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Giulia Sterpin

About Giulia Sterpin

Amo tutto ciò che mi porta in profondità: lo studio, l’arte, l’apnea. Laureata in Conservazione dei beni culturali a Venezia, sto cercando di trovare il mio posto nel mondo portando avanti la mia convinzione sul potere delle tre C: cultura, comunicazione, condivisione.
    Il paparazzo e la fotografia. Una riflessione

    Il paparazzo e la fotografia. Una riflessione

    Spesso la fotografia di gossip viene semplicemente ricondotta a una fotografia di voyeurismo, incapace di trasmettere altro e senza nessun tipo di valori alla base. Ma è sempre stato così?

    Ponendo come esempio la figura di Ron Galella, a parer di tutti uno dei paparazzi più famosi del mondo, potrebbe risultare interessante fare una piccola riflessione sul ruolo che la fotografia di gossip ha assunto nel corso del tempo e cosa invece è cambiato al giorno d’oggi. Attivo in America soprattutto negli anni ’70, Ron Galella riuscì a guadagnarsi l’odio di diverse celebrità quali Sean Penn e Marlon Brando, quest’ultimo gli tirò due pugni in faccia e da allora Galella era solito indossare un casco da football durante gli eventi in cui presenziava l’attore. Riuscì però a conquistarsi anche la stima di Andy Warhol il quale disse “Ron Galella è il mio fotografo preferito, perché sa essere sempre nel posto giusto al momento sbagliato”. 

    In un’intervista rilasciata a Il fotografo, lo stesso Galella sostiene come il ruolo dei paparazzi sia radicalmente cambiato; oggi i fotografi si accordano su chi fotografare, provocano i soggetti e lo fanno principalmente per denaro. Negli anni ’70 c’era invece una ricerca del personaggio carismatico, sia per mostrarne i tratti iconici e principali, sia però per svilupparne un’immagine che non fosse la classica immagine della celebrità, ma che fosse invece in grado di comunicare un altro aspetto della vita di queste persone, una vita cioè privata, fatta di imperfezioni e umanità. Il pubblico aspettava queste immagini, aveva voglia di vedere come le celebrità fossero un po’ simili a lui, di intrufolarsi nella loro vita privata, e queste foto erano quindi un duplice specchio, sia dei soggetti ritratti, sia della società. La rinascita economica aveva portato un benessere generale tra i ceti medi e alti, la fruizione del cinema e di ambienti di svago stava diventando sempre più comune, per cui il riconoscimento di certi volti non era più prerogativa di un’élite, ma di una massa sempre più consistente che aveva la curiosità di conoscere. La possibilità di entrare nella vita altrui non era però ancora all’ordine del giorno come può esserlo oggi, e quindi anche il ruolo del “fotografo di celebrità” era quanto mai ricercato e riconosciuto dal pubblico tanto che i nomi dei paparazzi più famosi circolavano al pari di quelli delle celebrità. All’epoca non esistevano ancora serrate normative in fatto di privacy (nonostante Ron Galella fosse finito in tribunale a causa dei continui stalking verso Jackie Kennedy, “la sua ossessione”) con la conseguente possibilità di seguire i personaggi famosi e ritrarli nei loro momenti più privati. 

    Oggigiorno invece la normativa sulla privacy è radicalmente cambiata e molto più restrittiva, sono state create delle regolamentazioni per ogni tipo di scatto e da chi lo esegue, ritrarre un soggetto in un contesto sconveniente è ora vietato, ma c’è anche da dire che ora spesso sono le celebrità stesse a pubblicare sui vari social la loro vita privata, anche se, ovviamente, scelgono cosa pubblicare e pochissime volte pubblicano immagini che potrebbero essere ricondotte a contesti più scandalosi o sconvenienti. Viene quindi da chiedersi se in quest’ epoca di ostentazione di momenti privati da parte delle celebrità (ma sono davvero momenti privati?) esista e se abbia ancora senso il ruolo del famigerato paparazzo, colui che entra nella vita degli altri senza chiedere il permesso e in grado di dare al pubblico un’immagine a lui non nota. Gli scatti di Ron Galella hanno creato un’epoca in cui il fotografo era in un certo senso un mediatore di un certo tipo di immagine, talvolta sconveniente, ma che comunque era in grado di mettere in luce uno sguardo, un aspetto e una visione della società; possiamo dire lo stesso degli scatti che troviamo nelle riviste del 2019?

    Aleksandra Mir | Pre-Presidental Library

    Aleksandra Mir | Pre-Presidental Library

    Prime pagine di giornali come documenti d’archivio per il Pre-Presidential Library. Ecco il lavoro dell’artista Aleksandra Mir presso la Hayward Gallery di Londra visitabile fino al 7 febbraio 2019. Dopo aver esaminato le copertine dal 1986 al 2000 delle due maggiori testate giornalistiche di New York, il New York Daily News e il New York Post, l’artista ha deciso di porre in analisi la cultura di massa utilizzando come fonte i quotidiani newyorkesi. Partendo dall’esempio dei Presidential Libraries, diversi archivi in cui sono raccolti tutti i documenti relativi a un presidente e consultabili dai cittadini per fini di conoscenza e ricerca, Mir ha deciso quindi di focalizzarsi sugli accadimenti prima della nomina di Trump come presidente degli Stati Uniti d’America utilizzando come documenti le prime pagine di giornali. Esaminando più di 10.000 copertine è emerso che ben 87 furono occupate da fatti riguardanti Trump, sia dal punto di vista imprenditoriale sia da quello della sua vita privata ed è curioso che già nel 1999 vennero rese note le sue intenzioni presidenziali. Ciò che però più emerge dall’esposizione di questi lavori, 32 fotocopie ingrandite a partire da microfiches, non è tanto la vita di Trump, quanto invece l’interesse mediatico verso questo tipo di argomenti a sfavore di altri ben più seri, come per esempio l’epidemia di AIDS che stava dilagando in America in quegli anni (occupando solo 13 copertine), o la possibilità di una guerra nucleare con l’unione Sovietica. L’esposizione mira a farci porre domande sulla società di massa, come le informazioni sono veicolate e la scelta di certi argomenti.

