Author Archive for: Cristina Morgese

Cristina Morgese

About Cristina Morgese

Laureata in Economia e gestione dei beni culturali presso l’Università Cattolica di Milano, proseguo i miei studi in Archeologia e Storia dell’Arte presso la stessa. Fotografare, suonare e scrivere sono per me delle vere e proprie necessità. Amo gli sguardi sinceri, i notturni di Chopin, i crepuscoli autunnali e un bicchiere di vino in buona compagnia. Ma più di tutto, credo nell’Arte che viene dal cuore.
    Creature magiche e geometrie sognanti. Il visionario Osvaldo Licini alla Collezione Peggy Guggenheim

    Creature magiche e geometrie sognanti. Il visionario Osvaldo Licini alla Collezione Peggy Guggenheim

    È notte. Nella laguna veneziana, mentre il cielo si colora di un blu intenso e ‘’l’esile luna versa un sacro lume’’ come scrive Paul Valéry, emerge improvvisamente dall’acqua un’ombra accompagnata da misteriose creature fluttuanti. I ferri di prua vestiti d’oro sembrano, come uno sciame di lucciole, tracciare un magico percorso sull’acqua con in mente un’unica direzione: il Peggy Guggenheim. Lo immaginiamo così, denso di poesia e mistero l’arrivo di Osvaldo Licini alla Collezione Peggy Guggenheim che, con oltre 100 opere disposte in 11 sale fino al 14 gennaio 2019, ricorda il curioso e ribelle percorso dell’artista marchigiano dai colli della sua terra ai primitivi Angeli, sempre in ricerca di nuovi segni al limite della figurazione e dell’astrazione.

    Così come per le sue opere risulta impossibile associare le ricerche artistiche di Licini a determinati movimenti, tuttavia, si può dire che di ognuno ne coglie l’originaria intenzione e la fa propria. È per questo che, guardando le opere esposte in mostra, non si può che scorgere nella loro diversità, una acuta coerenza frutto di in vivido sentire che supera le geometrie del suo tempo. Geometrie ‘’liberamente concepite’’ come direbbe lo stesso artista e che si fanno sentimento, distaccandosi da quelle di Kandinskij e Mondrian per giungere, attraverso le forme, ad una realtà ricca di poesia e di lirismo in cui dar vita alle simboliche figure dell’Amalasunta, dell’Olandese volante e dell’Angelo Ribelle. Le chiavi di lettura delle sue opere sono infinite: dall’attitudine leopardiana alla filosofia di Nietzsche e al visionario Rimbaud, senza dimenticare il delicato spleen dei nudi di Modigliani che tanto apprezzava e l’epifanica essenzialità del suo amico Morandi. Un’artista che non si è mai accontentato e che ha fatto della libertà non il fine bensì il mezzo per attraversare, senza limite alcuno e sempre con estrema ironia, le più tortuose vie esistenziali dell’uomo. La sua raffinata ricerca cromatica, l’alleggerimento della materia e la condizione primordiale del segno rendono all’occhio umano palpabile quello che lui definiva il suo regno: l’aria. Che Calvino non si sia ispirato proprio a lui per “Le città invisibili” e “Le cosmicomiche”, il quale dal telescopio più prezioso che l’uomo può possedere, ovvero quello del cuore, non smise mai di interrogarsi sui misteri dell’Universo.

    L’eredità che ci ha lasciato Licini non ha prezzo. Con i suoi misteriosi personaggi e le sue sognanti geometrie, compie un lungo viaggio perennemente inquieto muovendosi, come solo il migliore degli acrobati sa fare, su quei sottili fili che seguono i segreti del vento e, fluttuando nell’aria, restano sospesi tra realtà e irrealtà con un unico obiettivo: quello di sentirsi liberi. V’è un confine sottile che avvicina irrimediabilmente l’arte alla vita di ognuno di noi e non ha avuto paura di percorrerlo dissacrandolo, interrogandolo e superandolo con quella tormentata e brillante leggerezza tipica di chi, con coraggio, sfida intemperie interiori ed esteriori per approdare a territori inesplorati. In quel suo infinito pellegrinare, nomade irrequieto ai confini dei vasti continenti dell’arte, non trovò mai certezze tranne leggere le poesie di Dino Campana al suo amico Modigliani, quando il Cafè de La Rotonde si riempiva di artisti e allora Parigi indossava il suo abito migliore: quello della notte. Ed è così che desidero ricordarlo, con quelle parole che tanto amava e che meglio di nessun’altre catturano l’essenza delle sue opere:

    “Io vidi dalle solitudini mistiche staccarsi una tortura e volare distesa verso le valli immensamente aperte [..] Volava senza fine sulle ali distese, leggere come una barca sul mare.”


