro è compiuto. Perché attendere?”.

    George Eastman, 1914
    GIANNI VERSACE | Collezionista e amante dell’Arte

    GIANNI VERSACE | Collezionista e amante dell’Arte

    La moda ha spesso attinto, se non citato direttamente, ai quadri e alle creazioni di pittori, scultori e artisti di tutte le epoche: forse a causa dell’esaurimento della sua vena creativa, forse per omaggiare un’arte sorella. Ciò che è certo è che sono numerosissime le collaborazioni tra stilisti, galleristi e artisti che danno vita a collezioni, mostre ed eventi d’arte unici ed affascinanti. Da Dolce & Gabbana ispiratisi ai mosaici bizantini, alla recente collezione di Luis Vuitton in collaborazione con Jeff Koons, dal binomio Kenzo-Cattelan alle nuove campagne di Gucci. Non sono da dimenticarsi anche altre collaborazioni del secolo scorso, come quella di Thayaht con Vionnet, Yves Saint Laurent e Mondrian oppure Dalì e Cocteau con Schiapparelli. In questi casi gli artisti crearono alternative alle tendenze correnti, ricercando nell’inventiva degli artisti elementi unici e innovativi. Queste caratteristiche furono importanti soprattutto per le collezioni di Versace che, dal 1978, è stata governata dalla mano creativa dello stilista Gianni Versace.

    Durante lo scorso 2017 Donatella Versace ha voluto organizzare una passerella-tributo ai 10 anni dalla morte del fratello Gianni, assassinato il 15 luglio del 1997 a Miami. Il tributo è stato sentimentale ed affettuoso, ma ha avuto in sé un altro, forte, elemento: la sfilata è stata dedicata ai millennials, generazione costantemente bombardata da immagini la cui memoria spesso svanisce dopo pochi istanti. Proprio in occasione della settimana della moda di Milano, Donatella Versace ha presentato la collezione femminile primavera/estate 2018 del marchio. La linea riprende le stampe iconiche di Gianni, ma lascia un piccolo spazio anche per la visione di Donatella, con il suo stile unico e ribelle. Non possono quindi mancare il logo vintage e pattern barocchi ispirati alla mitologia greca, la pelle nera con borchie dorate e gli outfit più pop, che riportano stampe di Vogue ed opere di Andy Warhol.

    Versace's women SS18 - ©Vogue
    Donatella e Gianni Versace, 1994 - ©Getty images

    Il genio creativo di Gianni Versace, che permea ancora le collezioni della casa di moda, fu stimolato dal mondo dell’Arte in tutti i suoi aspetti; vantava infatti numerose collaborazioni con alcuni tra i maggiori artisti contemporanei: da Pomodoro, a Rotella, a Veronesi, per non citarne che alcuni. Non si trattava di relazioni episodiche, ma di rapporti che perduravano nel tempo. Dell’arte amava particolarmente il lavoro manuale, per nulla secondario a quello creativo, che lo incoraggiava ancora di più nella sua produzione. Osservare un pittore mentre dipinge, per lui, era molto più stimolante di una visita ad un museo, che comunque non disdegnava. Come spesso ricordato dalla sorella, per Gianni Versace tutte le forme d’arte erano degne di riflessioni, ma solo se poste sullo stesso piano: visitava moltissimi musei e apprezzava la cultura classica e mediterranea (come, ad esempio, la pittura murale e vascolare greca ed etrusca), ma anche il Rinascimento, il Romanticismo, il Liberty, tutto il Novecento e soprattutto la Pop Art. In ogni creazione si possono ritrovare elementi ispirati alla cultura artistica, ma sempre rimodellati in forma diversa, spingendosi oltre la mera copia. I suoi disegni superavano sempre la riproducibilità dell’arte, andando verso una reinterpretazione e una ricreazione del tutto nuove, portando in passerella l’arte di Gianni Versace, e non soltanto quella dell’artista a cui si era ispirato. Una sorta di rigenerazione della creatività.

