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Giulia Di Giacomo

About Giulia Di Giacomo

Siciliana trapiantata a Firenze e laureanda in Storia dell’arte. Sono approdata tardi a questo genere di studi ma ho sempre coltivato interessi che potessero avvicinarmi ad ogni forma d’arte, fra cui la danza, il teatro e la scrittura. Credo nella cultura con la C maiuscola, l’unica degna di questo nome.
    Daniele Accossato, dove la necessità prende forma

    Daniele Accossato, dove la necessità prende forma

    Daniele Accossato è nato nel 1987 a Torino, dove attualmente vive e lavora. Sin da giovanissimo ha iniziato a dedicarsi totalmente alla scultura, che ha scelto come suo linguaggio espressivo preferenziale. Si è formato presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, dove nel 2011 ha ottenuto con il massimo dei voti il diploma in scultura. Già nel 2009 ha iniziato la sua attività espositiva partecipando a mostre collettive e concorsi, e nel 2012 si è aggiudicato il premio “Toro d’acciaio” come migliore artista della manifestazione Paratissima. Nel 2015 ha esposto la sua prima personale nella galleria Franz Paludetto di Torino e, un anno dopo, durante la dodicesima edizione di Paratissima ha ottenuto il premio “Maurizio Collino” per giovani talenti emergenti.

    La tua è una totale dedizione nei confronti del linguaggio della scultura partendo spesso dal suo aspetto più tradizionale, soprattutto considerando le frequenti citazioni dall’antico. Come si concilia – o si scontra questo aspetto con il panorama artistico a te contemporaneo? In una realtà così succube della massificazione e della produzione in serie, quanto è importante per te il recupero del gesto dell’artista, della sua manualità?

    Il Gesto è fondamentale. Prima di tutto, per chi lo pratica…è terapeutico. In una società sclerotizzata come la nostra in cui siamo portati ad un’iperattività nella mente e nel virtuale, spesso dimentichiamo di dare sfogo a quella parte fondamentale di noi, quella legata al sensoriale con la quale creiamo un legame, una connessione con la realtà, con la terra. Ognuno deve riuscire, con caparbietà e magari fortuna, a trovare il metodo migliore col quale esprimere sé stesso. Io penso di averlo trovato nell’alchimia della prassi scultorea.

    Per quanto riguarda la tecnica ed i materiali, invece, su cosa ti orienti? Qual è il processo che segui e quanto incide il tuo rapporto con la materia sul risultato finale?

    Il materiale è parte attiva del processo creativo. L’obbiettivo principale, la Necessità, è raggiungere con la maggiore immediatezza possibile la tangibilità fisica dell’immagine che più corrisponde all’idea. Per questo prediligo come elemento di partenza la terra, la creta. Da qualcosa di così basilare, di così scontato come la terra si ha la sensazione di poter dare vita a qualsiasi forma. Ci si sente come una sorta di piccolo demiurgo. Dopo la fase di modellato, quando l’idea inizia a prendere consistenza, è compito dello scultore trovare la soluzione migliore, il compromesso efficace tra idea originaria, resa tattile, composizione nell’ambiente e fattibilità pratica. Solitamente mi affido alle tecniche di formatura per definire materiali duraturi come resine, cemento, bronzo o ceramica.

    Sempre in merito alla citazione dall’antico, molti dei tuoi lavori si basano sulla scelta di riproporre opere note della produzione artistica del passato in una nuova veste che è a tratti dissacrante, provocando in certi casi anche una sorta di straniamento in chi osserva. Qual è la sensazione o la riflessione che vuoi suggerire? La tua vuole essere una provocazione?

    I soggetti scelti sono archetipi, immagini simboliche che risuonano in noi ognuna in un determinato modo. Penso sia importante partire da ciò che abbiamo attorno, da ciò che costituisce la nostra cultura col fine di interiorizzarla, filtrarla e quindi superarla. Nel citazionismo c’è un sentimento di riconoscenza verso ciò che nella storia è stato considerato Bello. Nei miei lavori queste icone vengono però in qualche modo maltrattate, celate, costrette, sacrificate. Vengono tirate giù dal piedistallo. È questo l’aspetto che scaturisce dal contemporaneo, dalle percezioni del presente. Di certo l’atto simbolico di “rapire” opere iconiche del passato risulta dissacrante. Può rappresentare il bisogno di liberarsi da un’educazione, da una tradizione che in certi casi può essere tarpante, bloccarci in preconcetti e canoni. Allo stesso tempo è un modo per dare nuova vita, rendere più vicini a noi, più umani dei simboli considerati intoccabili, inestimabili. Personalmente ritengo che la chiave di lettura di questa serie di sculture sia non tanto nel soggetto scultoreo centrale (che si riduce ad archetipo), quanto nella sua “cornice”, il contenitore. Le sculture vengono infatti rinchiuse ed esposte nei loro contenitori da trasporto, casse o gabbie in legno che sono allo stesso tempo prigione e protezione. È in questo elemento che troviamo l’attualità, accompagnata da un certo senso critico. Le casse, le gabbie da trasporto, gli imballaggi fanno dell’opera una merce. Qualcosa che verrà spedita, trasportata, venduta e magari rivenduta e ritrasportata. Emergono dei controsensi: è davvero possibile che Arte sia anche merce? L’arte non è tale in quanto libera? Se si ha la necessità e quindi l’obbiettivo della vendita, è possibile creare arte? Quanto incide sulla possibilità di creare un’opera considerata d’arte (e quindi in qualche modo eterna) il doverla immettere immediatamente sul mercato? Potrebbe essere arte performativa questa stessa immissione sul mercato? È possibile che la vera Arte nasca da compromessi?