    Osvaldo Licini
    Riflessione, dialogo, intima ricerca: la fotografia secondo Tommaso Mori

    Riflessione, dialogo, intima ricerca: la fotografia secondo Tommaso Mori

    Classe 1988, Modena. Diplomato in Fotografia presso il C.F.P. Bauer di Milano, ha partecipato a mostre sia in Italia che all’estero tra cui BJCEM Mediterranea 17, Fabbrica del Vapore, Milano; Onward Compé 16, Project Basho, Philadelphia; Festival Circulations 2015, Parigi; UNSEEN Photo Fair 2014, Amsterdam. Le sue opere fanno parte della collezione del Museo di Fotografia Contemporanea di Milano.

    Si è conclusa da poco la mostra collettiva “ABITANTI. Sette sguardi sull’Italia di oggi” alla Triennale di Milano, frutto del bando 999. Una collezione di domande sull’abitare contemporaneo che ha visto protagonista anche il tuo progetto R-Nord. Un tema complesso che esprime un’urgenza di relazione, dialogo e riflessione. In che modo hai interrogato il mezzo fotografico ai fini di questo progetto e cosa ti ha lasciato a livello personale?

    La fotografia per me è un comportamento. Il mezzo fotografico produce certamente immagini, ma prima di tutto azioni. Mi interessa capire quali azioni individuali e collettive possa generare.
    Il ritratto per me è una pratica privilegiata con cui è possibile effettuare un’azione di scambio con una persona e, nel tempo, con una comunità più allargata. “R-Nord” è nato come una sfida. È un progetto di fotografia partecipata realizzato nell’omonimo palazzo brutalista di Modena, ribattezzato dagli anni Settanta “Hotel Eroina” per il degrado. Negli ultimi dieci anni il luogo ha vissuto un processo di riqualificazione ancora in atto: accanto ad una popolazione marginalizzata si è affiancato un nucleo di persone non residenti e legate ad attività produttive. Nello stesso luogo convivono persone che per sopravvivere devono affidarsi alle donazioni di cibo della Croce Rossa, presenza stabile nell’edificio, accanto a una start up di successo con un fatturato da milioni euro.
    Mi sono quindi chiesto se la fotografia come mezzo di scambio potesse funzionare in un contesto così complesso, con più di otto lingue parlate e realtà estremamente differenti tra loro. Non solo: si è trattato di un progetto organizzato nel corso di 6 mesi ma fisicamente prodotto nel corso di un solo pomeriggio. “R-Nord” è quindi stata una grande scommessa sia personale che di tutte le realtà che mi hanno supportato nel realizzarlo, a partire dal Museo di Fotografia Contemporanea e La Triennale di Milano.
    Personalmente ho riscontrato che la fotografia può essere impiegata come mezzo per attivare dei momenti positivi di comunità che altrimenti non esisterebbero. Non solo grazie alla fotografia è stato possibile creare un momento di contatto tra le comunità del palazzo stesso, ma anche tra il palazzo ed il quartiere, due realtà spesso in tensione. A livello personale mi rimane una grande soddisfazione: indipendentemente dal progetto fotografico a cui sono affezionato, sono particolarmente contento di essere riuscito a offrire una festa di quartiere con tantissime attività gratuite per tutti. Alla festa hanno partecipato centinaia di persone, e questo è solo grazie al lavoro svolto da tutte le attività presenti nell’edificio che hanno dimostrato che R-Nord è ogni giorno un luogo di persone che si impegnano per il cambiamento.

    Tommaso Mori, R-Nord, La Triennale di Milano

    Nei tuoi lavori appare la tecnica del blueprint. Come sei approdato ad essa?