    Cos’è davvero importante, allora? Quanto sono autorevoli i giornali o, più in generale, il sistema di diffusione di informazioni? La riflessione sul ruolo che il quotidiano aveva nella società e di come esso formava l’identità delle persone risulta quindi un argomento centrale, tenendo anche conto del periodo scelto che non corrispondeva a un’epoca in cui vi era un flusso di informazioni h24 come l’attuale era internet, ma a un tempo in cui le news circolavano e venivano emesse con una certa cadenza e ubicazione. Nel piccolo spazio della Hayward Gallery del Southbank Centre vengono quindi posti interrogativi molto ampi che esulano dal singolo fatto riportato in prima pagina, mirando a un confronto decennale e di analisi sociologica e mediatica. Tale tematica dell’informazione cade, tra l’altro, in un periodo storico particolare, in cui le fake news stanno occupando i maggiori dibattiti internazionali e in cui si cerca di dare la stessa importanza a tutte le informazioni. Viene da chiedersi se sia davvero così e Aleksandra Mir ci fa porre queste domande nella maniera più limpida, ma allo stesso tempo più complessa, possibile.

    Propositi per l’anno nuovo: la cultura nel territorio | Casa di cultura Goffredo Parise

    Propositi per l’anno nuovo: la cultura nel territorio | Casa di cultura Goffredo Parise

    Grandi musei, grandi città, grandi spostamenti. La società moderna ci invita (o ci impone?) a pensare a contesti macro facendo così trascurare i contesti micro, quelli territoriali. È bene non generalizzare, il contesto museale italiano vanta uno sviluppo del tutto particolare e diverso rispetto agli altri paesi europei, proprio a causa della sua stessa storia fatta da continui cambiamenti e di guerre. In Italia la cultura non si trova compressa in un unico grande museo centrale come può esserlo il Louvre, bensì si trova disseminata in diversi paesi talvolta dimenticati. Per riuscire a comprendere l’autentico patrimonio del Bel paese l’unica soluzione è quella di prendere i mezzi e girare; visitare i paesi e capirne le tradizioni e storia.

    Il focus di oggi riguarda un contesto trevigiano appunto non troppo conosciuto ma molto importante dal punto di vista culturale: la casa di Goffredo Parise a Ponte di Piave (TV). Il noto scrittore e poeta decise di trasferirsi nella casa di Salgareda nel 1984 per trascorrere gli ultimi anni della sua vita prima di andarsene a causa di una malattia nel 1986. Una delle sue volontà fu quella che la sua dimora diventasse una casa di cultura “per studi”, che fosse aperta agli studiosi e a tutti coloro che volessero visitarla e che il suo giardino ospitasse le sue ceneri. 

    Attualmente il piano superiore ospita la biblioteca comunale con una ricca selezione di libri e attività volte ai bambini, oltre che a un ampio spazio dedicato alla storia e all’arte veneta. Tuttavia, l’aspetto più interessante è rappresentato dal piano inferiore, la vera e propria casa in cui Parise visse. I suoi successori hanno fatto in modo di mantenerla quanto più intatta possibile, lasciando quindi esposti i suoi libri e le numerose opere d’arte che gli amici di Parise (nonché noti artisti dell’epoca) gli regalarono.  Tra le tante opere presenti menzioniamo le tele di Schifano, Mario Ceroli, Filippo de Pisis, Peter Saul, una riproduzione in gesso di un’opera di Brancusi da lui acquistata e una poesia di Montale. I nomi però solo nomi se non relazionati al il luogo in cui essi vivono e il caso della dimora di Parise è quanto mai emblematico. Tutte collocazioni delle tele e dei libri hanno un senso, sono lì in quanto avevano un particolare rapporto sia con la collocazione scelta, sia con la vita stessa di Goffredo. Per capire la figura del poeta diventa quanto mai necessario vedere i luoghi che lui ha abitato e vissuto in un’ottica di comprensione relazionale con tutto ciò che lo circondava. Lo studio delle opere va comunque fatto, beninteso, ma la forza di questo luogo è proprio il triplice valore cui si va incontro: il valore di Parise poeta e uomo, il valore delle opere stesse e il valore della relazione tra le opere e Parise.  Il vicino comune di Salgareda ospita anche la “casetta rosa”, altra dimora di Parise in cui egli traeva ispirazione per i suoi scritti. Ubicata nella riva del fiume Piave, l’apparato bibliografico autentico lì conservato è stato rovinato dal maltempo dello scorso 30 ottobre. C’è stata un’operazione di salvataggio dei documenti e di un imminente ripristino dell’ordine all’interno della dimora.

    Vediamo quindi come in un territorio fuori dai grandi centri si celino contesti così importanti che meritano di essere conosciuti e valorizzati.

    La dimora di Parise è visitabile durante gli orari di apertura della biblioteca.

