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Erika Meneghini

About Erika Meneghini

Laureata in Beni Culturali all'Università degli Studi Trento, sto concludendo un Master in Storia dell'arte presso l'Università di Vienna. Sono una trentina a cui piace creare e viaggiare, appassionata d'arte e di musei: credo che l'arte sia la più grande fonte d'ispirazione e piacere in assoluto.
    Margherita Sarfatti, non solo l’amante del duce ma una curatrice ante litteram

    Margherita Sarfatti, non solo l’amante del duce ma una curatrice ante litteram

    Nell’autunno 2018 sono state inaugurate due grandi mostre su Margherita Sarfatti, una al Museo del Novecento di Milano e l’altra al Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto (MART). Le due esposizioni, che si svolgono contemporaneamente e si potranno visitare fino al 24 febbraio 2019 sono autonome, in quanto trattano temi diversi e non espongono le stesse opere, ma allo stesso tempo complementari, dato che fanno parte di un progetto espositivo unitario e condividono un unico catalogo, edito da Electa. Mentre la mostra di Milano si concentra sull’attività artistica degli anni Venti nel capoluogo milanese, quella al Mart, intitolata “Margherita Sarfatti. Il Novecento Italiano nel Mondo”, mira ad esaltare il ruolo di questa donna nel mondo artistico, politico ed intellettuale dell’epoca ed in particolare alle mostre da lei organizzate fuori dall’Italia, con l’obiettivo di promuovere lo stile e la cultura italiana all’estero.

    Margherita Sarfatti fu una delle più importanti critiche d’arte italiane in assoluto. Nacque a Venezia nel 1880 come Margherita Grassini, da una ricca e nota famiglia ebraica. Dopo il suo matrimonio con l’avvocato socialista Cesare Sarfatti (1898), ne acquisì il cognome. Già dal 1902 si trasferì a Milano e iniziò a scrivere su l’Avanti della Domenica, per poi essere assunta come responsabile della rubrica di critica d’arte sull’Avanti! (Giornale ufficiale del partito socialista italiano) nel 1909. Nonostante la fama della giornalista, che giocò un ruolo di estrema rilevanza sia come critica e collezionista d’arte, che come ambasciatrice dell’arte italiana nel mondo, Margherita Sarfatti viene ricordata ancora oggi molto spesso esclusivamente per la sua relazione con Benito Mussolini, conosciuto ai tempi dell’Avanti e per il quale la donna svolge un ruolo di enorme importanza, fino a divenire nel 1918 redattrice del quotidiano fondato dal futuro dittatore Il Popolo d’Italia. La donna lo seguirà nella sua trasformazione a duce e contribuirà alla creazione dei nuovi miti e alla propaganda che sono necessari al consolidamento del potere del movimento fascista.

    La scrittrice raggiunse l’apice della sua attività culturale nel 1922 con la fondazione insieme al gallerista Lino Pesaro di un gruppo artistico, formato inizialmente da sette artisti: Mario Sironi, Achille Funi, Anselmo Bucci, Leonardo Dudreville, Gian Emilio Manerba, Piero Marussig e Ubaldo Oppi. L’iniziale proposta di chiamare il gruppo Il Candelabro, venne scartata a causa dei forti riferimenti alla religiosità ebraica e sostituita da una denominazione di maggiore impatto: Novecento Italiano. Classificarsi “novecentisti” significava porre il proprio secolo, e quindi la propria produzione artistica al pari di quella dei secoli passati, del Quattrocento per esempio. Le opere di questi artisti vennero esposte per la prima volta nel 1924, alla Galleria Pesaro di Milano. Il loro intento era quello di proclamare un’arte che rispecchiasse la definizione di “moderna classicità”. Dopo la distruzione e la disperazione causate dalla Prima Guerra Mondiale, c’era bisogno di un ritorno al figurativo, alla bellezza, all’ordine. L’obiettivo comune era quello di riprendere il passato in chiave moderna e renderlo eterno. Ad esempio nel suo “Ritratto di donna con pelliccia” Piero Marussig riprende la ritrattistica rinascimentale veneziana per i toni cromatici, la rappresentazione della figura a tre quarti e lo scorcio sul paesaggio, dato dalla finestrella sullo sfondo.

