Author Archive for: Giulia Di Giacomo

Giulia Di Giacomo

About Giulia Di Giacomo

Siciliana trapiantata a Firenze e laureanda in Storia dell’arte. Sono approdata tardi a questo genere di studi ma ho sempre coltivato interessi che potessero avvicinarmi ad ogni forma d’arte, fra cui la danza, il teatro e la scrittura. Credo nella cultura con la C maiuscola, l’unica degna di questo nome.
    La collezione Roberto Casamonti a Firenze

    La collezione Roberto Casamonti a Firenze

    A partire dallo scorso 24 marzo, Firenze può contare su un nuovo punto di riferimento per l’esposizione dell’arte contemporanea, per la quale – finalmente – sembra essere sempre più in aumento l’interesse da parte della città. Ancora una volta (quasi inevitabile, in un contesto come quello fiorentino) il luogo prescelto è un edificio storico che sorge nel cuore della città: Palazzo Bartolini Salimbeni si innalza in tutto il suo splendore tardorinascimentale in Piazza Santa Trinita e custodisce al piano nobile la collezione Roberto Casamonti.

    Gallerista fondatore, nel 1981, della celebre galleria Tornabuoni Arte, Casamonti ha scelto di aprire al pubblico circa un centinaio di opere provenienti dalla propria collezione, frutto di decenni di amore smisurato per l’arte. Ciò che è attualmente visitabile costituisce solo il primo nucleo della raccolta, che racchiude lavori dalla fine dell’Ottocento agli anni ’60 del Novecento. La seconda parte, che proseguirà cronologicamente fino ai giorni nostri, sarà esposta l’anno prossimo negli stessi locali.

    Ma il progetto di Casamonti è ben più ampio: con l’occasione è stata anche fondata l’Associazione per l’Arte e la Cultura “Collezione Roberto Casamonti”, che si propone di organizzare mostre ed eventi multidisciplinari con l’intento di stimolare confronti e dibattiti. Non solo una mostra, dunque, né un vero e proprio museo; piuttosto, uno spazio culturale aperto a tutti. Un aspetto da non tralasciare è infatti proprio questo: la possibilità di accedere gratuitamente agli spazi della collezione. Una scelta certamente significativa, in un momento storico in cui l’arte è spesso resa elitaria dai prezzi vergognosamente alti dei biglietti.

    Le sale che ospitano la collezione sono poche ma densissime: ci si ritrova a percorrerle incantati, scoprendovi opera dopo opera tutti i grandi nomi che hanno fatto la storia dell’arte della prima metà del secolo scorso. Ad accrescerne il fascino è poi, indubbiamente, lo strepitoso dialogo che si viene a creare fra il contemporaneo e la storia dell’edificio che parla incessantemente agli occhi del visitatore, sia all’interno delle sale che nel cortile sul quale si affacciano.

    In pochi passi, un breve – ma intensissimo – viaggio nella prima metà del Novecento.

    “Ho pensato di voler condividere con la città di Firenze, alla quale sono da sempre affettivamente legato, la mia collezione per poter fare in modo che i valori di cui l’arte è portatrice possano essere condizioni non esclusive ma pubblicamente condivise. Sono fortemente convinto del potenziale educativo dell’arte, in grado di strutturare ed educare il pensiero, l’animo e la consistenza del nostro vivere. Perché anch’io sono convinto che la bellezza sia in grado di salvare il mondo, come affermava Dostoevskij.”
    – Roberto Casamonti

    (RI)NASCITA DI UNA NAZIONE: Palazzo Strozzi racconta dieci anni di Italia incompresa

    (RI)NASCITA DI UNA NAZIONE: Palazzo Strozzi racconta dieci anni di Italia incompresa

    Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano è il racconto di una bellissima storia, forse ancora non del tutto compresa. Quello che si vuole raccontare in questa mostra è il modo, anzi, i tanti modi in cui la nostra nazione tenta di ricostruire la propria identità culturale e artistica dopo la devastazione della seconda guerra mondiale. A Palazzo Strozzi si parla, fino al prossimo luglio, di una vera e propria rinascita dell’Italia a tutti gli effetti. In particolare, il periodo che viene esaminato va dal cosiddetto “miracolo economico” (quindi gli anni fra il 1958 e il 1963) e il mitico ’68. Sono dunque pochi anni, ma molto densi sotto tutti gli aspetti, incluso ovviamente quello della scena artistica.

    Questo breve viaggio intrapreso fra le sale del piano nobile ha la sua prima tappa in Renato Guttuso (1911-1987), con il quale si apre il percorso. Artista politicamente impegnato e attivo nella Resistenza, domina la scena artistica di questi anni e in realtà per qualche decennio. Rappresenta ciò che era riconosciuto e accettato nel mondo dell’arte degli anni ’50 e ’60, che promuoveva la linea del realismo propagandistico e retorico.