    INFO: www.goffredoparise.it

    Digital video wall: il nuovo progetto di Metronom. Focus su Boris Contarin

    Digital video wall: il nuovo progetto di Metronom. Focus su Boris Contarin

    La galleria modenese Metronom, conosciuta per la sua attività nel mondo della fotografia, periodicamente promuove delle call volte a giovani artisti contemporanei dando loro l’opportunità di esporre il proprio lavoro e di ragionare su particolari tematiche. L’ultima call mira a promuovere e diffondere tre progetti sull’arte digitale cercando una riflessione sui nuovi media e sulle loro potenzialità di linguaggio. Il metodo espositivo consta in quattro monitor rivolti verso l’esterno e posizionati sulla vetrina della galleria stessa, che funge quindi da unico digital video wall riservato alla fruizione dei contenuti 24h su 24.

    I progetti selezionati verranno esposti, separatamente, nei mesi di ottobre, novembre e dicembre. I tre vincitori sono Boris Contarin con “Senza titolo (Linea)” (2018), Marilisa Cosello con “Esercizi obbligatori” (2016 -2017) e Kamilia Kard con “Sometimes I Feel Like That Inside of Me” (2018).

    Il primo progetto in esposizione è il video realizzato nel 2018 dal veneto Boris Contarin, classe 1992, laureato in Filosofia presso l’università Ca’ Foscari di Venezia e attualmente studente al secondo anno della laurea magistrale in Arti Visive allo IUAV di Venezia. Nel 2013 vince il premio e la residenza d’artista tra Operaestate Festival a Bassano del Grappa e Act Your Age Festival a Maastricht (NL) e nel 2017 ha l’opportunità di partecipare al progetto di residenza Save Asolo (IT) con il fine di ragionare sul territorio asolano. Pur muovendosi nel campo dell’arte digitale avendo un sommo riguardo verso il medium video, le sue opere sono frutto di ricerche a partire dal campo filosofico anche meno recente e in particolar modo l’opera “Senza titolo (Linea)” trae origine dal saggio “L’immaginario” di Jean Paul Sartre. In questo testo, il filosofo francese vede l’immagine non tanto come una cosa, quanto piuttosto come un atto di coscienza dove l’immagine rientra in un rapporto che oscilla fra la coscienza e l’oggetto cui essa si trascende. L’immaginazione, per Sartre, è negazione della realtà visibile e tende verso un altro mondo; ed è proprio nella capacità di riuscire a scorgere qualcosa di altro grazie all’immagine che risiede la forza l’opera di Boris.

    La finestra da cui tutto inizia “vuole essere se stessa e anche qualcosa di altro, come quattro semplici schermi digitali uniti da una linea immaginaria costruita con un salto, con il superamento quasi automatico di una frattura. Astrarre il paesaggio per ricondurlo a una dimensione formale, simbolica e autoriflessiva è una delle vie più dirette per raggiungere i nodi inestricabili di verità e dubbio attraverso il mezzo fotografico.” “Senza titolo (Linea)” non si presenta come la risposta alla domanda “cos’è un’immagine?”, ma i quattro video uniti dall’elemento della linea vogliono far scaturire una riflessione sulle condizioni di riproduzione e invitare a ragionare su cosa significhi essere un’immagine.

    Il video sarà attivo in loop 24 ore su 24 per tutto il mese di ottobre.
    Metronom, Via Carteria 10 / 41121 –  Modena
    Ingresso libero / martedì-sabato 14-19 e su appuntamento.
    Info tel. +39 059 239501 / info@metronom.it / www.metronom.it

    Fotografia contemporanea: intervista a Silvia Bigi

    Fotografia contemporanea: intervista a Silvia Bigi

    Nel panorama della fotografia contemporanea emergono costantemente delle voci che vogliono mettere in luce e affrontare alcuni problemi. La protagonista di questo mese è la ravennate Silvia Bigi (1985). Facendo tesoro di esperienze all’estero, come il suo soggiorno a New York presso l’International Center of Photography, o come la residenza nella città croata di Dubrovink, l’artista si interroga costantemente su tematiche incentrate sul concetto di confine, di aggregazione e sul ruolo della donna nella società contemporanea.
    Senza voler anticipare nulla, abbiamo voluto farle qualche domanda per comprendere meglio la sua opera.

    Silvia Bigi © Angelo Palmieri

    L’albero del latte (2017) mette in luce una tematica molto delicata come la condizione della donna. In una società dove la questione femminile sta diventando centrale e urgente, pensi che l’arte possa contribuire attivamente a un cambiamento di pensiero e di aumento di consapevolezza? L’ambiguità insita in L’albero del latte in che modo potrebbe riuscire a dipanare queste tensioni?