    Piero Marussig, “Signora con Pelliccia”, 1920, Mart

    Nonostante l’allontanamento di alcuni membri a causa dell’adesione al fascismo della Sarfatti, in poco tempo il gruppo si ampliò ad una cerchia eterogenea di artisti, i quali miravano a esprimere lo stesso concetto di ripresa della tradizione attraverso interpretazioni sempre più personali. Agli artisti coinvolti dalla Sarfatti nel suo progetto culturale, tra i quali Massimo Campigli, Virgilio Guidi, Giorgio Morandi, Renato Paresce, Mario Tozzi e Adolf Wildt, è dedicata una delle prime sale della mostra, nella quale i loro autoritratti (ad eccezione del ritratto di Tozzi dipinto da Funi) sono esposti su un’ampia parete bianca, uno accanto all’altro. Questa disposizione monumentale vuole esaltare l’importanza di quest’associazione artistica, che si contraddistinse per l’impiego di una molteplicità di tecniche e stili, unito al celebre concetto di “moderna classicità”. Uno dei successi più celebri della Sarfatti è l’invito ricevuto nel 1924 a partecipare alla Biennale di Venezia, in qualità di gruppo. Sarà questa l’occasione per far conoscere l’arte del Novecento italiano al mondo. Rimasta vedova, scrive e pubblica nel 1925 una biografia su Mussolini intitolata DUX, che venne tradotta in tutte le lingue ed ebbe molto successo. Il libro venne letto da tutti e contribuì alla creazione del mito del duce. Un altro evento importante organizzato dalla Sarfatti è la Mostra internazionale delle arti decorative di Villa reale a Monza. L’intento delle opere esposte è quello di una ripresa dei modelli neoclassici nelle arti decorative contemporanee. Alla fine degli anni 20’ Margherita Sarfatti inizia a non approvare più tutte le scelte del duce e capisce che la parabola mussoliniana avrà vita breve. Decide allora di andare negli Stati Uniti, dove cercherà di avvicinare la cultura americana allo stile italiano. Mussolini nel frattempo si allea alla Germania e con l’avvento delle leggi razziali nel 1938 la Sarfatti è costretta a rimanere all’estero. Viaggia tra la Francia, gli Stati Uniti e l’Uruguay. Solamente alla fine della Seconda Guerra Mondiale tornerà in Italia, nella sua casa di campagna a Cavallasca.  Alla fine della sua carriera scrive la sua celebre autobiografia intitolata Acqua passata, nelle quale ha modo di riflettere su sé stessa, sulle sue scelte di vita. Il fascismo è ormai per lei acqua passata, ma quello che invece rimarrà sarà la sua passione per l’arte. La mostra è divisa in diverse sezioni, che mirano a rappresentare le molteplici sfaccettature di questa figura così complessa e ci fanno rivivere le tappe più significative della sua celebre carriera.

    Oltre all’esposizione di numerosi capolavori dell’arte italiana del XX secolo, la mostra di Rovereto è caratterizzata dalla presenza di numerosi documenti (tra cui articoli di giornale, lettere, pubblicazioni, manifesti, fotografie), resi disponibili dagli Archivi del Mart, del Fondo Sarfatti così come dalla biblioteca privata della scrittrice. In ogni sala le fonti letterarie e documentarie sono legate alle opere d’arte esposte: questo permette al visitatore di contestualizzare  e immergersi a pieno nell’ambiente culturale dell’epoca. Partendo da una prima sala, che presenta alcuni dei molteplici ritratti che numerosi artisti dedicheranno alla scrittrice, il visitatore viene immerso nella scena artistica milanese, ed entra in contatto con gli artisti che conobbe Margherita Sarfatti nei suoi primi anni a Milano.  Di particolare rilevanza  è il ritratto scultoreo di Adolfo Wildt, che la rappresenta con gli occhi vuoti e l’espressione dolente, tipica delle sue sculture. Nella sala si possono ammirare ulteriori opere di importanti artisti a lei cari, in particolari alcune tele di Umberto Boccioni e le sculture di Medardo Rosso.