    Tutta la tua produzione sembra oscillare costantemente fra la classicità e la modernità. In che rapporto dialogano queste due componenti? Quanto è l’antico ad ispirare il moderno e quanto invece è il moderno ad arricchire di nuove suggestioni le forme del passato?

    C’è un‘oscillazione tra classicità e modernità perché c’è una costante ricerca di equilibrio. Elementi apparentemente in contrasto tra loro tentano un’interazione a volte arricchendosi a vicenda altre scontrandosi con la speranza – evidentemente vana – di trovare quella forma di accordo, di pace che nella realtà forse non ci è dato di conoscere.

    Arte e storia fra dipinti, sculture e tessuti: le “tracce” della moda a Palazzo Pitti

    Arte e storia fra dipinti, sculture e tessuti: le “tracce” della moda a Palazzo Pitti

    A partire dal 2016, con la direzione generale di Eike Schmidt, quella che nel 1983 era nata come Galleria del Costume ha preso il nome di Museo della Moda e del Costume. Situato nell’ala meridionale della prestigiosa sede di Palazzo Pitti, vanta il ruolo di primo museo statale in Italia dedicato alla storia della moda e del costume, accogliendo al suo interno abiti ed accessori dal XVIII secolo ai primi decenni del secolo scorso, oltre ad alcuni esemplari cinquecenteschi. L’esposizione permanente ruota ogni quattro anni, in modo da conciliare ragioni conservative con una più possibile ampia fruizione della collezione da parte del pubblico.

    Lo scorso anno è stata inoltre ideata al suo interno una mostra in più appuntamenti che ogni sei mesi rinnova l’allestimento, il cui materiale esposto si compone di una suggestiva combinazione di abiti conservati nel museo e di opere d’arte provenienti dalle collezioni della Galleria di Arte Moderna.  Attualmente è in corso il secondo capitolo di “Tracce. Dialoghi ad arte nel Museo della Moda e del Costume”, visitabile fino alla fine dell’anno. A cura di Caterina Chiarelli, Simonetta Condemi e Tommaso Lagattolla e con allestimento di Mauro Linari, il percorso espositivo consta di un vero e proprio viaggio sala dopo sala, attraverso i secoli ma soprattutto attraverso i tessuti degli splendidi abiti che instaurano un dialogo con le opere a loro accostate.

    Oltre ai raggruppamenti tematici, sono presenti anche approfondimenti su alcuni stilisti. Con pochi capi esposti e con grande efficacia visiva – data anche dalla chiarezza, per nulla scontata di questi tempi, dei pannelli esplicativi all’interno delle sale – è possibile comprendere quali siano stati gli elementi di novità che hanno fatto passare alla storia alcuni dei grandi nomi del mondo della moda. Non poteva per esempio mancare, in una mostra che vuole suggerire un colloquio fra moda e arte, la figura di Fiorucci, che ha guardato all’arte di strada e all’arte pop collaborando con Keith Haring e Andy Warhol e facendo un uso completamente nuovo del tessuto di jeans. Viene poi presentato il procedimento di stampa su pelle brevettato da Roberto Cavalli negli anni ’60, oltre ad altre tecniche quali l’applicazione della pelle su pelle con particolari effetti materici e cromatici. Un importante pezzo di storia è rappresentato anche dall’introduzione del tailleur nel mondo femminile ad opera di Coco Chanel nel 1917, di cui sono presenti in mostra varie derivazioni.
    Il risultato è un colloquio perfettamente riuscito fra arte e moda, oltre che fra esposizione e visitatore. Un interessante modo, insomma, per visitare Palazzo Pitti e per conoscere un po’ della nostra storia seguendo una strada meno consueta, ma consigliatissima.

    Le icone di Steve McCurry in mostra a Villa Bardini

    Le icone di Steve McCurry in mostra a Villa Bardini

    Quest’estate, fino al prossimo 16 settembre, gli splendidi paesaggi di Villa Bardini a Firenze si arricchiscono degli scatti di Steve McCurry (Darby, PA, 1950), maestro indiscusso della fotografia contemporanea mondiale. “Steve McCurry. Icons” è la retrospettiva a lui dedicata in occasione dei quarant’anni di carriera, raccontati in 100 fotografie che ripercorrono tutte le tappe salienti del suo percorso professionale. Il titolo è più che appropriato, dal momento che molte delle sue opere sono diventate delle vere e proprie icone, dei simboli la cui immagine ha raggiunto per notorietà ogni angolo del pianeta. Solo per citare uno dei più celebri, si pensi al ritratto di Sharbat Gula, la ragazzina afgana che immortalò in Pakistan per la prima volta nel 1984 e che occupa un posto d’onore in mostra chiudendone significativamente il percorso. A questo scatto è dedicata anche la proiezione di un documentario prodotto dalla National Geographic, in cui si racconta la tormentata vicenda che ha visto McCurry impegnato nella ricerca della ragazza che ha portato, 17 anni dopo, al suo ritrovamento.