    Gianni e Donatella, Casa di Milano - ©DRepubblica

    Ma Gianni Versace fu anche un grandissimo collezionista che amava circondarsi delle sue opere preferite. In un’intervista la sorella lo ricorda così: “Giudicava indispensabile trasferire nei luoghi dove viveva – e insieme, nei luoghi dove “vivevano” le sue creazioni, ossia nelle boutique – storia ed atmosfere peculiari dell’ambiente circostante. Così, ad esempio, nella boutique di Parigi fece collocare opere classiche, di gusto molto “francese”, con affreschi e trompe-l’oeil di giardini alle pareti; arricchì la casa di New York con una collezione di arte moderna (Picasso, Moore, Dine, Schnabel, Hockney, Lichtenstein, Warhol, Basquiat, Matisse); volle che la casa di Miami fosse piena di gioia e di sole, con lavori di Schifano, Rotella, Paladino, Moore, Dufy, Picasso; mentre per la casa di Milano lasciò emergere tutto il suo amore per l’arte antica, in particolare greca, fatto convivere con l’arte moderna (in primis Paladino, autore con un retroterra imbevuto di classicità mediterranea; ma anche de Chirico, Rotella, Schifano, Léger, Sironi). Un momento importante della passione di collezionista di Gianni Versace è quello legato ai suoi ritratti, commissionati a noti maestri così come le interpretazioni della Medusa.”[1] Fu proprio questa Medusa stilizzata e incisa in un cerchio dalla bordatura greca il simbolo che caratterizzò le collezioni firmate Versace, l’unica delle Gorgoni a non essere immortale, che testimonia la classicità della sua moda.

    Note alle immagini:

    • Foto1 modelle: Yasmin Wijnaldum, Kaia Gerber, Mica Arganaraz, Vittoria Ceretti
    PLATON: IL FOTOGRAFO DEI POTENTI

    PLATON: IL FOTOGRAFO DEI POTENTI

    “Non mi ritengo un fotografo, la macchina fotografica è solo uno strumento, quello che importa è la storia, il messaggio, il sentimento, il legame. Come fai ad arrivare alle persone? È una combinazione tra semplicità grafica e forza dello spirito e dell’anima”.

    Platon Antoniou, comunemente conosciuto come “Platon”, è un fotografo in attività che lavora nell’ambito del fotoreportage, noto come il “fotografo dei potenti”, perché è riuscito a raccogliere tutti gli sguardi dei famosi degli ultimi 20 anni. Nato a Londra il 20 aprile 1968, ma cresciuto in Grecia con i genitori, fu influenzato dal padre architetto e dalla madre storica dell’arte. Maturato con l’estetica del bianco e del nero dei disegni paterni e, a partire dal suo primo approccio all’architettura di Le Corbusier, il fotografo ha iniziato a lavorare sull’eliminazione e sulla semplificazione per arrivare al punto, esattamente come si evince dai suoi lavori. In un’intervista per The Villager ammise infatti che: “Un architetto pensa alla vita. Una buona casa migliora con il tempo, raggiunge integrità. Un buon fotografo lavora allo stesso modo”.

    1. Edward Snowden, copertina per Wired
    1. George Clooney, copertina per Variety

    Frequentò la Saint Martin’s School of Art, per poi proseguire gli studi al Royal College of Art, dove, mentre era studente di graphic design, fu notato dal British Vogue che lo nominò come “migliore fotografo nascente”. Iniziò a lavorare a Londra per le riviste di moda più innovative che stavano emergendo, tra cui anche lo stesso British Vogue, ma poi fu notato dal giornale politico “George”, di John Kennedy Jr., incarico che fece decollare la sua carriera, permettendogli di essere chiamato ad immortalare i volti più importanti della nostra storia.

    Negli anni lavorò per il Rolling Stone, il New York Times Magazine, Vanity fair, Esquire, GQ, Sunday Times Magazine. Ha fotografato volti iconici della moda, modelle, attrici, cantanti, ma anche collezioni, come quella di Alexander McQueen, personaggi famosi come Edward Snowden, Stephen Hawking, Woody Allen, George Clooney, Ben Stiller, Sean Penn, Al Pacino, Yoko Ono.