    Adolf Wildt, “Ritratto di Margherita Sarfatti”, 1930, collezione privata

    Le prime sale vengono dedicate all’ affermazione della Sarfatti come scrittrice e alla sua promozione dell’arte in una società ancora fortemente dominati dagli uomini. Al centro della mostra troviamo il suo ambizioso programma culturale, che mirava all’affermazione e all’espansione dell’arte italiana all’estero. Le opere del gruppo Novecento Italiano evidenziano caratteristiche stilistiche diverse, ma sono legate da una comune ricerca di un nuovo linguaggio artistico (in dialogo con la tradizione) . Nella mostra si possono ammirare più di cento capolavori, che aspirano ad un’arte concreta, semplice e definitiva. Uno degli esempi più interessanti d’espressione di questo concetto è l’opera di Massimo Campigli. Egli dipinge molte delle sue tele in maniera tale da farle sembrare degli affreschi e le integra con delle figure che si rifanno all’arte etrusca. Tra gli altri numerosi maestri che si unirono al movimento del Novecento Italiano troviamo: Giorgio de Chirico, Gino Severini, Carlo Carrà, Felice Casorati, Arturo Martini e Arturo Tosi. Successivamente ci si addentra in una sala dedicata quasi esclusivamente a Benito Mussolini. Qui si possono leggere svariati documenti che testimoniano l’importanza di Margherita Sarfatti per la promozione del culto del duce. Allo stesso tempo possiamo osservare i diversi modi in cui gli artisti raffigurano  Mussolini. In particolare, colpiscono le opere di Mario Sironi, che oltre ad essere il vignettista ufficiale del Popolo d’Italia, mirava a riconquistare il primato culturale dell’Italia attraverso la sua adesione al fascismo. Il suo obiettivo era quello di creare un’arte capace di interagire con il “popolo”, attraverso grandi affreschi, mosaici o rilievi all’interno di edifici pubblici. Nonostante queste opere siano state messe in discussione per molto tempo, a causa del contesto storico problematico a cui sono legate, al giorno d’oggi è necessaria un’ulteriore analisi delle loro qualità artistiche, che va al di là  di ogni intento politico.

    L’ultima sezione è dedicata alle numerose mostre d’arte italiana organizzate da Margherita all’estero tra il 1926 e il 1932. Dopo le gallerie italiane e le biennali, la gallerista si spinge ancora più in alto, facendo viaggiare le opere italiane in tutta Europa, negli Stati Uniti e persino in Argentina ed in Uruguay. L’intento di diffusione della cultura italiana all’estero di Margherita Sarfatti viene associato ad una sorta di colonialismo estetico, una promozione del gusto e dello stile dell’arte italiana del Novecento in tutto il mondo. Per questo al giorno d’oggi le viene attribuito l’appellativo di curatrice ante litteram, in quanto è come se lei avesse inventato questo ruolo che fu e sarà sempre di estrema importanza per la storia dell’arte.

    Gabriele Münter in mostra a Colonia: immagini dirette al punto

    Gabriele Münter in mostra a Colonia: immagini dirette al punto

    Fino al 13 gennaio 2019 il museo Ludwig di Colonia, ospiterà la retrospettiva su Gabriele Münter, intitolata Malen ohne Umschweife, letteralmente, dipingere senza divagazioni. Il titolo della mostra è stato tradotto in inglese con un termine ancora più diretto Painting at the Point: dipingere al punto. Fu proprio grazie alla puntualità delle sue opere che la giovane artista riuscì a farsi strada in un ambiente culturale nel quale gli artisti (uomini) erano ancora la grande maggioranza.

    Gabriele Münter (1877 Berlino – 1962 Murnau) è una delle principali esponenti del movimento espressionista tedesco. Nel 1898 decise di intraprendere un viaggio in America accompagnata dalla sorella, durante il quale iniziò a scattare una serie di fotografie artistiche, le quali sarebbero poi divenute fonte d’ispirazione per le sue composizioni pittoriche. Nel 1901  l’artista si trasferì a Monaco di Baviera, per frequentare la scuola di pittura della “Associazione delle Artiste” (“Malschule des Künstlerinnen-Vereins”), dato che a quel tempo le donne non potevano ancora venire ammesse all’accademia artistica ufficiale.  Di lì a poco Münter decise di entrare a far parte della scuola rivoluzionare della “Falange” (“Phalanx”), dove studiò non solo pittura, ma anche scultura e incisione. Il direttore della scuola era il pittore russo Wassily Kandinsky, il quale la prese sotto la sua ala, invitandola a partecipare ai suoi corsi di pittura estivi sulle Alpi. Tra i due si sviluppò un rapporto molto più personale che professionale e nonostante Kandinsky fosse sposato, la Münter andò a convivere con lui a Murnau, una piccola cittadina mercantile della Baviera, cosa che non venne ben vista dalla società conservatrice dell’epoca. Dopo aver contributo alla fondazione della “Associazione dei nuovi artisti di Monaco” (Neue Künstlervereinigung München), è proprio nella loro casa a Murnau, che venne soprannominata la “casa russa”, dove nel 1911 Gabriele Münter, Wassily Kandinsky e Frank Marc fondarono il famosissimo gruppo espressionista “Der Blaue Reiter“ (Il cavaliere blu).