    Renato Guttuso, "La Battaglia di Ponte dell'Ammiraglio", 1955

    Ma, esattamente negli stessi anni, una schiera di artisti lavorava in direzioni totalmente opposte pur trattando spesso le stesse tematiche, ed è su di loro che questa mostra si concentra; su una produzione artistica che all’epoca non riscuoteva alcun tipo di successo presso il grande pubblico e la critica. È stata fatta una scelta ben precisa: quella di far vedere che tipo di arte veniva fatta “dietro le quinte”, per così dire, nelle retrovie.
    Il percorso espositivo permette al visitatore una totale immersione nelle atmosfere di quegli anni, procedendo non tanto in ordine cronologico quanto per macrotematiche che seguono le varie tendenze che sono state portate avanti sulla scena artistica italiana quasi parallelamente. Un passaggio inevitabile, in questo senso, è costituito dalla sala dedicata all’Informale, che costituisce una delle risposte degli artisti europei alla crisi innescata dalla guerra. Una corrente artistica che si basa principalmente su una forte polemica nei confronti di tutto quello che può ricondurre ad una forma e promuove invece la libertà d’espressione. Ed è così che l’opera, svincolata dalla forma, si concentra su altri elementi quali i materiali e il gesto dell’artista, veri protagonisti di tutta la seconda sala che ospita alcuni fra i massimi interpreti di questo linguaggio.

    Ed è ancora la materia ad essere il fulcro della sala successiva, dove emergono i materiali nuovi che vengono introdotti nella scena artistica di questi anni, ma in cui risulta ancora più evidente un bianco accecante, che disorienta e stordisce. Il tema principale e che accomuna tutte le opere qui esposte è infatti il monocromo. Monocromo come forma di rifiuto da parte di questi artisti nei confronti del modo di fare arte a loro contemporaneo, e che quindi promuovono delle ricerche ancora più radicali, anche rispetto a quelle che fanno capo all’Informale. Ma è un monocromo che ha anche il ruolo di azzeramento, è quello che è stato definito il “grado 0 dell’arte” proprio perché da zero si voleva ripartire, per poter sperimentare nuove strade.

    Questo momento di azzeramento – all’interno del percorso, così come nel panorama artistico italiano di questi anni – rappresenta in un certo senso un punto di svolta, un passaggio necessario che apre la strada alle nuove sperimentazioni degli anni ’60 che proseguono nelle sale successive.

    A fare da cornice a tutto questo, un allestimento impeccabile. E non solo per ragioni estetiche ma anche e soprattutto perché, come in ogni mostra che meriti di essere visitata, permette a chi ne fruisce di porsi delle domande.
    Si è fatto riferimento a quanto certe manifestazioni artistiche fossero incomprese nell’epoca in cui sono state prodotte. Tuttavia, ancora oggi suscitano spesso grandi perplessità. Ma possono tali perplessità attribuirsi al fenomeno del contemporaneo? Quanto può davvero essere considerata contemporanea un’opera che è stata prodotta più di mezzo secolo fa? Allora forse il problema è un altro. Il problema, forse, è che se ne è parlato tanto (e probabilmente anche troppo), ma non nella maniera giusta. È un’arte che è sempre stata trattata e presentata come elitaria, di nicchia, per pochi. E allora, forse, mostre come questa possono servire davvero. Possono servire a ricordarci che l’arte, di qualunque periodo e di qualunque artista, non è per pochi, ma per tutti. Chiunque sia disposto ad aprire i propri occhi e la propria mente può scoprire che un taglio di Lucio Fontana può avere qualcosa da dire esattamente come un quadro storico di Renato Guttuso. E se guarda con molta attenzione, può addirittura rendersi conto che le cose che dicono non sono poi così distanti.

    Santo Stefano al Ponte: un suggestivo incontro fra l’antico e il moderno

    Santo Stefano al Ponte: un suggestivo incontro fra l’antico e il moderno

    Non lontano da Ponte Vecchio, fra le affollate strade del centro di Firenze si apre una piazzetta che facilmente può passare inosservata. All’interno di essa domina la Chiesa di Santo Stefano al Ponte, di epoca romanica ma ormai sconsacrata, che dal 2015 viene periodicamente allestita come spazio espositivo multimediale a cura dell’azienda fiorentina Crossmedia Group.

    Fino al prossimo maggio la chiesa accoglie al suo interno Monet Experience and the Impressionists, una mostra-spettacolo che ripercorre la grande stagione dell’Impressionismo sin dai suoi albori, con una particolare attenzione per la figura di Claude Monet e il suo percorso artistico. Non mancano, inoltre, i riferimenti ad altri ambiti culturali dell’epoca, rendendo la narrazione più completa ed efficace.