    Esistono una lunga tradizione di femminismo e attivismo nell’arte. A differenza dei decenni passati, oggi le esperienze artistiche legate a questi temi appaiono disperse, poco coese, e spesso ostacolate dal sistema dell’arte che, in qualche modo, tende a etichettarle e a isolarle rispetto alle altre pratiche, a prescindere dal grado di innovazione e sperimentazione che portano con sè. Forse è per questo che la prospettiva femminile torna più che mai ad essere determinante, e che nuovi modelli sono necessari per ridefinire, rileggere, prendere coscienza del momento in cui ci troviamo.
    Rientro ora dalla decima edizione del Festival Internazionale Organ Vida. L’albero del latte è stato incluso nella mostra “Engaged, active, aware: women’s perspective now” a cura di Marina Paulenka e Lea Vene presso il Museo di Arte Contemporanea di Zagabria. Questa esperienza mi ha fatto riflettere sull’importanza del lavoro all’interno di un quadro più ampio. L’albero del latte nasce a partire da un ritrovamento casuale: in un parco a pochi passi da casa ho raccolto un piccolo libro contenente immagini di tobelije, le vergini giurate balcaniche. Le vergini giurate erano donne che rinunciavano alla loro identità femminile e alla loro sessualità trasformandosi in uomini, per evitare un matrimonio combinato o per ricevere l’eredità di famiglia. Per quanto “esotica” e apparentemente lontana nel tempo, questa storia mi ha fatto riflettere sui sacrifici che ancora oggi noi donne siamo disposte a fare in nome di una maggiore libertà o di maggiore potere sociale. Quante sono ancora oggi obbligate a scegliere fra carriera e famiglia, fra i tempi biologici espressi dal corpo e i propri obiettivi? L’albero del latte è un tentativo di affrontare la questione andando in profondità, indagando tematiche connesse all’origine del sistema patriarcale, che definisce rigidamente l’identità di genere dando l’illusione di qualcosa di naturale: ma il genere non è qualcosa di naturale, è sempre una costruzione sociale. Credo che sia questo a distinguerlo da altri lavori sul tema. Il suo andare alle radici, senza tuttavia perdere la connessione con il presente.

    Silvia Bigi, Vergine Giurata #1, dalla serie L'albero de latte, 2017

    Guardando i tuoi lavori si può notare una costante, ovvero la concezione di aggregazione nonostante si parli di confini: si pensi a The line between you and me (2016) e Cicatrici (2018) in cui la ricerca di una storia, basandosi su cicatrici sulla pelle e non, diventa centrale. Come vivi la dimensione del confine-aggregazione?

    Sono molto legata al concetto di reliance espresso da Edgar Morin. Per ‘relianza’ Morin intende quelle forze antitetiche di dispersione e aggregazione che sono le leggi stesse dell’universo. Se il tempo e lo spazio si comportano da forze separatrici, le forze di relianza si oppongono, cercando, attraverso una lotta, di evitare la dispersione, permettendo alla materia di organizzarsi e condensarsi. Di ritrovarsi. La vita – in tutte le sue forme – rappresenta una vittoria di relianza. In lavori come The line between you and me e Cicatrici cerco di raccontare questa dualità, di mostrare quanto le forze di separazione siano potenti. In The line between you and me parlo di confini relazionali e geopolitici, ponendo l’attenzione sul contatto con l’altro. Mentre in Cicatrici parto da una storia che coinvolge direttamente la mia famiglia, per poi approdare a un discorso più ampio sul senso di fragilità e precarietà dei nostri ricordi visivi. Il senso della vista è predominante nella nostra cultura ed è il principale filtro con cui conosciamo il mondo, e forse per questo la fotografia è uno strumento così efficace: mostra solo la superficie delle cose, ma la imprime come traccia. Il mio ruolo, in entrambi i lavori, è stato quello di ricongiungere qualcosa che si era perso, con un semplice atto di giustapposizione. Quindi in verità è il fruitore, con il suo sguardo, a terminare il lavoro, a percepire una nuova unità visiva attraverso il semplice atto del vedere.

    Silvia Bigi, The line between you and me, 2016
    Silvia Bigi, The line between you and me, 2016
    Silvia Bigi, La storia raccontata dal fuoco, dalla serie Cicatrici, 2018

    Geography of some eternal thing (2017) nasce come frutto di una residenza a Dubrovnik, al sud della Croazia. In questa esperienza hai voluto omaggiare la vita sotto diversi aspetti: dal seminare un campo ancora pieno di bombe, a usare il tuo sangue in contrapposizione al numeroso sangue versato una ventina d’anni fa durante la guerra in Jugoslavia. Alla fine, hai voluto separare, su una mappa, l’Italia dai Balcani rendendoli distanti. Come mai ti sei sentita così distante? In fondo, l’esperienza della guerra ha interessato in modo diretto anche il nostro Paese.

    La residenza nei Balcani è stata una delle esperienze più forti che abbia mai vissuto. Sono partita da Dubrovnik e ho affrontato un viaggio in Bosnia che mi ha permesso di entrare a contatto con le vittime del conflitto della Ex-Jugoslavia. Le cicatrici in quei luoghi sono fisiche, ma soprattutto mentali. Tutte le azioni da me compiute nascono dalla volontà di espiare un senso di colpa che ho sempre avuto. All’epoca della guerra io ero solo una bambina, e come tutti assistevo ai notiziari: sapevo che si trattava di qualcosa di vicino, ma il filtro mediatico rendeva tutto estremamente distante. Ne ero spettatrice, eppure dall’altro lato dell’Adriatico accadeva qualcosa. La mappa è la rappresentazione visiva di uno stato interiore, quello di percepire un luogo come lontano a prescindere dalla reale distanza chilometrica. Il planisfero che noi tutti conosciamo sin dall’infanzia è una proiezione basata sull’eurocentrismo, la sua iconografia si basa su un semplice punto di vista: l’Europa al centro. Come possiamo definire un centro? In tal senso quest’opera è una provocazione, un tentativo di far riflettere sul modo in cui ci rapportiamo all’altro, soprattutto in caso di emergenze e conflitti. Basta osservare cosa sta accadendo proprio ora.
    Le altre azioni compiute, come far germogliare un palazzo bombardato o di ‘guarire’ le ferite utilizzando una sostanza alchemica come l’oro, sono un tentativo di osservare come dalla morte possa nascere nuova vita, in un eterno ciclo. Da qui il titolo del lavoro, Geografia di alcune cose eterne.