    Gabriele Münter , "Autorretrato", 1908 c.
    Qual è la vera importanza di quest’ artista, spesso associata a una donna malinconica e infelice, e nota quasi solamente come amante di Kandinsky nei libri di storia dell’arte?

    Gabriele Münter fu molto più di questo. Durante il regime nazista, quando l’espressionismo venne definito “arte degenerata” (“entartete Kunst”), e le opere del gruppo artistico “Der Blaue Reiter” vennero condannate, Gabriele Münter riuscì a nasconderne molte nella cantina della sua casa a Murnau, impendendo che venissero distrutte, come accadde ad altri capolavori di stile espressionista. Nel 1957 la donna decise di donare la sua preziosa collezione privata alla “Städtische Galerie im Lenbachhaus”: grazie a questo atto così generoso dell’artista oggi possiamo ammirare a Lenbach una delle collezioni più complete delle opere del “Blaue Reiter”, con più di ottanta dipinti, che spaziano da August Macke, Kandinsky e a molte opere della Münter stessa.
    La mostra di Colonia, che espone in gran parte opere provenienti dal museo di Lenbach, rileva un approccio alla vita e all’opera dell’artista molto originale. Lontana dalle tradizionali narrazioni cronologiche, la mostra è suddivisa in diverse aree tematiche: paesaggi, ritratti, primitivismo, nature morte, per citare le più importanti: tutti temi che l’artista riprenderà a trattare più volte nel corso della sua carriera. L’obiettivo della mostra è quello di presentare l’opera di Gabriele Münter, nella sua ampiezza e varietà. A partire dal 1913 Gabriele Münter fu protagonista di molte retrospettive, le quali si tennero principalmente a Berlino e a Monaco di Baviera. Il periodo del “Blaue Reiter” resta certamente quello più produttivo e fortunato per la donna. Sebbene Gabriele Münter soffrì molto per la separazione con Kandinsky, che a causa della guerra era dovuto tornare in Russia, riuscì comunque a rialzarsi, a viaggiare in tutta Europa e a continuare a dipingere. Durante l’estate del 1915 infatti, l’artista iniziò a intraprendere importanti viaggi in Scandinavia. Arrivata in Danimarca, imparò il danese e fu protagonista di una grande retrospettiva a Copenaghen. Anche ad Oslo, dove imparò lo svedese riuscì a distinguersi in una mostra di rilevante importanza, quasi una retrospettiva. Tornata dalla Scandinavia al principio degli anni 20’, e venuta a conoscenza del fatto che Kandinsky si era risposato, decise di lasciare la solitaria Murnau per trasferirsi a Berlino, dove conobbe lo storico dell’arte Johannes Eichner, suo futuro compagno. Alla fine degli anni 20’ l’artista trascorse sei mesi a Parigi: questo soggiorno fu molto importante per lo sviluppo del suo stile artistico, che venne notevolmente influenzato dall’arte fauvista. Infine negli anni 30’ Gabriele Münter intraprese dei viaggi anche in Italia.

    Cosa traspare dalle opere di Gabriele Münter?