    Dopo un breve percorso espositivo che propone fotografie, disegni ed un filmato che ritrae il padre degli Impressionisti, il racconto vero e proprio si dispiega lungo la navata della chiesa. Le immagini proiettate avvolgono totalmente l’ambiente e lo spettatore che, grazie anche ad una coinvolgente colonna sonora, viene immerso in un’esperienza che lo trasporta altrove.
    Certamente non una mostra canonica, quindi, e che forse potrebbe fare arricciare il naso agli studiosi più ortodossi. Ma se per un attimo si mettono da parte i manuali di storia dell’arte e ci si gode lo spettacolo, ai più larghi di vedute è concesso di compiere un suggestivo viaggio indietro nei secoli. Fra quelle “impressioni” che hanno dato il nome ad uno dei più potenti movimenti artistici mai esistiti.

    ­

    “Ho sempre lavorato meglio nella solitudine e secondo le mie sole impressioni.” (- Claude Monet)

    • Foto di Maria Eugenia Di Giacomo ©

    L’Italia degli anni di Salvatore Ferragamo: fra moda, arti decorative ed estetica

    L’Italia degli anni di Salvatore Ferragamo: fra moda, arti decorative ed estetica

    Il Museo Salvatore Ferragamo, con sede nello storico palazzo Spini Feroni nel cuore di Firenze, ospita fino al prossimo maggio l’esposizione a cura di Carlo Sisi e allestita da Maurizio Balò: “1927. Il ritorno in Italia. Salvatore Ferragamo e la cultura visiva del Novecento”. Il percorso sfrutta come pretesto di partenza il novantesimo anniversario del rientro in Italia, proprio a Firenze, di Salvatore Ferragamo (1898-1960). I 12 anni trascorsi in America, inizialmente lavorando insieme al fratello in una fabbrica di scarpe, rappresentarono la genesi dell’impero da lui fondato, tanto da fargli conquistare a Hollywood l’epiteto di “calzolaio delle stelle”. Nel 1927 egli approdò, forte delle esperienze americane, in via Mannelli 57. Qui, unendo le conoscenze tecniche acquisite negli Stati Uniti e la cultura artigianale fiorentina, aprì il celebre calzaturificio in cui furono gettate le basi della vera e propria istituzione che oggi tutti associamo al suo nome.

    La mostra si configura come un omaggio non solo alla sua persona e al suo operato, ma a tutto l’insieme – come suggerisce il titolo stesso – della cultura figurativa dei primi decenni del secolo scorso. Ne risulta un gradevolissimo percorso, allestito magistralmente facendo richiamo in ogni parte dell’esposizione agli ambienti interni di una nave. E non è una nave a caso quella a cui ci si vuole riferire, bensì il transatlantico “Roma” a bordo del quale lo stilista rientrò in patria. Proprio grazie a questa metafora del viaggio ci si immerge pienamente, di sala in sala, nelle atmosfere dell’Italia a cavallo fra gli anni ’20 e ’30 del Novecento.

    Altro elemento che si ritrova in ogni sala è chiaramente il simbolo per eccellenza della vicenda narrata, ciò da cui tutto ha avuto origine: decine di modelli di scarpe da donna disegnate e realizzate dal celebre stilista sono disseminate lungo il percorso espositivo, mostrando l’evoluzione del gusto e l’innovazione portata da Ferragamo nel mondo della moda.

    I riferimenti alla Firenze di quegli anni, necessari alla piena comprensione del clima culturale in cui Ferragamo ha operato, sono numerosi e ben rappresentati da esempi di pittura e scultura toscane. Sono gli anni del “ritorno all’ordine”, con il quale il mondo dell’arte recupera la severità delle forme e la tradizione. Tuttavia in tale contesto il ruolo da protagonista è chiaramente affidato alle cosiddette “arti decorative”, attraverso le quali tutta la nazione negli anni ’20 vuole promuovere una nuova immagine di sé stessa.

    [Foto 6 - Arturo Martini, Grande Presepe, 1926-1927 (ceramica dipinta e invetriata)]
    [Foto 7 - Società ceramica Richard Ginori, Giò Ponti, Urna con grottesche, 1924-1925 (porcellana dipinta a mano)]

    Sono anche anni di grandi sperimentazioni e cambiamenti. In particolare cambia il ruolo della donna, che conquista un sempre più importante posto all’interno della società influenzando inevitabilmente anche il settore della moda. Una progressiva emancipazione che si riflette sulla nascita di indumenti più pratici e dalle linee semplici, ma non solo: ha origine in questi anni l’approccio, da parte degli stilisti e quindi anche di Ferragamo stesso, allo studio puntuale dell’anatomia del corpo umano. Risulta facilmente intuibile quali possano essere i vantaggi di questo interesse in termini di comodità e vestibilità dei capi d’abbigliamento – scarpe incluse. Viene così celebrata, nelle ultime due sale, una nuova cultura del corpo come strumento estetico e misurabile in ogni sua parte.