    Sharbat Gula, Afghan Girl, Peshawar, Pakistan, 1984

    Non è esagerato dire che chiunque, almeno una volta, si è trovato osservato da questi occhi dai quali è impossibile difendersi. La fama mondiale di questo scatto ha fatto sì che diventassero iconici, appunto, conosciuti a tutti come accade con le fotografie che sono passate alla storia. Non si tratta più del semplice ritratto di una ragazza, forse non è più neanche una persona ad essere raffigurata. In questo scatto viene raccontato il volto della povertà, della miseria, della disperazione che non sono più solo afgani ma universali. Questo voler documentare una condizione che assume proporzioni universali è comune a tutti i lavori di McCurry ed in particolar modo ai ritratti, che occupano da sempre un posto fondamentale nella sua produzione.

    “Sono sempre stato interessato a ritrarre le persone. Mi affascinano le differenze somatiche della grande famiglia dell’uomo. I volti hanno proporzioni diverse, colori, misure diverse. Ma soprattutto hanno la capacità di raccontare un’esistenza, una condizione di vita.”

     

    Hong Kong, China, 1984, Performers backstage from the Chinese Opera
    Hazaras, Kabul, Afghanistan, 1993, A young Afghan soldier
    Hazaras, Kabul, Afghanistan, 1993, A young Afghan soldier

    McCurry ha viaggiato tantissimo durante tutta la carriera, visitando paesi di cui ha voluto raccontare ogni aspetto. Ma non ha mai fotografato i luoghi; ha sempre fotografato le persone. La vera protagonista dei suoi scatti è sempre la presenza umana. Tutto il resto, anche nei casi in cui può sembrare prevalente, fa in realtà solo da cornice.

    Blue Mosque. Mazar-i-Sharif, Afghanistan, 1991

    Come ogni grande fotografo, McCurry sfrutta sapientemente lo strumento più importante di cui dispone: il suo sguardo. Un’attenta osservazione, la curiosità vivace di chi non è mai sazio e la pazienza di attendere il momento giusto sono i suoi più grandi punti di forza, senza i quali non avrebbe potuto regalare al mondo occidentale così tanti frammenti di vita quotidiana di popolazioni lontane.

    “Mi piace fare fotografia affidandomi semplicemente al mio spirito d’osservazione; che sia a Kabul, o i Europa, o in qualsiasi altro luogo. Se ti affidi all’osservazione succederà sempre qualcosa di interessante!”

     

    Il risultato è quello che forse può considerarsi il più potente di tutti, per la fotografia in particolare ma per l’arte intera più in generale: l’abbattimento di ogni frontiera e ogni confine.

    Intha Fisherman on Inle Lake, Burma, 2011
    • Per info e immagini: https://www.fondazionecrfirenze.it/area-stampa/

    Il Museo Novecento di Firenze | Un museo della città e per la città

    Il Museo Novecento di Firenze | Un museo della città e per la città

    “Firenze ha rappresentato per secoli lo spirito universale della civiltà, della cultura e dell’arte, nel mondo occidentale. Le testimonianze di questa opera storica che interessa tutto il mondo civile debbono essere salvate e conservate.
    Abbiamo bisogno di tutti”.

    Si concludeva con queste intense parole l’appello lanciato nel 1966 dal critico e storico dell’arte Carlo Ludovico Ragghianti, all’indomani della nota alluvione che stravolse la città. In quell’occasione, Ragghianti si rivolse ad artisti e collezionisti di tutta Italia ed oltre, chiedendo loro di donare un’opera a Firenze. In questo modo sarebbe stato possibile ripartire dal contemporaneo, arricchendo e rigenerando con arte “nuova” il patrimonio artistico fiorentino. La risposta a questo appello fu accolta da oltre 280 artisti, e uno dei fertili risultati di questa iniziativa si ebbe solo nel 2014, con l’inaugurazione del Museo Novecento. Con sede nell’antico Spedale delle Leopoldine, Il Museo si affaccia sulla piazza di Santa Maria Novella ed è dedicato all’arte italiana del ventesimo secolo.

    Il nucleo originario del museo è costituito dalla collezione Alberto Della Ragione, donata al comune in seguito all’appello di Ragghianti e che vanta al suo interno opere di grandi esponenti dell’arte del secolo scorso, fra cui Giorgio De Chirico, Renato Guttuso, Lucio Fontana, Marino Marini, Fortunato Depero. Lo scorso maggio il museo ha aperto le porte al pubblico dopo un periodo di riorganizzazione interna, offrendo all’utenza una serie di novità. Innanzitutto, un riallestimento della raccolta Della Ragione, proposta in sezioni tematiche che affrontano vari aspetti della pittura e della scultura, quali le nature morte, i nudi, i paesaggi.