    Dal 2008 Platon collabora con il New Yorker, focalizzandosi specialmente su temi militari e di diritti civili. Il primo lavoro importante di cui fu incaricato fu quello di realizzare “Portraits of Power”, grazie al quale ha vinto un ASME Awards. Tutto è iniziato nel 2007, quando il suo scatto di Vladimir Putin è diventato la copertina del Time, ritraendo il leader come “uomo dell’anno”. Nessuno era veramente convinto di quel lavoro, ma ne parlavano tutti, chi per criticarlo come fotografo “troppo umanizzante” e chi per dire che aveva reso il politico “una star di Hollywood”. Questo perché Platon si ritiene un narratore, e non un fotografo. Così, attraverso una fotografia non scopriamo che Putin adora Paul McCartney e che la sua canzone preferita è “Yesterday”, ma vediamo la connessione che si instaura con il fotografo, che non è impaurito, non si sente in difetto: per l’artista questo è il momento in cui cadono tutte le barriere e il suo soggetto dimostra la verità, e la verità è il volto del potere, dell’autorità. Eppure la fotografia racconta tutto un altro uomo: il sistema del potere viene umanizzato da Platon con consapevolezza, la cui unica domanda è “Chi sei tu? Chi sei tu davvero?”.

    Poi è nata “Portraits of Power”, la collezione di fotografie che ha come soggetti numerosi leader politici del mondo, 49 in tutto e che ha reso il fotografo ancora più noto. Tutte le foto sono state scattate per la rivista New Yorker, in soli cinque giorni, durante l’Assemblea Generale alle Nazioni Unite a New York nel settembre 2009. Per ottenere espressioni spontanee Platon e il suo assistente hanno creato uno studio improvvisato appena fuori dal piano dell’Assemblea Generale, attirando i leader davanti al suo obiettivo. Per mesi lo staff aveva scritto lettere ai vari governi e ambasciate, ma il progetto alla fine è stato una creazione estemporanea; la vera sfida, infatti, è stata quella di far sì che i leader fossero sinceri: ci è riuscito solo prendendoli letteralmente per le mani per trascinarli nello studio per brevissime sessioni fotografiche (alcune di soli otto secondi), con risultati impressionanti.

    “Prima di uno scatto non penso a come ottenere una bella foto, ma a cosa posso imparare da quella persona ogni volta. La condizione umana è così complessa, le domande sono così tante, domande alle quali tutti noi vorremmo una risposta. Per arrivare a quel punto in cui qualcuno si apre con te bisogna guadagnarselo. Non so come si comporterà, quanto vorrà aprirsi, se sarà teso, quanto sarà amichevole,quanto prudente nel mostrare la sua personalità, quindi devo essere pronto a tutto. Scattare una foto è un gesto tecnico ma al 99,9% si tratta di stabilire il legame che mi permette di arrivare all’altro e attraverso questo legame c’è la possibilità che anche l’altro riesca a sentire qualcosa”.

    Ma come lavora l’artista che produce tutte queste immagini iconiche? Abbiamo visto che la fotografia di Platon dipende fortemente dalla collaborazione tra lui e il soggetto, a seconda da come si sentono, quindi per la maggior parte del tempo si tratta di improvvisazione: i suoi lavori sono frutto di brevi e intensi incontri in cui tocca qualcosa che si trova nel profondo della persona, agendo più come psicologo che come fotografo. Utilizza sempre lo stesso tipo di luce, paralume, pellicola, macchina fotografica e allestisce lo spazio con un pannello di carta bianco e un panchetto, sempre lo stesso, su cui poi fa sedere il soggetto. Inizia il lavoro dialogando con la persona, basandosi su un canovaccio preparato in precedenza, per poi farsi passare la macchina fotografica dal suo assistente: il primo è uno scatto vicino, un primo piano a colori, poi cambia tono di voce amplificando il momento e “urlando in faccia” al soggetto. Questo shock abbatte le barriere che il suo interlocutore costruisce, così da avere la verità. Poi si procede con un bianco e nero, che crea un senso di intimità, senza permettere agli strumenti del lavoro di avere la meglio sul messaggio: infatti utilizza ancora la pellicola per avere un dialogo diretto. Con la fotocamera digitale si tende sempre a guardare l’immagine sullo schermo e in quell’istante si perde l’intimità tra il fotografo e il soggetto, la magia che si instaura. Dopo la sessione fotografica si procede con il lavoro di post produzione, selezionando le fotografie migliori che si ritoccano e poi si passano sullo scanner a tamburo, per lavorare al meglio sulla pellicola. Tutto il procedimento si concentra sull’isolamento dei diversi elementi per portare alla luce i singoli aspetti in una stampa e il lavoro viene fatto tutto a mano dal capo ritoccatore.