    Un omaggio, si potrebbe quindi dire, a tutta l’Italia di quel periodo e a ciò che ne ha influenzato gli aspetti più quotidiani. Uno di quei casi in cui la parola “arte” acquista pieno significato solo se intesa al plurale.

    • Foto di Giulia di Giacomo ©

    “Made in New York”: Palazzo Medici Riccardi racconta la nascita della Street Art

    “Made in New York”: Palazzo Medici Riccardi racconta la nascita della Street Art

    “Una mattina, nella stazione di Broadway e Lafayette, vidi due operai che strappavano dagli appositi spazi grandi croste di manifesti per sostituirli con nuova pubblicità. Avevano appena staccato un grande disegno su carta nera, facilmente ricomponibile, e quando chiesi loro se potevo averlo, insieme ad altri disegni più frammentati, me lo regalarono con aria di stupore. Volevo preservare in qualche modo la presenza fisica di questi documenti, per me così importanti e al contempo così effimeri. Da allora cominciai a fotografarli più spesso, e quando era possibile cercavo di preservarne uno per ogni nuovo messaggio che Keith Haring disegnava. In seguito, dopo il successo della sua prima mostra, altri cominciarono a collezionare i disegni della Metropolitana, e a quel punto decisi che il mio compito di salvataggio era terminato”.

    Attraverso queste parole Paolo Buggiani (Castelfiorentino 1933) racconta l’origine di un fenomeno che ha segnato un cambiamento epocale nel mondo dell’arte. Siamo nei primi anni ’80 e la protagonista è New York, le cui strade ma soprattutto i sotterranei sono ospitati a Palazzo Medici Riccardi fino al 6 febbraio.
    In questi anni la Grande Mela è scenario di fermenti culturali e nuovi movimenti artistici che hanno come spazio di riferimento il paesaggio urbano. Le stazioni della metropolitana accolgono quelle che costituiscono la prima sezione della mostra, e che possono di fatto essere considerate la fase embrionale dell’ampio e complesso fenomeno della Street Art. Sono i cosiddetti subway drawings, le “lavagne metropolitane” realizzate dal giovane Keith Haring (Reading 1958 – New York 1990) e che Paolo Buggiani inizia a notare e collezionare, fino a raccoglierne una cinquantina. Più di venti di questi esemplari sono esposti in mostra rendendo omaggio a questa forma espressiva innovativa.  Realizzate da Haring con l’uso di semplici gessetti sfruttando le affissioni nere che coprivano le pubblicità scadute, inaugurano un nuovo linguaggio e, con esso, una nuova stagione artistica.

    Alcuni esempi di subway drawings realizzati da Haring nelle stazioni metropolitane di New York fra il 1982 e il 1984
    [Foto 2]

    Ciò che ha inizio con Haring è a tutti gli effetti una nuova lingua, composta da un semplice ed efficace sistema di segni e simboli che possano essere compresi con facilità dai passanti. Uno degli elementi che determinano la grande essenzialità del suo tratto è proprio questo: le immagini, con il loro messaggio, devono poter arrivare a tutti senza differenza di età, razza, posizione sociale o livello culturale. Altro fattore che influisce sulla stilizzazione di queste figure è la rapidità con cui devono necessariamente essere eseguite, agendo contro le autorità in cui, tuttavia, più di una volta Haring si è imbattuto. La sua rivoluzione inizia dunque proprio sulle pareti del sottosuolo newyokese, e da qui procede fino a conquistare gli spazi del grande pubblico, fino a rendere davvero universale un linguaggio che tutt’oggi fa parte dell’immaginario collettivo.
    Il percorso espositivo si completa poi con l’aggiunta di trenta opere di Paolo Buggiani, realizzate anch’esse negli stessi anni a New York e che possono ugualmente essere considerate parte del fenomeno della Street Art, sebbene utilizzino mezzi espressivi diversi.

    Unsuccessful Attack World Trade Center, 1979
    Icaro, Staten Island, 1984
    Minotauro sul Ponte di Brooklin, 1979
    Minotauro sul Ponte di Brooklin, 1979

    In mostra vengono dunque esposte le prime tappe di questa stagione artistica che ha modificato il rapporto degli artisti con la città e con il pubblico, favorendo un tipo di confronto per comprendere il quale, ancora una volta, è interessante ricorrere alle parole di Buggiani:

    “La Street Art ha indubbiamente un debito nei confronti del writing per quanto riguarda l’apertura di nuovi spazi fisici di espressione ma, a differenza di quest’ultimo, la sua operazione è quella di mettere l’arte in pubblico, sottraendola alle gallerie schiave del mercato. (…) Per la prima volta tutti potevano lasciare il proprio messaggio d’arte nei posti più visibili e strategici della città, e così si formavano le relazioni e avveniva il dialogo fra gli artisti stessi”.