    Silvia Bigi, Geography of some eternal things, 2017
    Silvia Bigi, Geography of some eternal things, 2017
    Silvia Bigi, Geography of some eternal things, 2017
    Silvia Bigi, Geography of some eternal things, 2017

    Isola richiama molto le tematiche affrontate dalla geografia umana, in particolar modo sulla capacità dell’uomo di creare luoghi e, viceversa, sulla capacità del luogo di creare identità. Qual è il tuo rapporto con il luogo?

    Sono convinta che la sinergia tra l’uomo e il luogo sia determinante e che questa si ridefinisca costantemente. Il luogo nutre l’identità individuale, l’identità (e la comunità) il luogo. La Romagna è la mia terra d’origine e per questo mi sono sempre impegnata a osservare in che modo le sue tradizioni abbiano forgiato chi sono, il mio sistema di valori e di pensieri. Sono estremamente affascinata dai rituali pagani che continuano a vivere nelle feste popolari, e soprattutto dai suoni aspri e sanguigni del dialetto romagnolo, che ho utilizzato nella stesura de “Il codice”, l’opera che conclude L’Albero del latte. Si tratta di un ricamo di più di tre metri che riporta leggi scritte da donna a donna, una sorta di possibile trasmissione segreta, di cui ho simulato un ritrovamento nelle colline romagnole. In Isola invece porto l’attenzione su una casa e su un piccolo villaggio che hanno impressi su di sé la storia del mio albero genealogico. I miei nonni, i “demiurghi” di quella piccola comunità familiare, oggi non ci sono più, e altri lo hanno abbandonato nel tempo. Tuttavia ho avuto l’impressione che nell’assenza fosse ancora più evidente la loro esistenza. Un po’ come se lasciassimo traccia di noi oltre i confini della materia. Questo mi ha condotta a riflettere sulla fotografia come traccia, come indice, e così ho deciso di lavorare sui contorni delle figure, come a evidenziarne una sorta di presenza al di là del contesto specifico. Credo che Isola sia un lavoro aperto, non ancora concluso. A volte torno e aggiungo un pezzetto.

    Perché proprio il mezzo fotografico per rappresentare qualcosa in continuo mutamento e vitale?

    Sento sempre l’urgenza di superare i confini dell’immagine fotografica, di andare oltre la sua bidimensionalità. Per questo spesso i miei lavori incrociano altre pratiche, in particolare video, suono, ma anche scultura e arte tessile. Eppure sento che attraverso lo strumento fotografico ho ancora tanto da dire e da esplorare. Forse proprio perché siamo di fronte a trasformazioni e mutamenti epocali, ma continuiamo a nasconderci, a fidarci di ciò che vediamo, a trovare un senso di stabilità nel vedere. Per me le immagini fotografiche sono come dei portali: possiamo scegliere di guardarne solo la superficie oppure sbirciare oltre, e vedere di più. La responsabilità è di chi sceglie cosa guardare.

    Silvia Bigi, Isola, 2015
    Silvia Bigi, Isola, 2015
    Silvia Bigi, Il sangue e il latte, 2017, dalla serie L'albero del latte
    Silvia Bigi, Il sangue e il latte, 2017, dalla serie L'albero del latte
    La mostra “Prospecting Ocean” di Armin Linke a Venezia

    La mostra “Prospecting Ocean” di Armin Linke a Venezia

    In un mondo in cui l’ambiente sta diventando sempre più centrale sia nel dibattito politico che in quello più strettamente personale nella vita delle persone, come viene vista la questione legata alla situazione degli oceani?

    Armin Linke, fotografo e videomaker, ha voluto mettere in luce lo stato attuale degli oceani portando a sostegno documenti, interviste e immagini scientifiche nella mostra Prospecting ocean, allestita a Venezia presso l’istituto di Scienze marine (CNR-ISMAR). Un’esposizione che vuole porre domande invece che risposte: un lavoro triennale di ricerca commissionato da TBA21–Academy  condensato in undici sale che legano scienza, tecnologia e produzione artistica per mettere in luce i difficili rapporti tra le istituzioni preposte alla gestione dell’ambiente marino, il mondo accademico e la posizione dei cittadini sulle sfide con cui devono misurarsi oggi i nostri oceani. Linke non mira a presentare l’idea romantica e poetica dell’oceano a cui siamo abituati, ma cerca di far vedere l’aspetto legale, burocratico e scientifico, facendo emergere una situazione in cui si dà importanza alle continue estrazioni anziché redigere una complessa regolamentazione e legislazione rischiando di compromettere l’ecologia e di arrivare a uno sfruttamento smisurato delle risorse.

    Armin Linke, Prospecting Ocean. Installation view at CNR-ISMAR, Venice, 2018. Commissioned and produced by TBA21–Academy. Photo Giulia Bruno

    Attraverso riprese degli abissi marini grazie ai veicoli sottomarini a controllo remoto (ROV), interviste a scienziati, decisori politici e giuristi, presentazione di materiali fisici quali blocchi di manganese o carotaggi, la mostra analizza l’estetica dei dispositivi tecno-scientifici e prende in esame l’attrito tra protezione ecologica dei nostri oceani e loro sfruttamento politico ed economico in una mostra in cui è possibile vedere quegli aspetti solitamente nascosti al grande pubblico.