    [Foto 2]

    Un’importante introduzione nel percorso museale è costituita dal lascito Ottone Rosai, un piccolo ma significativo corpus di opere dell’artista realizzate fra gli anni ’40 e ’50, donate nel 1963 al comune di Firenze dalla moglie e dal fratello. I dipinti, tra realismo ed espressionismo, si dividono in ritratti che Rosai eseguì con grande sensibilità per amici illustri (Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti ed altri), e paesaggi che raffigurano scorci e monumenti significativi della città.

    Ma il museo, in questa sua nuova veste, propone anche molto altro. Oltre ad un intenso ed arricchito programma di visite, conferenze, attività didattiche e laboratoriali mirate per specifiche categorie di pubblico, quella che forse è la novità che ha più modificato la fruizione degli spazi museali è l’introduzione di svariate mostre temporanee. Anche prima dello scorso maggio erano presenti ambienti destinati a questo utilizzo, ma adesso sono aumentati, riorganizzati e capaci di esporre più mostre contemporaneamente. I temi vanno dalla fotografia al disegno, agli approfondimenti su un singolo artista e alle mostre collettive.

    [Foto 6]
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    Un modo per far comprendere al pubblico quanto diverse e tuttavia ugualmente comunicative possano essere le espressioni artistiche contemporanee, tutte soggette all’attenzione di questa importante istituzione. Tuttavia, il risultato tende ad essere un po’ caotico e dispersivo proprio per il carattere estremamente eterogeneo del materiale esposto: basti pensare che, allo stato attuale, sono in corso ben sette mostre alle quali ovviamente si aggiungono le due collezioni permanenti. Un po’ troppa carne al fuoco, forse.

    La collezione Roberto Casamonti a Firenze

    La collezione Roberto Casamonti a Firenze

    A partire dallo scorso 24 marzo, Firenze può contare su un nuovo punto di riferimento per l’esposizione dell’arte contemporanea, per la quale – finalmente – sembra essere sempre più in aumento l’interesse da parte della città. Ancora una volta (quasi inevitabile, in un contesto come quello fiorentino) il luogo prescelto è un edificio storico che sorge nel cuore della città: Palazzo Bartolini Salimbeni si innalza in tutto il suo splendore tardorinascimentale in Piazza Santa Trinita e custodisce al piano nobile la collezione Roberto Casamonti.

    Gallerista fondatore, nel 1981, della celebre galleria Tornabuoni Arte, Casamonti ha scelto di aprire al pubblico circa un centinaio di opere provenienti dalla propria collezione, frutto di decenni di amore smisurato per l’arte. Ciò che è attualmente visitabile costituisce solo il primo nucleo della raccolta, che racchiude lavori dalla fine dell’Ottocento agli anni ’60 del Novecento. La seconda parte, che proseguirà cronologicamente fino ai giorni nostri, sarà esposta l’anno prossimo negli stessi locali.

    Ma il progetto di Casamonti è ben più ampio: con l’occasione è stata anche fondata l’Associazione per l’Arte e la Cultura “Collezione Roberto Casamonti”, che si propone di organizzare mostre ed eventi multidisciplinari con l’intento di stimolare confronti e dibattiti. Non solo una mostra, dunque, né un vero e proprio museo; piuttosto, uno spazio culturale aperto a tutti. Un aspetto da non tralasciare è infatti proprio questo: la possibilità di accedere gratuitamente agli spazi della collezione. Una scelta certamente significativa, in un momento storico in cui l’arte è spesso resa elitaria dai prezzi vergognosamente alti dei biglietti.

    Le sale che ospitano la collezione sono poche ma densissime: ci si ritrova a percorrerle incantati, scoprendovi opera dopo opera tutti i grandi nomi che hanno fatto la storia dell’arte della prima metà del secolo scorso. Ad accrescerne il fascino è poi, indubbiamente, lo strepitoso dialogo che si viene a creare fra il contemporaneo e la storia dell’edificio che parla incessantemente agli occhi del visitatore, sia all’interno delle sale che nel cortile sul quale si affacciano.

    In pochi passi, un breve – ma intensissimo – viaggio nella prima metà del Novecento.

    “Ho pensato di voler condividere con la città di Firenze, alla quale sono da sempre affettivamente legato, la mia collezione per poter fare in modo che i valori di cui l’arte è portatrice possano essere condizioni non esclusive ma pubblicamente condivise. Sono fortemente convinto del potenziale educativo dell’arte, in grado di strutturare ed educare il pensiero, l’animo e la consistenza del nostro vivere. Perché anch’io sono convinto che la bellezza sia in grado di salvare il mondo, come affermava Dostoevskij.”
    – Roberto Casamonti

    (RI)NASCITA DI UNA NAZIONE: Palazzo Strozzi racconta dieci anni di Italia incompresa

    (RI)NASCITA DI UNA NAZIONE: Palazzo Strozzi racconta dieci anni di Italia incompresa

    Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano è il racconto di una bellissima storia, forse ancora non del tutto compresa. Quello che si vuole raccontare in questa mostra è il modo, anzi, i tanti modi in cui la nostra nazione tenta di ricostruire la propria identità culturale e artistica dopo la devastazione della seconda guerra mondiale. A Palazzo Strozzi si parla, fino al prossimo luglio, di una vera e propria rinascita dell’Italia a tutti gli effetti. In particolare, il periodo che viene esaminato va dal cosiddetto “miracolo economico” (quindi gli anni fra il 1958 e il 1963) e il mitico ’68. Sono dunque pochi anni, ma molto densi sotto tutti gli aspetti, incluso ovviamente quello della scena artistica.