     

    “Di queste luci si servirà la notte”: il nuovo progetto di Adrian Paci

    “Di queste luci si servirà la notte”: il nuovo progetto di Adrian Paci

    Adrian Paci (Scutari 1969), artista albanese trasferitosi in Italia nel 1997, propone il proprio ultimo progetto estendendolo in più poli: a Firenze presso il Museo Novecento e Le Murate. Progetti Arte Contemporanea, proseguendo poi nei comuni di Pelago e di Montelupo Fiorentino. Inaugurata al pubblico lo scorso 11 novembre, l’iniziativa sarà visitabile fino all’11 febbraio 2018.

    Nell’ambito delle due sedi fiorentine la ricerca si sviluppa partendo da una tematica centrale, che nel caso de Le Murate è la migrazione. Un tema caro all’artista, che ne ha vissuto l’esperienza in prima persona, e che ha al centro di questa riflessione la scultura Home to go (2001), esposta al primo piano della struttura. L’opera, che in questo caso specifico diventa anche un’occasione per dialogare con l’architettura rinascimentale, ritrae quello che appare come un uomo qualunque ma nel quale si può individuare la figura dell’artista stesso e, più in generale, di tutti coloro che si sono ritrovati per una qualche ragione ad abbandonare la propria terra d’origine. Una sorta di ritratto universale del migrante, di grande efficacia visiva in quanto riesce a rendere esplicito in una semplice immagine un concetto ben preciso: un uomo schiacciato dal peso di un tetto (simbolo per eccellenza della casa, e quindi delle radici) che, capovolto, assume le sembianze di un paio di ali. Ed è grazie a quelle ali che ha inizio il suo viaggio verso altre terre.
    Il percorso prosegue al terzo piano dell’ex carcere duro con una videoinstallazione di grande impatto emotivo, che prende posto in fondo ad un buio corridoio su cui si affacciano le celle. Il video Rasha (2017) è, nella sua cruda semplicità, un racconto di dolore in un luogo di dolore. È il racconto di un’esule, allestito in un luogo di esilio per eccellenza. Una storia che arriva dritta al cuore e allo stomaco del visitatore non tanto con le parole quanto con gli sguardi, i gesti, le espressioni di chi l’ha vissuta, in un’atmosfera che viene ricreata in modo così impeccabile da sembrare quasi il luogo stesso in cui le vicende narrate si sono consumate.

    Adrian Paci, "Home to go", 2011
    Adrian Paci, "Rasha", 2017, da musefirenze.it

    La riflessione di Paci continua poi al Museo Novecento, dove il fulcro tematico della personale allestita è un elemento spesso presente nelle opere dell’artista: l’acqua. Un aspetto che dialoga fortemente con il tema affrontato nella sede precedentemente menzionata, perché entrambi accomunati dal movimento. Il percorso inizia proponendo la videoinstallazione che dà il titolo al progetto, nata a seguito dell’iniziativa con cui è stato avviato lo scorso 20 settembre, quando l’artista ha ideato un’operazione da effettuarsi per il fiume Arno nell’ambito del Progetto Riva. La performance ha avuto come protagonista una piccola imbarcazione che ha percorso il tratto fra Ponte Vecchio e Ponte Santa Trinita, e dalla quale sono stati rilasciati nel fiume dei “tentacoli” luminosi, ora esposti come una cascata di luce al centro della prima sala del percorso espositivo al pianterreno del museo. Un’azione che racchiude in sé una ritualità che in qualche modo viene sacralizzata dall’elemento dell’acqua; aspetto comune ad altre due videoinstallazioni esposte presso il Museo Novecento. The Column (2013), ambientata anch’essa a bordo di un’imbarcazione, è la vicenda di un blocco di marmo estratto in una cava cinese e della sua trasformazione in colonna antica, che avviene durante il lungo viaggio dall’Oriente all’Occidente, forgiata dalle mani sapienti di artigiani specializzati. Esattamente come per un migrante, l’abbandono della propria terra ha l’effetto di plasmarla, modificarla fino a farle assumere una forma completamente nuova ed arricchita.
    In The Guardians (2015) il rito si compie invece ad opera delle mani di un gruppo di bambini, il cui compito è quello di lavare le tombe del cimitero cattolico di Scutari – città natale dell’artista – riaperto dopo il periodo di dittatura. In quest’azione rigenerativa, l’acqua svolge ancora una volta un ruolo fondamentale in quello che, anche in questo caso, può considerarsi un viaggio.