    È così che nascono le fotografie di Platon, un connubio tra luce e occhi del soggetto con la natura grafica del prodotto. Tutti quelli che immortala hanno una certa luminosità nello sguardo, che ottiene convogliando una grande energia sul pannello bianco nella creazione di una composizione vivida che risulta irresistibile, audace. Trova dignità e senso di potere in tutte le persone.

    “Mi sento un provocatore culturale, è questo che mi ritengo di essere nella società, non posso risolvere i problemi ma posso provocare riflessioni”.

    AUROVILLE: dove lo Yoga incontra l’Architettura

    AUROVILLE: dove lo Yoga incontra l’Architettura

    Auroville, fondata nel 1968 e situata nel sud dell’India orientale nella provincia di Puducherry, è stata concepita per essere una città universale. Questa costituisce, a livello mondiale, il primo ed unico centro di ricerca sull’unità umana, riconosciuto a livello internazionale e sostenuto dall’UNESCO, che si occupa inoltre delle necessità future dell’umanità a livello culturale, ambientale, sociale e spirituale. È una città a tutto tondo: ad oggi annovera intorno ai 2.200 abitanti provenienti da 47 paesi, vi sono ben 6 scuole, 125 unità commerciali e 70 servizi pubblici, un Centro per la Ricerca Scientifica, un Istituto di Tecnologia Applicata. Curioso è che, per la maggior parte, i suoi abitanti siano artisti e architetti che hanno scelto di vivere la propria arte attraverso un percorso di spiritualità forte come quello che si può vivere ad Auroville, percorso che si riflette in tutta la vita della città. Non si tratta di una spiritualità come quella che si incontra nei quadri Kandinsky o nelle opere di Pollock, è un sentimento che tutti gli abitanti della città vivono in comunione, non singolarmente e anche l’arte è pensata per essere fruibile da tutti, insieme e allo stesso modo.

    Il concetto di una città come questa, nacque originariamente dagli scritti del grande filosofo indiano Sri Aurobindo. Tuttavia, fu la sua collaboratrice, Mirra Alfassa, che per prima le diede una forma più concreta, affermando che “Auroville vuole essere una città universale in cui donne e uomini di tutti i paesi siano in grado di vivere in pace ed in crescente armonia, al di là di tutte le credenze religiose, di tutte le idee politiche e di tutte le nazionalità. Lo scopo di Auroville è quello di realizzare l’unità umana”.