    Questo breve viaggio intrapreso fra le sale del piano nobile ha la sua prima tappa in Renato Guttuso (1911-1987), con il quale si apre il percorso. Artista politicamente impegnato e attivo nella Resistenza, domina la scena artistica di questi anni e in realtà per qualche decennio. Rappresenta ciò che era riconosciuto e accettato nel mondo dell’arte degli anni ’50 e ’60, che promuoveva la linea del realismo propagandistico e retorico.

    Renato Guttuso, "La Battaglia di Ponte dell'Ammiraglio", 1955

    Ma, esattamente negli stessi anni, una schiera di artisti lavorava in direzioni totalmente opposte pur trattando spesso le stesse tematiche, ed è su di loro che questa mostra si concentra; su una produzione artistica che all’epoca non riscuoteva alcun tipo di successo presso il grande pubblico e la critica. È stata fatta una scelta ben precisa: quella di far vedere che tipo di arte veniva fatta “dietro le quinte”, per così dire, nelle retrovie.
    Il percorso espositivo permette al visitatore una totale immersione nelle atmosfere di quegli anni, procedendo non tanto in ordine cronologico quanto per macrotematiche che seguono le varie tendenze che sono state portate avanti sulla scena artistica italiana quasi parallelamente. Un passaggio inevitabile, in questo senso, è costituito dalla sala dedicata all’Informale, che costituisce una delle risposte degli artisti europei alla crisi innescata dalla guerra. Una corrente artistica che si basa principalmente su una forte polemica nei confronti di tutto quello che può ricondurre ad una forma e promuove invece la libertà d’espressione. Ed è così che l’opera, svincolata dalla forma, si concentra su altri elementi quali i materiali e il gesto dell’artista, veri protagonisti di tutta la seconda sala che ospita alcuni fra i massimi interpreti di questo linguaggio.

    Ed è ancora la materia ad essere il fulcro della sala successiva, dove emergono i materiali nuovi che vengono introdotti nella scena artistica di questi anni, ma in cui risulta ancora più evidente un bianco accecante, che disorienta e stordisce. Il tema principale e che accomuna tutte le opere qui esposte è infatti il monocromo. Monocromo come forma di rifiuto da parte di questi artisti nei confronti del modo di fare arte a loro contemporaneo, e che quindi promuovono delle ricerche ancora più radicali, anche rispetto a quelle che fanno capo all’Informale. Ma è un monocromo che ha anche il ruolo di azzeramento, è quello che è stato definito il “grado 0 dell’arte” proprio perché da zero si voleva ripartire, per poter sperimentare nuove strade.

    Questo momento di azzeramento – all’interno del percorso, così come nel panorama artistico italiano di questi anni – rappresenta in un certo senso un punto di svolta, un passaggio necessario che apre la strada alle nuove sperimentazioni degli anni ’60 che proseguono nelle sale successive.

    A fare da cornice a tutto questo, un allestimento impeccabile. E non solo per ragioni estetiche ma anche e soprattutto perché, come in ogni mostra che meriti di essere visitata, permette a chi ne fruisce di porsi delle domande.
    Si è fatto riferimento a quanto certe manifestazioni artistiche fossero incomprese nell’epoca in cui sono state prodotte. Tuttavia, ancora oggi suscitano spesso grandi perplessità. Ma possono tali perplessità attribuirsi al fenomeno del contemporaneo? Quanto può davvero essere considerata contemporanea un’opera che è stata prodotta più di mezzo secolo fa? Allora forse il problema è un altro. Il problema, forse, è che se ne è parlato tanto (e probabilmente anche troppo), ma non nella maniera giusta. È un’arte che è sempre stata trattata e presentata come elitaria, di nicchia, per pochi. E allora, forse, mostre come questa possono servire davvero. Possono servire a ricordarci che l’arte, di qualunque periodo e di qualunque artista, non è per pochi, ma per tutti. Chiunque sia disposto ad aprire i propri occhi e la propria mente può scoprire che un taglio di Lucio Fontana può avere qualcosa da dire esattamente come un quadro storico di Renato Guttuso. E se guarda con molta attenzione, può addirittura rendersi conto che le cose che dicono non sono poi così distanti.

    Santo Stefano al Ponte: un suggestivo incontro fra l’antico e il moderno

    Santo Stefano al Ponte: un suggestivo incontro fra l’antico e il moderno

    Non lontano da Ponte Vecchio, fra le affollate strade del centro di Firenze si apre una piazzetta che facilmente può passare inosservata. All’interno di essa domina la Chiesa di Santo Stefano al Ponte, di epoca romanica ma ormai sconsacrata, che dal 2015 viene periodicamente allestita come spazio espositivo multimediale a cura dell’azienda fiorentina Crossmedia Group.