    Un primo aspetto che possiamo individuare in molti dei suoi quadri è la volontà di emancipazione della donna nella società maschilista e patriarcale dell’epoca. La vita della Münter è da considerarsi davvero eccezionale, se paragonata a quella di una sua normale concittadina. La giovane artista visse un esistenza libera da pressioni paterne e coniugali, in quanto il padre, che non l’aveva appoggiata nella scelta di diventare pittrice, era morto quando lei era ancora giovane, mentre il suo compagno, Kandinsky, era stato uno dei primi a sostenere la sua arte e ad incoraggiarla nel coltivare il suo talento. Lo scandalo provocato dalla convivenza della Münter con l’uomo sposato, conferma quanto per  lei il giudizio della società non fosse importante, dato che era consapevole della sua indipendenza come donna e delle sue capacità come pittrice. Si potrebbe pensare che l’artista abbia dipinto molti autoritratti, per esprimere questo suo desiderio di emancipazione femminile, al contrario invece, la Münter era molto più interessata a ritrarre le donne che la circondavano piuttosto che se stessa. Una delle opere più rivoluzionarie esposte alla mostra è il Ritratto dell’ artista Magret Cohen, opera datata 1932 e proveniente dalla collezione del Dreiländermuseum di Lorrach. Questo ritratto, oltre a testimoniare il grande influsso che il pittore francese Henri Matisse esercitò sull’artista, può essere visto come un manifesto dell’emancipazione della condizione della donna nell’arte. La donna, che fin dall’antichità viene vista come un oggetto da ritrarre, per la sua bellezza e per le sue virtù, o al massimo come musa ispiratrice, qui è rappresentata disinvolta, quasi altezzosa, fumando una sigaretta e non degnando né al mazzo di fiori, né allo spettatore, che si trovano davanti a lei, neppure uno sguardo. Anzi, sembra quasi che Magret Cohen voglia proprio evitare il contatto visivo con lo spettatore, quasi egli non sia degno di ammirarla o almeno a significare quanto a lei la sua ammirazione non interessi. È la rappresentazione della “donna artista”, indipendente, sicura di sé e delle sue capacità. Il fatto che il dipinto di un’artista (donna) sia stato eseguito da un’altra artista enfatizza il significato di quest’opera e la volontà della Münter di elevare la sua arte e la condizione della donna nel mondo artistico.

    Gabriele Münter , "Ritratto di Magret Cohen"

    Un ulteriore aspetto che caratterizza l’opera di Gabriele Münter è la sua particolare rappresentazione del paesaggio. Colori brillanti, linee curve e forme sinuose: così si presentano molte delle vedute di Murnau della Münter, che introducono il visitatore nella mostra. Nel paesaggio intitolato Hagener Weg sono evidenti alcune affinità con i paesaggi post-impressionisti di Van Gogh, soprattutto per quanto riguarda la pastosità del colore, le linee curve che delineano la strada, le colline e le montagne e le forme oscillanti degli alberi autunnali. Al blu intenso delle montagne, l’artista contrappone un rosa caldo delle nuvole cielo. Questa giustapposizione dei colori, insieme alla dolcezza dei contorni ondulati delle forme, contribuiscono a stimolare la sensazione che si tratti di un paesaggio fantastico, semplice e variopinto, proprio come sarebbe visto dagli occhi di un bambino. Nonostante i primi paesaggi di Gabriele Münter siano dipinti in stile neoimpressionista, il suo stile si orientò molto presto al mondo infantile e naïve.
    Per quanto riguarda la sezione “Primitivismo”, nella mostra si possono vedere due film, dai quali l’artista trasse ispirazioni per la realizzazione molte delle sue opere con questo tema. Alla fine del percorso si possono ammirare svariate altre pellicole, che Gabriele Münter amava. Questa scelta cinematografica permette allo spettatore di capire meglio i gusti e le opere della donna, a provare a immedesimarsi in quest’ artista, la quale collezione lasciò il segno nella storia.

    Grazie alla varietà delle sue opere, alla sua personalità determinata e al suo talento eccezionale, Gabriele Münter viene considerata oggi una delle artiste più innovative e rivoluzionare dell’avanguardia tedesca. Tra le tante citazioni, lasciateci dall’artista nelle sue lettere e diari, vorrei riportare la traduzione della frase che apre la mostra, la quale spiega al meglio la concezione del mondo di Gabriele Münter e il modo in cui lei lo rappresentava.

    “Estraggo gli aspetti più espressivi della realtà e li rappresento semplicemente al punto, senza fronzoli. In questo modo la totalità del fenomeno naturale non viene considerato; le forme si raggruppano in sagome, i colori diventano campi, e i contorni del mondo emergono, immagini”.