    Questo progetto ha portato Linke ad affiancare i maggiori esperti in materia, riuscendo a presenziare alla conferenza internazionale del 2017 in Giamaica sul futuro degli oceani e incontrare gli attivisti ambientalisti della Papua Nuova Guinea. Oltre alla presenza di numerosi video che mostrano discorsi di convegni internazionali, sono anche presenti serie fotografiche e una videoinstallazione dove vengono giustapposti dati scientifici, immagini del fondale realizzate da ROV a 5000mt di profondità per l’estrazione di campioni da studiare in laboratorio, e musiche classiche che vanno a conferire all’installazione una dimensione quasi contemplativa nonostante gli elementi basilari dell’opera siano tutt’altro che poetici.

    Armin Linke, Prospecting Ocean. Installation view at CNR-ISMAR, Venice, 2018. Commissioned and produced by TBA21–Academy. Photo Giulia Bruno

    Moltissimi elementi, quindi, che vanno ad alimentare un senso di complessità su una tematica fondante per la vita umana ma che presenta ancora grandi dubbi e questioni.

    Armin Linke, Prospecting Ocean. Installation view at CNR-ISMAR, Venice, 2018. Commissioned and produced by TBA21–Academy. Photo Giulia Bruno

    Dal 23/05/2018 al 30/09/2018

    Ingresso gratuito

    Per una consapevolezza | Intervista a Giuseppe La Spada

    Per una consapevolezza | Intervista a Giuseppe La Spada

    Giuseppe La Spada, classe 1974, si definisce come un artista interdisciplinario ispirato dalla natura, poesia e suono, con una grande passione per il pensiero sistematico. Interessato da sempre a tematiche ambientali, ha esposto i suoi lavori in Europa, America e Asia, dalle quali ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Webby Awards vinto nel 2007 con un progetto online legato all’ecologia. Proprio quest’ultima tematica è centrale nella sua ricerca artistica che cerca sia di riproporre un contatto, tramite il medium digitale, tra uomo e natura, sia di innescare una riflessione nello spettatore proprio sulla delicatezza dell’elemento naturale, muovendo un pensiero che non sia solo prettamente artistico, ma anche morale ed etico.

    Oltre a opere simili il lavoro di La Spada spazia anche tra tematiche contemporanee come la questione dei migranti. Attualmente vive e lavora a Milano, nel 2017 ha presentato l’installazione “Shizen no Koe” al “Festival per la Terra” al Museo oceanografico di Monaco, e ha da poco sviluppato un progetto di cui non anticipiamo nulla. Curiosi di sapere di più del suo lavoro, gli abbiamo fatto qualche domanda, buona lettura!

    Migants

    Il tuo lavoro è permeato dalla presenza dell’elemento acquatico. In molte opere, esplicito però in Sublimis, parli di un mondo sotto la superficie: la tua volontà di operare sotto la superficie dell’acqua ha a che fare con una visione delle cose più profonda e che vuole andare in profondità?

    Uno dei due significati di Sublimis è sub-limo “sotto il fango” che per me rappresenta lo stato di decadenza che stiamo vivendo. In generale il mio rapporto con la parte sotto la superficie è legato al viaggIo verticale. Il viaggio verticale è una metafora del viaggio spirituale. L’acqua è un pretesto per parlare dell’essere umano e anche del suo rapporto con l’ambiente.

    I tuoi soggetti sono comunque vicini alla superficie, c’è un significato preciso in questa tua operazione artistica? Perché, invece, non stanno più in profondità?

    La superficie è fondamentale per delineare il confine tra i due mondi: emerso ed immerso. C’è sempre una parte di noi che nessuno vedrà mai; molto spesso l’ingresso in acqua è l’inizio del viaggio e del lasciarsi andare. Oggi la gran parte delle persone difficilmente riesce ad andare in profondità, viviamo delle vite molto veloci, pochi si immergono realmente. Da un punto di vista estetico ho sempre amato la linea di superficie con i relativi effetti che l’acqua crea rispetto ad una tinta piatta (che dà uno scatto in profondità): è una sorta di firma irripetibile che l’acqua mette in ogni scatto.

    Avision

    Alcuni lavori, come Collapsing o Real Pollution, sono stati sottoposti a una manipolazione digitale voluta. Queste modifiche sono viste come uno specifico intervento dell’artista o hanno un significato altro?

    Non mi sono mai considerato un fotografo tradizionale, per me la tecnologia è un layer interpretativo della realtà. Nelle opere citate diventa l’elemento generativo di un processo di opera altra che non sarebbe tale senza l’intervento della stessa. In Collapsing è la tecnologia che genera una immagine nuova, in Real Pollution l’intervento sull’immagine è un semplice rafforzamento del concetto.

    Collapsing

    Affronti spesso temi legati a problemi ambientali. Qual è il tuo rapporto col mondo circostante? Utilizzi medium digitali anche per venire incontro a tali problematiche?

    Credo che l’uomo contemporaneo si sia molto allontanato dalla natura tanto da essersene quasi completamente separato. Io in primis cerco di recuperare il rapporto ed i benefici di questa relazione. Sono un artista interdisciplinare ed utilizzo lo strumento più idoneo ad esprimere il concetto per raggiungere il pubblico di riferimento. Per questo molto spesso creo installazioni interattive in cui le persone entrano in contatto con l’elemento naturale e grazie alla tecnologia posso far vivere una esperienza immersiva.