    Ad accomunare queste esperienze sono le tematiche centrali di tutta la ricerca dell’artista: la necessaria metamorfosi che si compie con lo svolgersi di un percorso, e l’altrettanto necessaria capacità di mantenere la propria identità culturale anche a percorso “concluso” – ammesso che possa mai davvero definirsi tale.

    Adrian Paci, "The Column", 2013
    Adrian Paci, "The Guardian", 2015
    Palazzo Strozzi e la pausa dal contemporaneo

    Palazzo Strozzi e la pausa dal contemporaneo

    Fra le sale di Palazzo Strozzi torna in scena la grande tradizione. La mostra “Il Cinquecento a Firenze. Tra Michelangelo, Pontormo e Giambologna”, curata da Carlo Falciani e Antonio Natali, occuperà gli spazi del piano nobile fino al 21 gennaio 2018. Un’esposizione che si articola in diversi nuclei tematici con lo scopo di riproporre al pubblico una serie di grandi opere che per la prima volta trovano posto tutte contemporaneamente negli stessi ambienti, molte delle quali restaurate per l‘occasione. L’obiettivo dichiarato di una suddivisione delle sale “per argomento” è di natura didattica, sebbene i colori cupi dell’allestimento e la scelta di raggruppare le opere per tipologia (come, per esempio, nel caso della sala con le pale d’altare), possa risultare a tratti pesante e fin troppo scontato.

    Una mostra che difficilmente potrebbe essere più fiorentina (e più comoda) di così. Una scelta certamente strategica in un momento di grande fervore per quanto riguarda l’attenzione al contemporaneo rivolta da Palazzo Strozzi; basti pensare, solo per citarne alcuni, ai casi di Ai Weiwei (settembre 2016 – gennaio 2017), Bill Viola (marzo – luglio 2017) e Marina Abramović che sarà ospitata nel prossimo 2018. Sembra quasi che la Fondazione abbia deciso di prendersi una pausa, un momento in cui dare al pubblico esattamente quello che si aspetta – e che probabilmente gli è mancato. Si tratta forse, in questo caso, di una mostra che risulta interessante non tanto per la proposta quanto piuttosto per i contenuti sui quali ovviamente non si può aver nulla da ridire. Ma arrivati a questo punto della programmazione e della progettazione delle mostre di Palazzo Strozzi, ci si potrebbe aspettare qualcosa in più nel modo di suggerire gli argomenti trattati, anche quando questi costituiscono le solide fondamenta su cui poggia tutta la storia del luogo in cui ci si trova.

    Non resta quindi che godersi lo splendore di quello che viene servito in mostra, senza però avere la pretesa di trovare molto altro.

    Arte contemporanea in Piazza della Signoria: quando il presente e il passato si scontrano

    Arte contemporanea in Piazza della Signoria: quando il presente e il passato si scontrano

    Chiunque attraversi Piazza della Signoria in questo momento non può certamente fare a meno di notare un gigantesco “intruso”. Si erge infatti per ben 12 metri una delle sculture esposte attualmente in piazza, opera dello svizzero Urs Fisher dal titolo “Big Clay#4”. Ad essa si accompagnano poi, sull’Arengario di Palazzo Vecchio, due statue in cera (“2 Tuscan Men”) raffiguranti Francesco Bonami e Fabrizio Moretti: rispettivamente curatore e ideatore – insieme a Sergio Risaliti – dell’iniziativa. Si tratta del terzo episodio in due anni in cui l’arte contemporanea approda nello spazio aperto di Piazza della Signoria, dopo i casi di Jeff Koons nel 2015 e di Jan Fabre nel 2016. Una proposta, secondo il sindaco Dario Nardella, che ha un preciso intento da parte della città di Firenze: dimostrare di essere in grado di promuovere il presente senza cristallizzarsi nell’alveo della tradizione.

    Jeff Koons, Pluto and Proserpina (Piazza della Signoria, 2015)
    Jeff Koons, Pluto and Proserpina (Piazza della Signoria, 2015)
    Jan Fabre, L'uomo che misura le nuvole (Piazza della Signoria, 2016)
    Jan Fabre, Cercando Utopia (Piazza della Signoria, 2016)

    Ma cosa significa davvero esporre arte contemporanea in uno dei luoghi simbolo del Rinascimento italiano?