    Fino al prossimo maggio la chiesa accoglie al suo interno Monet Experience and the Impressionists, una mostra-spettacolo che ripercorre la grande stagione dell’Impressionismo sin dai suoi albori, con una particolare attenzione per la figura di Claude Monet e il suo percorso artistico. Non mancano, inoltre, i riferimenti ad altri ambiti culturali dell’epoca, rendendo la narrazione più completa ed efficace.

    Dopo un breve percorso espositivo che propone fotografie, disegni ed un filmato che ritrae il padre degli Impressionisti, il racconto vero e proprio si dispiega lungo la navata della chiesa. Le immagini proiettate avvolgono totalmente l’ambiente e lo spettatore che, grazie anche ad una coinvolgente colonna sonora, viene immerso in un’esperienza che lo trasporta altrove.
    Certamente non una mostra canonica, quindi, e che forse potrebbe fare arricciare il naso agli studiosi più ortodossi. Ma se per un attimo si mettono da parte i manuali di storia dell’arte e ci si gode lo spettacolo, ai più larghi di vedute è concesso di compiere un suggestivo viaggio indietro nei secoli. Fra quelle “impressioni” che hanno dato il nome ad uno dei più potenti movimenti artistici mai esistiti.

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    “Ho sempre lavorato meglio nella solitudine e secondo le mie sole impressioni.” (- Claude Monet)

    • Foto di Maria Eugenia Di Giacomo ©

    L’Italia degli anni di Salvatore Ferragamo: fra moda, arti decorative ed estetica

    L’Italia degli anni di Salvatore Ferragamo: fra moda, arti decorative ed estetica

    Il Museo Salvatore Ferragamo, con sede nello storico palazzo Spini Feroni nel cuore di Firenze, ospita fino al prossimo maggio l’esposizione a cura di Carlo Sisi e allestita da Maurizio Balò: “1927. Il ritorno in Italia. Salvatore Ferragamo e la cultura visiva del Novecento”. Il percorso sfrutta come pretesto di partenza il novantesimo anniversario del rientro in Italia, proprio a Firenze, di Salvatore Ferragamo (1898-1960). I 12 anni trascorsi in America, inizialmente lavorando insieme al fratello in una fabbrica di scarpe, rappresentarono la genesi dell’impero da lui fondato, tanto da fargli conquistare a Hollywood l’epiteto di “calzolaio delle stelle”. Nel 1927 egli approdò, forte delle esperienze americane, in via Mannelli 57. Qui, unendo le conoscenze tecniche acquisite negli Stati Uniti e la cultura artigianale fiorentina, aprì il celebre calzaturificio in cui furono gettate le basi della vera e propria istituzione che oggi tutti associamo al suo nome.

    La mostra si configura come un omaggio non solo alla sua persona e al suo operato, ma a tutto l’insieme – come suggerisce il titolo stesso – della cultura figurativa dei primi decenni del secolo scorso. Ne risulta un gradevolissimo percorso, allestito magistralmente facendo richiamo in ogni parte dell’esposizione agli ambienti interni di una nave. E non è una nave a caso quella a cui ci si vuole riferire, bensì il transatlantico “Roma” a bordo del quale lo stilista rientrò in patria. Proprio grazie a questa metafora del viaggio ci si immerge pienamente, di sala in sala, nelle atmosfere dell’Italia a cavallo fra gli anni ’20 e ’30 del Novecento.

    Altro elemento che si ritrova in ogni sala è chiaramente il simbolo per eccellenza della vicenda narrata, ciò da cui tutto ha avuto origine: decine di modelli di scarpe da donna disegnate e realizzate dal celebre stilista sono disseminate lungo il percorso espositivo, mostrando l’evoluzione del gusto e l’innovazione portata da Ferragamo nel mondo della moda.

    I riferimenti alla Firenze di quegli anni, necessari alla piena comprensione del clima culturale in cui Ferragamo ha operato, sono numerosi e ben rappresentati da esempi di pittura e scultura toscane. Sono gli anni del “ritorno all’ordine”, con il quale il mondo dell’arte recupera la severità delle forme e la tradizione. Tuttavia in tale contesto il ruolo da protagonista è chiaramente affidato alle cosiddette “arti decorative”, attraverso le quali tutta la nazione negli anni ’20 vuole promuovere una nuova immagine di sé stessa.

    [Foto 6 - Arturo Martini, Grande Presepe, 1926-1927 (ceramica dipinta e invetriata)]
    [Foto 7 - Società ceramica Richard Ginori, Giò Ponti, Urna con grottesche, 1924-1925 (porcellana dipinta a mano)]

    Sono anche anni di grandi sperimentazioni e cambiamenti. In particolare cambia il ruolo della donna, che conquista un sempre più importante posto all’interno della società influenzando inevitabilmente anche il settore della moda. Una progressiva emancipazione che si riflette sulla nascita di indumenti più pratici e dalle linee semplici, ma non solo: ha origine in questi anni l’approccio, da parte degli stilisti e quindi anche di Ferragamo stesso, allo studio puntuale dell’anatomia del corpo umano. Risulta facilmente intuibile quali possano essere i vantaggi di questo interesse in termini di comodità e vestibilità dei capi d’abbigliamento – scarpe incluse. Viene così celebrata, nelle ultime due sale, una nuova cultura del corpo come strumento estetico e misurabile in ogni sua parte.