    In a changing Sea Jelly

    Mi hai accennato di un progetto legato all’ambientalismo. Ci puoi dire qualcosa di più?

    Quasi tutti i miei progetti hanno una connessione molto forte con il mare. Oggi credo che in generale, ma soprattutto nello specifico i miei lavori debbano avere un impatto sul maggior numero di persone possibili proprio per cambiare la consapevolezza riguardo i temi ambientali. Per questo è nato We are Drops che è un movimento artistico nato per far comprendere alle nuove generazioni quanto sia importante il comportamento dei singoli individui per tentare di risolvere le problematiche ambientali. Il progetto prevede l’incontro tra arte e scienza, mostre in cui espongono anche bambini e ragazzi, talk relativi a problematiche ambientali, divulgazione nelle scuole e l’utilizzo della tecnologia per creare momenti di interazione per rendere l’esperienza memorabile.

    “SOLILOQUY” di SAM TAYLOR-JOHNSON

    “SOLILOQUY” di SAM TAYLOR-JOHNSON

    Sam Taylor Johnson (Londra, 1967), in origine Taylor- Wood, nasce inizialmente come scultrice per poi passare al medium fotografico e cinematografico dagli anni ’90 in poi. Il centro della sua riflessione si muove sulla spaccatura tra essere e apparire in situazioni in cui la linea tra il senso interiore ed esteriore è labile; proprio per la complessità del suo lavoro si è dunque deciso di porre un piccolo focus solamente su una delle sue serie fotografiche: Soliloquy (1998-2001).
    Il titolo della serie deriva dal vocabolario shakespeariano in cui l’attore espone ad alta voce ciò che pensa per poi tornare alla recitazione dell’opera; questa dimensione di distacco in cui una persona può estraniarsi e vedere le sue sensazioni grazie a un occhio interno è ciò a cui l’artista mira cercando di fare emergere particolari folli, onirici e scandalosi delle persone.

    L’impostazione formale della serie, complessivamente formata da otto fotografie, rimanda alla pittura antica, da Simone Martini a Beato Angelico, da Paolo Uccello ad Andrea Mantegna, utilizzando come modello le loro pale d’altare constanti in una parte principale in cui vi è raffigurata una scena divina con uno o pochi santi, e una predella in cui vi è rappresentata la vita terrena del santo. La dicotomia cielo-terra presente in queste pale vuole trasporsi in Soliloquy anche con un “diverso senso formale tra alto e basso, tra sublime e fisico, tra immateriale e materiale”: l’intento dell’artista è che i due registri dialoghino tra di loro e che vengano letti come un tutt’uno, come due poli facenti parte della stessa energia, tanto che spesso la figura nella parte superiore trasborda nella parte inferiore, come in Solilquy II.

    Soliloquy II

    In Soliloquy III è ravvisabile una forte somiglianza con la Venere di Tiziano, con Paolina Borghese di Canova, ma anche con l’Olympia di Manet in cui il soggetto rappresentato è consapevole della forte carica erotica che suscita, mentre nella predella, invece, la protagonista veste di rosso e guarda la scena orgiastica come se ne fosse estranea. Lo spazio utilizzato per la composizione è dato da un comune appartamento che contrappone la banalità dell’ubicazione alla forza carnale dei corpi.

    Soliloquy III

    Soliloquy IV esplica in maniera chiara a nitida tutta la poetica della serie in quanto incarna elementi fantasiosi e onirici mostrando una donna nuda dormiente nella parte superiore, mentre nella predella compaiono tre nani, un bambino e due gemelli che incarnano l’opposto della normalità. Qui l’artista mira a creare una logica fragile il cui esito doveva essere paradossale e labirintico in cui la donna, in preda a un sogno, stesse vedendo la scena della predella in cui lo spazio vuoto e le pose teatrali fossero collegate alla dimensione onirica della protagonista, creando quindi anche un cortocircuito a livello temporale. La creazione di una dimensione temporale altra e autonoma che faccia convivere passato e presente è una condizione necessaria per l’intera serie che si propone come un momento in cui il fantastico ne fa da protagonista e che invita lo spettatore a ragionare su come la condizione sognante possa essere esperita non solo durante il sonno, ma anche durante la veglia, mostrando il passaggio di diversi stati dell’esistenza (dal pieno al vuoto, dal maschile a femminile) che creano non tanto differenza, quanto totalità.

    Soliloquy IV

    Fonti:

    L’ARABESCO DEL TEMPO DI GIULIANA STORINO

    L’ARABESCO DEL TEMPO DI GIULIANA STORINO

    Dal 18 marzo al 29 aprile 2018 Villa Brandolini ospiterà la personale di Giuliana Storino, l’arabesco del tempo. La mostra, curata da Giacinto di Pietrantonio, riflette su quel delicato rapporto tra l’essere e il divenire nel processo alchemico della materia, utilizzando soprattutto materiali naturali come l’acqua e la terra. Il titolo è quanto mai significativo in quanto sottolinea la relazione tra un aspetto tradizionale e visibile, l’arabesco, con uno più concettuale e invisibile, il tempo. Per l’artista, infatti, queste due dimensioni si connettono tra di loro perché accumunate del medesimo pensiero che si concreta in installazioni, disegni, pitture, sculture e video.