    Sette anni fa, quando ho iniziato a realizzare progetti d’arte, i miei lavori erano virtuali o proiezioni. All’epoca mi interessava capire cosa potesse fare la fotografia una volta rimossa la sua componente fisica e palpabile. Realizzavo progetti partecipati ed in tempo reale: anche in quel caso coinvolgevo grandi numeri di persone per tempi brevissimi, anche solo un’ora, chiedendo alle persone di interagire con me.
    La fotografia era uno spazio d’azione e di improvvisazione. Dopo diversi progetti iniziai a sentire la curiosità di capire come si relazionassero le persone agli oggetti fisici prodotti dalla fotografia, come stampe e installazioni. Ho notato che molte persone hanno un rapporto quasi sacro con le stampe, tanto che non devono essere toccate ed osservate solo in particolari condizioni e magari ad una certa distanza.
    Sono arrivato alla cianotipia perché sentivo il bisogno di poter realizzare oggetti che potessero essere toccati, rovinati, scambiati. Ho sentito la necessità di ritornare ad avere una folla attorno, ma questa volta con più strumenti. La cianotipia è per me uno strumento ottimo: è semplice, veloce, accetta tutti e perdona gli errori. Inoltre, permette di recuperare quella piccola meraviglia dello svelamento dell’immagine che molte persone non hanno mai vissuto, dando un punto d’ingresso affettuoso all’arte.

    La macchina fotografica non è mai l’unico mezzo per poter decifrare i tuoi lavori, ricchi di diversi linguaggi e approcci che fanno da scheletro ad una ricerca intima, personale e intensa. C’è stato un momento preciso in cui hai sentito che era questa la strada giusta per esprimere questa ricerca?

    Ho iniziato a sperimentare con la fotografia alle superiori: da anni mi interessavo al disegno, alla grafica e alla programmazione. La fotografia si aggiunse senza pretese, ma nel tempo diventò il mio strumento preferito: all’epoca ero una persona molto più irrequieta e apprezzavo l’immediatezza del mezzo.
    Ho capito che la fotografia per me era fondante realizzando Simone di Cirene.  Fa un po’ sorridere, perché in realtà scattavo fotografie da quasi un decennio e avevo appena finito un biennio di studi di fotografia presso il C.F.P. Bauer. Il mio rapporto con la fotografia non era quindi qualcosa che prendevo alla leggera, sapevo che per me era la strada. Tuttavia, Simone di Cirene rappresenta un momento di abbandono totale alla fotografia. Smisi di cercare di controllare la fotografia e per la prima volta mi arresi totalmente ad essa. Realizzare quel progetto è stato un momento personale ed artistico di grande trasformazione, in cui ho capito che la fotografia non era più qualcosa che facevo ma qualcosa che faceva parte di me e di cui facevo parte a sua volta.

    Tommaso Mori, Simone di Cirene

    Nei tuoi progetti confluiscono la preghiera, come in Prayer Flag; la fede, come in Simone di Cirene. Che ruolo ha la religione per te e in che modo influisce nei tuoi lavori?

    Sono cresciuto in un ambiente fortemente cattolico che successivamente ho rifiutato con forza. Nonostante ciò, diversi aspetti del cattolicesimo rimangono all’interno dei miei lavori. Alcuni sono macroscopici: l’iconografia cristiana all’interno di Simone di Cirene e People on the Cross, così come la presenza della preghiera all’interno di Prayer Flag. La fotografia mi ha fornito un luogo sicuro in cui potermi confrontare a distanza di molti anni con un passato a volte spinoso che non avevo ancora metabolizzato del tutto. Altri aspetti sono più sottili: alcuni progetti, come Prayer Flag e soprattutto Qoelet, nascono per deperire. Nella cultura cattolica il tempo di vita è un soffio, ed è solo grazie al decadimento che la vita acquista significato.
    Simone di Cirene e Vulnera implicano l’uso del corpo, del sangue e della luce, materiali fondanti del cristianesimo. Infine, Strata e R-Nord stessi per quanto privi di riferimenti iconografici, portano in sé degli ideali di condivisione e di vicinanza al prossimo che difficilmente avrei se non fossi cresciuto in un determinato ambiente. Non sono più credente da molto tempo, ma nel tempo ho capito che è inutile fuggire dalle proprie radici: più che scappare da sé stessi ha più senso accettarsi, anche a costo di sentirsi spaesati.