    Un omaggio, si potrebbe quindi dire, a tutta l’Italia di quel periodo e a ciò che ne ha influenzato gli aspetti più quotidiani. Uno di quei casi in cui la parola “arte” acquista pieno significato solo se intesa al plurale.

    • Foto di Giulia di Giacomo ©

    “Made in New York”: Palazzo Medici Riccardi racconta la nascita della Street Art

    “Made in New York”: Palazzo Medici Riccardi racconta la nascita della Street Art

    “Una mattina, nella stazione di Broadway e Lafayette, vidi due operai che strappavano dagli appositi spazi grandi croste di manifesti per sostituirli con nuova pubblicità. Avevano appena staccato un grande disegno su carta nera, facilmente ricomponibile, e quando chiesi loro se potevo averlo, insieme ad altri disegni più frammentati, me lo regalarono con aria di stupore. Volevo preservare in qualche modo la presenza fisica di questi documenti, per me così importanti e al contempo così effimeri. Da allora cominciai a fotografarli più spesso, e quando era possibile cercavo di preservarne uno per ogni nuovo messaggio che Keith Haring disegnava. In seguito, dopo il successo della sua prima mostra, altri cominciarono a collezionare i disegni della Metropolitana, e a quel punto decisi che il mio compito di salvataggio era terminato”.

    Attraverso queste parole Paolo Buggiani (Castelfiorentino 1933) racconta l’origine di un fenomeno che ha segnato un cambiamento epocale nel mondo dell’arte. Siamo nei primi anni ’80 e la protagonista è New York, le cui strade ma soprattutto i sotterranei sono ospitati a Palazzo Medici Riccardi fino al 6 febbraio.
    In questi anni la Grande Mela è scenario di fermenti culturali e nuovi movimenti artistici che hanno come spazio di riferimento il paesaggio urbano. Le stazioni della metropolitana accolgono quelle che costituiscono la prima sezione della mostra, e che possono di fatto essere considerate la fase embrionale dell’ampio e complesso fenomeno della Street Art. Sono i cosiddetti subway drawings, le “lavagne metropolitane” realizzate dal giovane Keith Haring (Reading 1958 – New York 1990) e che Paolo Buggiani inizia a notare e collezionare, fino a raccoglierne una cinquantina. Più di venti di questi esemplari sono esposti in mostra rendendo omaggio a questa forma espressiva innovativa.  Realizzate da Haring con l’uso di semplici gessetti sfruttando le affissioni nere che coprivano le pubblicità scadute, inaugurano un nuovo linguaggio e, con esso, una nuova stagione artistica.

    Alcuni esempi di subway drawings realizzati da Haring nelle stazioni metropolitane di New York fra il 1982 e il 1984
    [Foto 2]

    Ciò che ha inizio con Haring è a tutti gli effetti una nuova lingua, composta da un semplice ed efficace sistema di segni e simboli che possano essere compresi con facilità dai passanti. Uno degli elementi che determinano la grande essenzialità del suo tratto è proprio questo: le immagini, con il loro messaggio, devono poter arrivare a tutti senza differenza di età, razza, posizione sociale o livello culturale. Altro fattore che influisce sulla stilizzazione di queste figure è la rapidità con cui devono necessariamente essere eseguite, agendo contro le autorità in cui, tuttavia, più di una volta Haring si è imbattuto. La sua rivoluzione inizia dunque proprio sulle pareti del sottosuolo newyokese, e da qui procede fino a conquistare gli spazi del grande pubblico, fino a rendere davvero universale un linguaggio che tutt’oggi fa parte dell’immaginario collettivo.
    Il percorso espositivo si completa poi con l’aggiunta di trenta opere di Paolo Buggiani, realizzate anch’esse negli stessi anni a New York e che possono ugualmente essere considerate parte del fenomeno della Street Art, sebbene utilizzino mezzi espressivi diversi.

    Unsuccessful Attack World Trade Center, 1979
    Icaro, Staten Island, 1984
    Minotauro sul Ponte di Brooklin, 1979
    Minotauro sul Ponte di Brooklin, 1979

    In mostra vengono dunque esposte le prime tappe di questa stagione artistica che ha modificato il rapporto degli artisti con la città e con il pubblico, favorendo un tipo di confronto per comprendere il quale, ancora una volta, è interessante ricorrere alle parole di Buggiani:

    “La Street Art ha indubbiamente un debito nei confronti del writing per quanto riguarda l’apertura di nuovi spazi fisici di espressione ma, a differenza di quest’ultimo, la sua operazione è quella di mettere l’arte in pubblico, sottraendola alle gallerie schiave del mercato. (…) Per la prima volta tutti potevano lasciare il proprio messaggio d’arte nei posti più visibili e strategici della città, e così si formavano le relazioni e avveniva il dialogo fra gli artisti stessi”.