    Significa, innanzitutto e senza alcuna ombra di dubbio, far discutere. E qualcuno potrebbe osservare che quindi, a prescindere dal tono con cui si consumano le discussioni che si legano a questo fenomeno, l’obiettivo sia stato raggiunto. Perché, come sostengono in molti, è proprio su questo che punta l’arte contemporanea: far discutere. Ma spesso sfugge quello che dovrebbe, in egual misura e forse anche di più, essere lo scopo di un’opera d’arte che non fornisce gli strumenti figurativi necessari per essere di immediata comprensione: far riflettere. E quale riflessione può suscitare una scultura il cui linguaggio non solo è distante da quello di opere illustri che la circondano, ma che non viene neanche in alcun modo veicolato per arrivare al pubblico? In che modo può rivelarsi costruttivo un confronto fra il presente ed il passato, se non c’è dialogo fra le due componenti? Il rischio che si corre è che diventi semplice arredo urbano e, in quanto tale, valutabile solo in base alle sue qualità estetiche. Crolla dunque qualunque riflessione possibile, fatta forse eccezione per la più sterile di tutte: quella che porta ad un inutile e ridicolo paragone con le preesistenze. Dimostrando quella fossilizzazione nel passato che, a ben pensarci, era esattamente ciò che si voleva evitare.

    Urs Fischer, 2 Tuscan Men (Piazza della Signoria, 2017)
    Gustav Klimt ed Egon Schiele, un rapporto maestro-allievo davvero speciale

    Gustav Klimt ed Egon Schiele, un rapporto maestro-allievo davvero speciale

    Cafè Museum, Vienna, 1907. Un artista ormai affermato si imbatte in un giovane e talentuoso studente. Li separano ben ventotto anni ma ad unirli è una visione affine dell’arte ed un comune interesse per la figura umana e la sua gamma espressiva. Entrambi scelgono di distaccarsi dall’ambiente accademico e promuovono la libertà d’espressione.

    Egon Schiele Tutt'Art@ - (9)
    Gustav_Klimt_1

    Egon Schiele (1890-1918) ha solo diciassette anni e studia nella prestigiosa Accademia di Belle Arti di Vienna, dove lo ha iscritto il lungimirante zio sotto la cui tutela è passato dopo essere rimasto orfano. Qui dimostra sin da subito il proprio talento, sebbene la rigidità dei canoni accademici gli stia decisamente stretta. L’incontro di cui stiamo parlando è l’incontro che sarà determinante per la sua carriera e, più in generale, per la sua vita.

    È Gustav Klimt (1862-1918), uno dei principali promotori della Secessione Viennese e artista comunemente associato all’art nouveau, a rimanere colpito dalle sue doti, tanto da fargli osservare: “Lei disegna già meglio di me!”. Schiele lo definirà non solo il proprio maestro, ma anche il proprio “padre spirituale”. Ed in effetti Klimt rappresenterà per lui un punto di riferimento artistico ma anche e soprattutto umano. Sarà proprio il suo mentore ad aiutarlo ad affacciarsi al mondo lavorativo procurandogli, grazie ai propri contatti, le prime modelle da ritrarre e le prime conoscenze che permetteranno a Schiele di debuttare con una personale già nel 1908. Qualche anno dopo, nel 1911, Klimt gli sarà ancora un volta di fondamentale aiuto per tornare sulla scena artistica dalla quale si era assentato a causa di un periodo di detenzione, dovuto alle accuse di molestie su una minorenne: una modella con cui ebbe una storia.

    Egon Schiele, L'abbraccio, 1917
    Egon Schiele, L'abbraccio, 1917
    Gustav Klimt, L'abbraccio (da L'albero della vita), 1905-1909
    Gustav Klimt, L'abbraccio (da L'albero della vita), 1905-1909

    Come già accennato, entrambi partono da una concezione artistica molto simile, con una particolare attenzione per il corpo umano. In Schiele è certamente presente ed evidente l’influenza del maestro, ma arriverà ad abbandonare il punto di partenza per scegliere una propria interpretazione della figura rappresentata, indagando su di essa in maniera molto diversa rispetto a Klimt. Lì dove il maestro gioca sull’armonia delle parti, delle cromie e dei motivi decorativi, l’allievo insiste quasi morbosamente sulle dissonanze e le spigolosità. Anche il tratto diventa nervoso, mettendo in risalto corpi ossuti e nodosi che ben si discostano dalle forme piene ed equilibrate tipiche del padre della secessione. Entrambi affrontano i grandi temi della vita dell’uomo, ma con uno spirito in certi casi quasi opposto che salta all’occhio anche cromaticamente: ai toni vivaci ed impreziositi dall’uso della foglia d’oro di Klimt si contrappongono i toni cupi con cui emergono le inquietudini che accompagnano Schiele per tutta la sua breve vita.

    È curioso pensare che i due, nonostante la grande differenza d’età, siano venuti a mancare nello stesso anno, il 1918. E rimasero legati fino all’ultimo, in quello che è stato un fortissimo desiderio di mostrare al mondo due diverse, ma complementari, letture della vita umana.