    Tommaso Mori, Player flag, 2017
    Tommaso Mori, Player flag, 2017
    Tommaso Mori, People on the Cross

    In Strata parli di fotografia partecipativa. Quanto per te è importante il ruolo di immagine come ‘’attivatrice di azioni’’ nel mondo d’oggi?

    È fondamentale. Oltre alla fotografia mi occupo di comunicazione, e da sempre il mio focus è sulla pragmatica. Il linguaggio per me ha come scopo la generazione di azioni nel ricevente. In questo momento storico la pragmatica sta vivendo un momento di successo, ma purtroppo con fini orrendi. Il linguaggio viene utilizzato con successo da movimenti d’odio per muovere azioni che limitino i diritti delle persone meno ricche, straniere, non eterosessuali, di religioni non cristiana ed in generale percepite come diverse. È un uso meschino del linguaggio. Da persona che si occupa di arte, fotografia e comunicazione sento la necessità personale di usare il linguaggio il più possibile con fini positivi, generando azioni che spingano all’unità, all’inclusione e alla resistenza contro questa deriva.

    Tommaso Mori, Strata A
    Tommaso Mori, Strata G

    Mi ha colpito molto Vulnera, progetto attualmente in corso. Parli di atto di fede nei confronti del prossimo, attraverso un processo che trasforma il sangue in luce. Puoi dirci qualcosa in più?

    Vulnera è un progetto in corso in cui genero luce a partire da una goccia di sangue, e tramite questa fonte luminosa creo immagini fotografiche. Chiedo a persone che non conosco di collaborare con me e di raccontarmi la propria storia, con le sue difficoltà. Al termine della conversazione chiedo alle persone di donarmi una goccia di sangue, con cui genero luce, creo un’immagine fotografica e di cui dono una stampa alla persona. Ultimamente mi sono interrogato sulla vulnerabilità. Credo che essere vulnerabili sia il punto di partenza per effettuare uno scambio sincero tra persone.

    Ritengo che uno dei modi per cogliere il lavoro personale di un fotografo sia porre un interrogativo forse banale, ma mai scontato. Cos’è per te la fotografia?

    La fotografia è uno degli strumenti con cui si può creare significato esistenziale per sé e per gli altri. Francamente da un po’ di tempo ho smesso di considerarmi un fotografo. La mia vita è piena di fotografie, ma spesso manca di significato. Sto cercando di diventare un produttore di significato, e di incorporare la fotografia dentro questo. Credo quindi che la fotografia sia per me come gli affetti, la famiglia e tutto ciò che è caro e richiede cura quotidiana. La vulnerabilità è un’attitudine attualmente politicamente osteggiata: viene confusa con la debolezza, quando in realtà consiste proprio nella capacità di sopportare il dolore proprio ed altrui, trasformandolo in qualcosa di luminoso.

    Tommaso Mori, Vulnera 4
    Tommaso Mori, Vulnera 8
    Tommaso Mori, Vulnera 8
    Un sogno non è mai soltanto un sogno | Stanley Kubrick fotografo

    Un sogno non è mai soltanto un sogno | Stanley Kubrick fotografo

    La fotografia certamente mi fece compiere il primo passo verso il cinema. Per girare un film interamente da soli, come feci inizialmente io, si può non saperne molto di tutto il resto, però bisogna conoscere bene la fotografia.”
    (- Stanley Kubrick)

    E’ il 12 aprile 1945 e mentre  Harry S. Truman riempie gli scatoloni per trasferirsi nella men che meno Casa Bianca, un giovanissimo Stanley Kubrick immortala con la sua Rolleiflex un edicolante dallo sguardo affranto mentre rilegge, forse per la trecentesima volta, una delle head-line più famose di quegli anni: ‘’Roosevelt è morto’’.
    Avere delle idee, uscire e fotografarle. E poi, inviarle ad una rivista. Per un Kubrick appena diciassettenne, ancora ignaro di diventare a breve uno dei più importanti registi, erano queste le fasi che attraversavano le sue fotografie; il tutto, accompagnato sempre da quel pizzico di fortuna che lo fece entrare, proprio grazie alla foto scattata all’edicolante, nello staff dei fotoreporter di Look – una delle riviste più importanti di quegli anni –  come il più giovane fotografo della rivista mai avuto.