    Copertura del Matrimandir in dischi d'oro

    Nonostante si sottolinei che non vi è alcuna religione, è data per scontata una profonda analisi interiore attraverso meditazione e spiritualità, tipiche della cultura indiana. Molti abitanti della città, certamente quelli che sono andati a viverci appositamente per la visione e la chiamata spirituale di Auroville, stanno praticando lo “Yoga Integrale” come descritto da Sri Aurobindo. L’obiettivo centrale è la trasformazione del nostro modo di pensare umano, superficiale, ristretto e frammentario, di vedere, di sentire ed essere in una profonda e ampia coscienza spirituale, integrando l’esistenza interiore alla nostra vita ordinaria. Questo yoga accetta il valore dell’esistenza cosmica e ritiene che sia una realtà; il suo scopo è entrare in una più alta coscienza della verità in cui l’azione e la creazione non sono l’espressione della verità, la divina ananda, che significa beatitudine. Si tratta di un’idea lontana da quella occidentale di “percorso interiore”, è rivolta all’ascolto di sé in una prospettiva che vivifica. Questa pratica spirituale si riflette pienamente, infatti, sulla struttura architettonica di Auroville, costantemente in crescita, ricca di vita e di fermento, senza limiti spaziali. Il piano regolatore della città, si basa sulla forma a spirale di una galassia, che rimanda al significato universale dello yoga integrale, e comprende quattro settori disposti a raggiera che hanno come proprio epicentro un’enorme struttura di forma sferica, alta 29 metri e con un diametro di 36, collocata nel centro geografico della città: il Matrimandir, “l’anima della città”. È un luogo di silenziosa concentrazione, con numerose stanze per la meditazione, circondato da una zona di giardini comprendenti anche un anfiteatro dove si tengono gli eventi culturali della città. Tutto intorno al Matrimandir si ergono dodici petali in pietra di sabbia rossa che raffigurano un fiore di loto, la figura centrale dello yoga, ovvero l’Om Shanti, mantra che pacifica l’anima. In questa struttura ogni elemento si ricollega al pensiero di Sri Aurobindo: si presenta come un’enorme sfera avvolta da cerchi dorati, dentro la quale si entra in silenzio dopo essere passati per i giardini. Il suo interno, bianco e luminoso, ha un’armonia sconosciuta; attraverso due rampe d’accesso si sale al piano superiore, colorato da tenue luci verdi e rosse, mentre l’acqua che scorre lungo le pareti rende il clima ancora più pacifico. La sala centrale è dedicata proprio alla pratica, con al centro un globo di cristallo che riflette la luce zenitale. Tutto intorno al Matrimandir si costruisce la città.

    Mostra temporanea ad Auroville

    Ad Auroville non ci sono specifici regolamenti edilizi, quindi la libertà di costruire senza norme da rispettare ha attirato architetti da tutto il mondo: è così che al suo interno si ritrovano modi di costruire ampliamente differenti, dovuti a culture eterogenee. Gli edifici costruiti nella prima decade sono stati realizzati in materiali vernacolari di Casurina, foglie di palma e paglia. Negli anni successivi si sviluppò un’idea di abitazione diversa dalla precedente; fu così che tra gli anni Settanta e Ottanta iniziarono nuovi esperimenti su materiali quali ferro e cemento, e sulle tecniche costruttive, come l’utilizzo di terre compresse per la costruzione di muri portanti. In ogni zona della città vi sono quindi alloggi differenti: da quelli denominati “capsule”, realizzati in legno con tetto in foglie di palma o cocco e porte triangolari, a quelli realizzati in mattone al piano terra e in legno al primo piano, alimentati da pannelli solari. Auroville è stata concepita come una città in cui l’arte è un mezzo e un’espressione dell’essere umano, in cui Se ne possono praticare diversi tipi, tra cui pittura, musica, poesia, danza, yoga, tai chi, senza differenze.

    Nel cuore della cultura spirituale, quella indiana, esiste questo centro pulsante che fonde diverse attività umane con un solo scopo, quello di essere un esperimento umano e multinazionale. Al suo interno l’arte si sviluppa in numerosissimi modi: molti poeti si sono trasferiti in questa città per entrare in contatto con la natura, molti artisti per tornare ad un periodo di pace ormai sconosciuto nei centri cittadini contemporanei, molti architetti per avere massima libertà. Ad oggi Auroville non accetta turisti, ma solo visitatori curiosi di scoprirla, motivo per cui non è così conosciuta, o nuovi cittadini. Ma, seguendo la visione di Sri Aurobindo, che ne sarebbe dell’Arte se fosse così libera e accessibile, se parlasse a tutti indistintamente e allo stesso modo, se, come ad Auroville, gli artisti fossero parimente riconosciuti per il loro valore, valore confermato solo da loro stessi? E che ne sarebbe del valore dell’Arte in sé?