Author Archive for: Annagiulia Santi

Annagiulia Santi

About Annagiulia Santi

Laureata in Disegno industriale e Multimedia presso l'Università IUAV di Venezia, ora laureanda nella magistrale di Comunicazione visiva presso l'Università IUAV di Venezia. Sono sempre stata curiosa di ogni cosa fin da piccola poi crescendo ho capito quale fosse la mia strada.
    GRAPHIK | Paul Rand

    GRAPHIK | Paul Rand

     “Simplicity is not the goal. It is the by-product of a good idea and modest expectations.” 

    – Paul Rand

    Il vero nome di Paul Rand era Peretz Rosenbaum,nato 15 agosto 1914 e morto il 26 novembre 1996. E’ stato uno dei più influenti graphic designer del 900′, conosciuto oltre per i suoi lavori pubblicitari e di illustrazione anche per i suoi famosi marchi aziendali. Egli è considerato come chi ha fissato gli standard per la creazione di marchi ed identità visive aziendali, modernità, semplicità e facilità di riconoscimento sono alcune caratteristiche di questi progetti grafici. Molti di questi loghi oltre ad essere delle pietre miliari del graphic design, sono ancor’oggi in uso.

    Nel 1972 Paul Rand, effettuò un restyling del marchio IBM, realizzando il celebre logo a strisce orizzontali utilizzato dalla società ancora oggi. Nove anni dopo nel 1981, lo stesso artista disegnò per IBM uno dei più famosi manifesti conosciuti, alterando il marchio e sintetizzandolo in un rebus da risolvere in inglese: sostituendo la “I” con un occhio e la “B” con un’ape si ottiene “EYE-BEE-M”, che è la pronuncia dell’acronimo dell’azienda. È riuscito a trasformare un marchio serio in qualcosa che faceva sorridere e pensare al tempo stesso, senza però sminuire l’importanza del brand. L’uso dell’ironia interagisce subito con lo spettatore creando un legame diretto e memorabile.

    Secondo Paul Rand la cosa più importante era che il graphic design fosse “both beautiful and functional”, lasciandoci un’eredità importante. Era convinto che pur vendendo un prodotto, la pubblicità potesse suscitare un’esperienza estetica nel suo osservatore. Come sosteneva Laszlo Moholy-Nagy, “riusciva a coniugare il lato artistico con quello commerciale”.

    “Tra questi giovani americani, Paul Rand è uno dei migliori e più capaci È un pittore, docente, designer industriale e pubblicitario, che trae la sua conoscenza e la creatività dalle risorse di questo paese. Lui è un idealista e realista, utilizza sia il linguaggio del poeta che quello dell’uomo d’affari.”

    – Laszlo Moholy-Nagy
    GRAPHIK | Stefan Sagmeister

    GRAPHIK | Stefan Sagmeister

    Sotto il grande tendone del graphic design, Stefan Sagmeister si muove come un funambolo di valore assoluto. Continui equilibrismi sul bilico di una grafica guidata dalla forza di un’idea piuttosto che dal compiacimento dello stile.

    Stefan Sagmeister, graphic designer contemporaneo, è noto oltre che per i lavori sulle copertine di importanti artisti musicali (Lou Reed, David Byrne, Talking Heads, Rolling Stones, Aerosmith, Pat Metheny) anche per le strategie di comunicazione provocatorie e dirette delle campagne per l’AIGA.

    Invitato a disegnare il poster AIGA (American Institute of Graphic Arts) Detroit del 1999, Sagmeister produce uno dei suoi lavori emotivamente più potenti e sicuramente il più celebre. Presto tramutatosi in un’icona dell’immaginario visivo degli anni Novanta, il poster mostra il corpo nudo del designer interamente ricoperto di incisioni: le frasi e le parole del testo, scritte sul suo corpo grazie ad un lavoro di incisione svolto in otto ore da un collaboratore, costituiscono un’opera di tipografia senza precedenti.

    Come un moderno San Sebastiano del design, Sagmeister materializza, tra fachirismo e body art, l’idea di una visualizzazione del dolore connessa alle sofferenze del designer, “i periodi d’ansia, le lotte e il dolore”.
    In un epoca di simulazioni digitali e di onnipotenza tecnologica, i tagli veri sul corpo di Sagmeister sono da un lato, in ambito professionale, un invito ad un maggior apprezzamento del tratto personale del designer, dall’altro un’invocazione al realismo e alla vulnerabilità dell’uomo, ricca di implicazioni concettuali e narrative. Una sue celebre provocazione “Style = fart” (per quanto superata, in seguito, per sua stessa ammissione) ha sottolineato i rischi delle trappole stilistiche che incombono sui progettisti, celebrando il coraggio di reinventare ogni volta l’approccio al singolo progetto: Sagmeister sintetizzava così un dibattito particolarmente vivo alla fine degli anni Novanta (Big Idea vs Style), dopo due decenni segnati da epigoni di Neville Brody e di David Carson, per citare due nomi diffusamente imitati.