    Lolita, 2001: Odissea nello spazio, Arancia Meccanica sono solo alcuni dei capolavori per cui lasciò Look agli inizi degli anni Cinquanta per dedicarsi esclusivamente al suo lavoro di regista. Eppure, non si può dire davvero di conoscere Stanley Kubrick se non si conoscono le sue foto e la sua passione per la fotografia, iniziata da quando il padre gli regalò una macchina fotografica per i suoi tredici anni. Da quel giorno ne nacque un amore inarrestabile, tanto da lasciarsi alle spalle il sogno di diventare campione di scacchi o batterista jazz per dedicarsi unicamente a quelle già allora singolari fotografie che sviluppava in camera oscura con un amico.
    Dal fotografo ufficiale del college a corsi di fotografia, dalla macchina fotografica alla macchina da presa. Ciò che non muta in Kubrick è il suo modo di raccontare la realtà in maniera così dettagliata, unica, visionaria e a tratti quotidianamente surreale. Ogni scatto non sembra raccontare una sola storia ma una scena di uno o più film che già svela un finale racchiuso dentro ognuno di noi. In modo acuto e geniale il giovane fotografo e regista poi, gioca con l’ambiguità delle cose e con la loro percezione, seguendo quella che è la sua dichiarata poetica: “Nessuno ama che le cose gli vengano spiegate; nessuno ama che gli venga spiegata la verità di ciò che sta avvenendo. E, cosa forse ancora più importante, nessuno sa veramente cosa sia reale o cosa stia davvero accadendo.”

    Il talento risiede, con un solo sguardo, nell’immortalare la sua continua ricerca di perfezione come se solo nel dettaglio si potesse racchiudere la verità, l’epilogo o il vero inizio di ciò che creava la sua immaginazione e che proseguiva nei soggetti che aveva davanti. Le inquadrature sono sognanti, ironiche, quasi meticolose e taglienti: esprimono a tutti gli effetti la New York del dopoguerra, piena di contrasti e di sogni, di musica e di arte ma anche di miseria.
    Da Rocky Graziano a Montgomery Clift, da Mondrian a famosi jazzisti, Kubrik ha fotografato anche i volti celebri di quel tempo, soffermandosi attentamente sui loro gesti, sulle loro sensazioni, sulle loro storie e abitudini ma anche sui loro costumi e sulla creatività che si respirava per le strade o nei locali notturni e nel metrò di New York.

    Il desiderio era quello poi di creare delle nuove realtà a partire da quelle esistenti, catturandone e assorbendone il più possibile da ogni persona e da ogni scorcio per poi giocarci attraverso la luce, principio di quella che si può definire una vera e propria inquadratura cinematografica.
    Kubrick affermerà che non sempre Look gli aveva assegnato soggetti interessanti, ma tra i passanti e alcuni dei volti che stimolarono la sua curiosità, riuscì ad intrappolare o a mettere in scena piccole storie mostrando la sua verità che non era altro per lui che il modo di sentire un qualcosa. Che sia da fotografo o da regista, come solo i bravi chirurgi della realtà sanno fare, ha dimostrato che ‘’un sogno non è mai soltanto un sogno”, come dice il Bill nell’onirico film Eyes Wide Shut.

    Amanti nella metropolitana di New York, 1947
    Jean-Michel Basquiat a ritmo di Jazz

    Jean-Michel Basquiat a ritmo di Jazz

    ‘’Non so come descrivere il mio lavoro. È come chiedere a Miles Davis: ‘’Come suoni la tua tromba?”.
    – Jean-Michel Basquiat