    Emblematico è il metodo di realizzazione delle opere che consta nella personale produzione delle tele e carte grazie all’utilizzo di colle ed elementi naturali, su cui viene posato uno strato di terra che verrà poi modificato dall’azione dell’acqua il cui movimento è equilibrato dal gesto umano. Tale processo creativo necessita di precisione e delicatezza, quest’ultimo elemento caratterizzante di tutto il lavoro di Giuliana Storino. Il materiale naturale, come la natura stessa, ritagliano nell’opera dell’artista un ruolo di rilevante importanza: dall’equilibrio precario e al contempo permanente di Identica visione, alla dimensione arcaica dei cicli di acqua e di terra, le sostanze persistenti che l’artista setaccia e sedimenta in Arabeschi e Radure, invitando a meditare sulla ciclicità della natura e la precarietà dell’esistenza.

    Storino esalta l’importanza dell’elemento umano, sia sotto forma di atto performativo come, appunto, la realizzazione delle sue carte, sia dal punto di vista del soggetto da rappresentare, come nel caso dell’opera I vertebrati, dove una sequenza di mani assumono le sembianze di una colonna vertebrale, un chiasma visivo e d’inganno percettivo a ricordarci che la mano ha reso l’uomo umano.

    Vertebrati

    L’opera site specific Cicàdidi consta nella creazione di una foresta di liane olografiche e un sistema audio immersivo studiato per l’installazione, che riproduce il canto delle cicale a formare un arabesco sonoro. L’ambiente naturale entra nello spazio artificiale e si propaga nell’ampio giardino disorientando i passanti.

    L’arabesco del tempo, metafora della perenne novità di ogni atto, porta con sè il tempo dell’accadimento, dove il segno risponde al ritmo della respirazione del corpo.
    Sabato 7 aprile dalle ore 17:30 in Villa Brandolini ci sarà la presentazione ufficiale del catalogo.

    Cicladi
    Infinito Presente

    Villa Brandolini
    Piazza Libertà 7, 31053 Pieve di Soligo (TV)
    Dal 18 marzo al 29 aprile 2018 – inaugurazione 18 marzo 2018 ore 18:00
    Orari: sabato 16.00-20.00 domenica e festivi 10.00-12.00 / 16.00-20.00
    Chiuso la mattina di Pasqua
    e su appuntamento
    www.pievecultura.it

    Venezia con gli occhi di un professionista e di un amatore | VENISE ’55-’65.

    Venezia con gli occhi di un professionista e di un amatore | VENISE ’55-’65.

    Fino al 13 magg­io 2018 la fondazione Wilmotte mette a disposizione i suoi spazi per la mostra “VENISE ‘55/’65”, un’esposizione che guarda al decennio tra la metà degli anni ’50 e ’60 del Novecento attraverso 24 lavori di Gianni Berengo Gardin e 30 di Sergio del Pero, entrambi militanti nel circolo fotografico veneziano La Gondola.

    Fondamentale è infatti il ruolo che quest’ultima assunse nel corso del dibattito dell’epoca sulla funzione e importanza della fotografia: in pieno periodo crociano e formalista, questa associazione si vide come sostenitrice di alcune concezioni neorealiste, volgendo lo sguardo verso tematiche apparentemente più semplici, come la vita quotidiana e il paesaggio, ragionando però su tutta quella complessità che scenari di questo tipo potevano avere. Ne è un esempio il rapporto uomo-paesaggio, dove a una preminenza del primo sul secondo, comincia pian piano a farsi strada una complementarietà o, addirittura, di una superiorità del secondo sul primo.

    Ed è proprio in questo clima di cambiamenti e nuove visioni sulla realtà che si inseriscono i lavori di Gardin, fotoreporter considerato uno dei più grandi fotografi del secolo, e Del Pero, fotoamatore. Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 10 ottobre 1930), in un’intervista che è possibile ascoltare all’interno della mostra, parla della grande ignoranza nella lettura e comprensione di una fotografia che, però, non è per lui una forma d’arte, quanto invece una “buona forma di artigianato”. E da bravo artigiano è riuscito a cogliere le relazioni tra alcuni elementi, eternizzarli tramite la fotografia e mostrare una Venezia viva e autentica. L’uomo e l’architettura diventano due elementi complementari: il volume dell’architettura si fonde con la leggerezza dell’elemento umano, portando le abitudini veneziane a un livello di indagine e complessità molto più alto.

    Gianni Berengo Gardin ©
    4. ponti_della_ canonica_e_dei_sosiri_Gardin

    Meno composta e geometrica è invece la fotografia di Sergio Del Pero (Murano, 31 agosto 1913- Mestre 1987), il cui lavoro è un gioco di visione e sentimento. In ogni fotografia ci deve essere carattere e poesia, aspetti che trova nei gesti più comuni, dai rimedi contro l’acqua alta al semplice attraversamento di un ponte. Pure le sue opere sono pregne di elementi architettonici che però qui guardano silenziosamente l’agire l’umano. L’opera del fotoamatore veneziano ben si innesta in questa nuova visione tale per cui la presenza dell’uomo e della sua sensibilità furono alla base della ripresa culturale che investì l’Italia nel secondo dopoguerra per approdare a un nuovo concetto di umanità che non doveva più basarsi sulla forza o sull’egemonia territoriale fino ad allora promossi dal fascismo, ma fondata invece su aspetti più umani e veri.

    Circolo Fotografico La Gondola - Sergio del Pero ©

    Questi nuovi approcci sono visibili in moltissimi fotografi dell’epoca, ma fino a maggio cerchiamo di goderci quelli di Berengo Gardin e Del Pero nella città a loro più cara: Venezia.