     

    “Di queste luci si servirà la notte”: il nuovo progetto di Adrian Paci

    “Di queste luci si servirà la notte”: il nuovo progetto di Adrian Paci

    Adrian Paci (Scutari 1969), artista albanese trasferitosi in Italia nel 1997, propone il proprio ultimo progetto estendendolo in più poli: a Firenze presso il Museo Novecento e Le Murate. Progetti Arte Contemporanea, proseguendo poi nei comuni di Pelago e di Montelupo Fiorentino. Inaugurata al pubblico lo scorso 11 novembre, l’iniziativa sarà visitabile fino all’11 febbraio 2018.

    Nell’ambito delle due sedi fiorentine la ricerca si sviluppa partendo da una tematica centrale, che nel caso de Le Murate è la migrazione. Un tema caro all’artista, che ne ha vissuto l’esperienza in prima persona, e che ha al centro di questa riflessione la scultura Home to go (2001), esposta al primo piano della struttura. L’opera, che in questo caso specifico diventa anche un’occasione per dialogare con l’architettura rinascimentale, ritrae quello che appare come un uomo qualunque ma nel quale si può individuare la figura dell’artista stesso e, più in generale, di tutti coloro che si sono ritrovati per una qualche ragione ad abbandonare la propria terra d’origine. Una sorta di ritratto universale del migrante, di grande efficacia visiva in quanto riesce a rendere esplicito in una semplice immagine un concetto ben preciso: un uomo schiacciato dal peso di un tetto (simbolo per eccellenza della casa, e quindi delle radici) che, capovolto, assume le sembianze di un paio di ali. Ed è grazie a quelle ali che ha inizio il suo viaggio verso altre terre.
    Il percorso prosegue al terzo piano dell’ex carcere duro con una videoinstallazione di grande impatto emotivo, che prende posto in fondo ad un buio corridoio su cui si affacciano le celle. Il video Rasha (2017) è, nella sua cruda semplicità, un racconto di dolore in un luogo di dolore. È il racconto di un’esule, allestito in un luogo di esilio per eccellenza. Una storia che arriva dritta al cuore e allo stomaco del visitatore non tanto con le parole quanto con gli sguardi, i gesti, le espressioni di chi l’ha vissuta, in un’atmosfera che viene ricreata in modo così impeccabile da sembrare quasi il luogo stesso in cui le vicende narrate si sono consumate.

    Adrian Paci, "Home to go", 2011
    Adrian Paci, "Rasha", 2017, da musefirenze.it

    La riflessione di Paci continua poi al Museo Novecento, dove il fulcro tematico della personale allestita è un elemento spesso presente nelle opere dell’artista: l’acqua. Un aspetto che dialoga fortemente con il tema affrontato nella sede precedentemente menzionata, perché entrambi accomunati dal movimento. Il percorso inizia proponendo la videoinstallazione che dà il titolo al progetto, nata a seguito dell’iniziativa con cui è stato avviato lo scorso 20 settembre, quando l’artista ha ideato un’operazione da effettuarsi per il fiume Arno nell’ambito del Progetto Riva. La performance ha avuto come protagonista una piccola imbarcazione che ha percorso il tratto fra Ponte Vecchio e Ponte Santa Trinita, e dalla quale sono stati rilasciati nel fiume dei “tentacoli” luminosi, ora esposti come una cascata di luce al centro della prima sala del percorso espositivo al pianterreno del museo. Un’azione che racchiude in sé una ritualità che in qualche modo viene sacralizzata dall’elemento dell’acqua; aspetto comune ad altre due videoinstallazioni esposte presso il Museo Novecento. The Column (2013), ambientata anch’essa a bordo di un’imbarcazione, è la vicenda di un blocco di marmo estratto in una cava cinese e della sua trasformazione in colonna antica, che avviene durante il lungo viaggio dall’Oriente all’Occidente, forgiata dalle mani sapienti di artigiani specializzati. Esattamente come per un migrante, l’abbandono della propria terra ha l’effetto di plasmarla, modificarla fino a farle assumere una forma completamente nuova ed arricchita.
    In The Guardians (2015) il rito si compie invece ad opera delle mani di un gruppo di bambini, il cui compito è quello di lavare le tombe del cimitero cattolico di Scutari – città natale dell’artista – riaperto dopo il periodo di dittatura. In quest’azione rigenerativa, l’acqua svolge ancora una volta un ruolo fondamentale in quello che, anche in questo caso, può considerarsi un viaggio.

    Ad accomunare queste esperienze sono le tematiche centrali di tutta la ricerca dell’artista: la necessaria metamorfosi che si compie con lo svolgersi di un percorso, e l’altrettanto necessaria capacità di mantenere la propria identità culturale anche a percorso “concluso” – ammesso che possa mai davvero definirsi tale.

    Adrian Paci, "The Column", 2013
    Adrian Paci, "The Guardian", 2015