    Egon Schiele, Cardinale e suora, 1912
    Egon Schiele, Cardinale e suora, 1912
    Gustav Klimt, Il bacio, 1907-1908
    Gustav Klimt, Il bacio, 1907-1908
    Egon Schiele, Donna seduta con ginocchio piegato, 1917
    Egon Schiele, Donna seduta con ginocchio piegato, 1917
    Gustav Klimt, Danae, 1907
    Gustav Klimt, Danae, 1907
    MuMe: storia di un museo e di una città

    MuMe: storia di un museo e di una città

    Lo scorso 17 giugno la città di Messina ha finalmente aperto le porte del proprio museo in una versione completa.

    Si tratta del MuMe, il Museo Interdisciplinare Regionale di Messina, che già aveva visto inaugurato un primo significativo nucleo (che includeva il settore archeologico e l’ala nord) il 9 dicembre dello scorso anno. Ma la vicenda ha radici ben più lontane nel tempo. In seguito al terremoto del 1908 che rase quasi interamente al suolo la città, il museo (all’epoca Museo Civico Peloritano) che aveva sede nell’ex Monastero di San Gregorio, fu spostato nei locali dell’ottocentesca ex filanda Mellinghoff – adesso  sede di mostre temporanee – e nella adiacente spianata dell’ex monastero basiliano di San Salvatore dei Greci, dove risiede tuttora. La struttura del monastero è stata devastata dal sisma ma se ne conservano alcune parti in situ che, peraltro, sono state incluse nel nuovo percorso espositivo. Lo sterminato spazio all’aperto fu sfruttato con l’intento di dare un ricovero a tutto il materiale storico-artistico proveniente dalla città terremotata, che vide un primo lavoro di sistematica ricognizione ed inventariazione solo negli anni cinquanta del Novecento.

    La realizzazione della nuova sede espositiva ha inizio nel lontano 1985 e, dieci anni dopo, la struttura viene ultimata. Ulteriori interventi sono proseguiti fino al 2009, e l’anno successivo sono iniziate le procedure che hanno portato all’attuale configurazione degli spazi e del percorso espositivo. Una storia dunque particolarmente travagliata, dovuta sia a difficoltà di natura economica che alla vastità e complessità degli spazi, oltre che all’ingente quantità di materiale conservato. Se si considera l’area nel suo complesso, includendo quindi anche gli spazi esterni ed i depositi, si arriva infatti ad una superficie di oltre 17000 mq.

    L’attuale allestimento, frutto di una felice collaborazione fra la direzione e la progettazione del museo, ospita le opere selezionate in una esposizione che punta molto sull’aspetto didattico. Oltre alla presenza di pannelli esplicativi, i manufatti sono sistemati seguendo un itinerario cronologico che differenzia cromaticamente le varie epoche: il colore blu è stato scelto per il Medioevo, il verde per il Primo Rinascimento, il giallo per il Rinascimento, il rosso per il Manierismo, il bruno per Caravaggio ed i caravaggeschi, il viola per il Seicento, l’arancione per il Settecento ed infine il rosa per l’Ottocento. L’apertura degli spazi lascia che le sale interagiscano fra loro, creando degli scorci suggestivi in cui alcune opere, sapientemente isolate lungo le pareti ed i pannelli, continuano ad essere visibili da un ambiente all’altro come fossero punti di fuga di una prospettiva rigorosa, memori di quei criteri espositivi con cui il grande architetto Carlo Scarpa ha fatto scuola.

    Il museo ospita capolavori della storia dell’arte fra cui due Caravaggio e due Antonello da Messina (che, va detto, erano già presenti nella sede vecchia come molte altre opere) e si arricchisce di manufatti di grande importanza per la città e che hanno tutti contribuito alla sua storia. Si compie un vero e proprio viaggio nel tempo attraversando gli ambienti in cui si svolgono le tappe fondamentali della vita passata di Messina. Un percorso indubbiamente ricco di fascino, che si conclude in modo significativo con un’opera del 1904: ci si ferma ad un passo dal sisma, a soli quattro anni da quell’evento che avrebbe cambiato per sempre Messina e i suoi cittadini.

    Ma in realtà il percorso prosegue all’esterno, sebbene non in senso cronologico: le aree verdi circostanti custodiscono una ricca serie di manufatti lapidei provenienti da ogni angolo della città, dando vita ad un vero e proprio “museo all’aperto” di grande varietà stilistica. Un risultato del genere è motivo di interesse ed entusiasmo per qualunque visitatore. Ma, in un modo un po’ diverso, riempie di orgoglio gli occhi e il cuore di un visitatore messinese (come la sottoscritta), che ritrova nello snodarsi di quegli ambienti la rivincita della propria città. Una città che rientra in pieno possesso della sua storia, offrendola al pubblico in una degna veste per poterne celebrare lo splendore ad ogni passo che si percorre.

    • Foto di Giulia di Giacomo