    Chiudete gli occhi ed accendete il supporto musicale che preferite. Lasciatevi trasportare dalle lunghe pause tipiche di Miles Davis, dalle atmosfere astratte e dense del John Coltrane di ‘’A Love Supreme’’, dal virtuosismo e dall’imprevedibilità alla Charlie Parker e dall’inconfondibile soul di Aretha Franklin. Quello che otterrete è un quadro di Jean-Michel Basquiat.
    Profondamente deluso già dagli anni ’80 dai meccanismi mercificatori che permeavano ormai il mondo dell’arte, si lascia ad una confidenza, alquanto insolita, di cui è testimone il fotografo ritrattista Jérôme Schlomoff: ‘’Si, voglio smettere di dipingere. […] Mi hanno rotto tutti, mi fanno tutti schifo. Voglio mettermi a scrivere.’’ È con queste parole dense di rabbia e, allo stesso tempo, di serena consapevolezza che il giovane graffitista espone il malessere tipico di chi si ritrova incastrato nelle trame di un sistema che non si può cambiare, ma da cui ci si sente inevitabilmente oppressi. Non che non fosse affascinato dallo stile di vita ‘’warholiano’’: ma non gli importava granché, pur avendo capito fin da subito come stare al gioco. Il suo primo desiderio, una volta guadagnati i primi soldi, fu quello di aprire etichette discografiche. C’era un elemento, in effetti, che fino alla fine non abbandonerà la vita privata e artistica di Basquiat: la musica.

    Jean-Michel Basquiat, Untitled (Stardust), 1983
    Jean-Michel Basquiat, Untitled (Stardust), 1983
    Jean-Michel Basquiat, Trumpet, 1984
    Jean-Michel Basquiat, Trumpet, 1984

    Da Bach a David Byrne, da Billie Holiday a David Bowie. I suoi quadri sono delle vere e proprie composizioni musicali che spaziano dal Black Jazz al Gospel per approdare alle prime sperimentazioni dell’Hip Hop.
    Leggere una sua opera è come leggere uno spartito astratto, simbolico e iconico allo stesso tempo, fatto di immagini, suoni e riferimenti presi dalla New York del suo tempo ma anche dalla storia, dal primitivismo, dai miti, dalla cultura afro-americana e da tutto ciò che poteva destargli curiosità.
    Gli elementi ‘’catturati’’ dai libri di anatomia, dai cartelli commerciali, dalla Bibbia o dai fumetti non fanno altro che da scheletro ad una grande struttura musicale sempre nuova e misteriosa. Non sempre, però, i riferimenti – in particolare al Jazz – sono di chiara comprensione o espliciti, anzi, si celano sotto parole nascoste o cancellate (Basquiat riteneva che solo in questo modo potessero essere davvero visibili e soggette ad attenzione), piuttosto che attraverso simboli e numeri.
    Difatti i numeri spesso rimandano a cataloghi o a vinili e le parole ad etichette discografiche a lui care come la Victor e la Bluebird 78 RPM. Parole scelte non a caso, ma col fine di rimandare a molteplici significati.

    Untitled (Charlie Parker), 1983
    Untitled (Charlie Parker), 1983
    Bird on Money, 1981
    Bird on Money, 1981

    Molti amici, artisti e non, ricordano che nel luogo di lavoro di Basquiat non mancava mai la musica Jazz; soprattutto quella di Charlie Parker, il suo musicista preferito in assoluto, a cui ha dedicato molte sue opere tra cui le simboliche Bird on Money, Charles The First e Untitled (Estrella), le più esplicite Untitled (Charlie Parker) e CPRKR con rimandi alla sua discografia come in Discography I e Now’s the Time.
    Più criptici i riferimenti dell’opera King Zulu, in cui la complessa personalità di Louis Armostrong si riflette sulla tela di Basquiat in tutta la sua labirintica composizione da decifrare.

    Jean-Michel Basquiat, King Zulu, 1986

    Ci sono molti simboli di cui ancora non si conosce il significato nelle sue opere; eppure, proprio come nei quadri di Leonardo da Vinci, è questo mistero che ci affascina e ci attira. Opere che, probabilmente, più che essere guardate hanno bisogno prima di essere ascoltate, lasciandosi avvolgere dai Beat di un ragazzo, prima ancora di essere un artista, che a diciassette anni descrisse come romantica la sensazione che aveva pensando a come erano diventati famosi quelli che lui definiva i suoi ‘’eroi’’: Jimi Hendrix e Charlie Parker.
    Come dice Parker stesso: ‘’Ti insegnano che la musica può arrivare fino a un certo punto, ma guarda che l’arte non ha confini’’. Il famoso sassofonista sarebbe stato sicuramente fiero di lui.