    GRAPHIK | Milton Glaser

    GRAPHIK | Milton Glaser

    Il vero problema non è il talento come un elemento autonomo, ma il talento in relazione alla volontà, il desiderio e la persistenza.

    Milton Glaser, famosissimo designer contemporaneo, nacque a New York nel 1929, da genitori ungheresi ed ebrei. Crebbe in un condominio chiamato United Workers Cooperative Colony, e conosciuto come Coops: una specie di roccaforte comunista, dove gli anziani insegnavano la politica ai giovani in Yiddish. L’idea e la percezione che Glaser si costruì di New York negli anni successivi ebbe molto a che fare con quell’ambiente: «senza essere troppo esibizionisti, il carattere di New York è così intrinsecamente ebraico. Quell’attitudine verso la vita, verso il cibo, verso la musica, verso la ricerca intellettuale». Alla United Workers Cooperative Colony Glaser capì di essere appassionato di disegno, e di poterci guadagnare: i suoi ritratti di donne nude erano molto richiesti dagli altri ragazzi. Si iscrisse alla High School of Music & Art e si laure  all’università Cooper Union, per poi fondare i Push Pin Studios con i suoi compagni di corso Seymour Chwast e Edward Sorel.

    Il logotipo di Milton Glaser "I love New York", 1976

    Viene associato soprattutto al suo lavoro più celebre, il logo di I LOVE NEW YORK.
    Nel 1976 il Department of Commerce newyorkese aveva bisogno di un simbolo che rilanciasse lo sviluppo urbano, qualcosa che tutti potessero facilmente ricordare. Un giorno, mentre stava andando in taxi al suo studio, ebbe per un’idea, e fece uno schizzo con un pennarello rosso, riducendo il logo a soli quattro caratteri. «È un po’ complicato. “I” è una parola. “♥” è il simbolo di un’emozione. “NY” sono le iniziali di un posto. Quindi ci sono tre trasformazioni. Devi usare un po’ il cervello per tradurlo, anche se una volta che lo fai, è ovvio, e non c’è nessuno che non riesca a capirlo. Ma l’attività del cervello è in parte responsabile per la sua resistenza nel tempo». Decise inoltre che il font più adatto per questo logo era l’American Typewriter. Al New York Times, Glase ha spiegato: «Sapevo che quello che stavamo comunicando era qualcosa che teneva insieme le persone, che stabiliva per loro un modo di comunicare, che in molti contesti non è così facile trovare».

    Nel 2001, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, Glaser cre un’altra campagna per la città di New York, ripetendo lo stesso marchio senza le due aste della N (simulando quindi visivamente la scomparsa delle due torri) e aggiungendo la scritta: «They hit the towers, but missed the heart» che in italiano significa: «Hanno colpito le torri, ma mancato il cuore».

    Massimo Vignelli | La mappa della Metropolitana di New York

    Massimo Vignelli | La mappa della Metropolitana di New York

    “Il buon design è visivamente potente, intellettualmente elegante e, soprattutto, senza tempo”  (- Massimo Vignelli)

    Non c’è citazione più perfetta per rappresentare la mappa della metropolitana di New York realizzata nel 1972 da Vignelli. La mappa, che in origine doveva essere accompagnata da una mappa descrittiva, è un diagramma astratto della rete metropolitana, dove ogni linea è identificata da un colore diverso ed ogni fermata è identificata da un pallino. Le linee sono disposte secondo il criterio dei 45° e 90° gradi, tecnica messa in atto con successo per la prima volta nella pionieristica mappa della metropolitana di Londra realizzata nel 1933 da Henry Charles Beck. Intesa da Vignelli come un diagramma che deve svolgere la funzione di indicare il percorso da un punto A ad un punto B senza una precisa relazione con la geografia, (come la mappa di Beck), fu criticata da molti newyorkesi che, invece, trovarono disorientanti le incongruenze geografiche, in particolare la rappresentazione dell’area di Central Park come un quadrato.

    Le linee ferroviarie sono disposte solo a 45 e 90 gradi. Ogni linea è rappresentata da un colore. Ogni fermata è rappresentata da un punto. Cosa potrebbe essere più semplice? Il risultato è una soluzione di design di straordinaria bellezza.

    Eppure ebbe presto dei problemi.

    E fu così che nel 1979, la mappa Vignelli fu sostituita da una mappa convenzionale, meno elegante e più geograficamente accurata, che persiste tutt’oggi in una forma riveduta. La mappa di Vignelli è particolarmente apprezzata da molti designer grazie all’estrema purezza formale e chiarezza dell’informazione che deriva dal suo spazio astratto e dal brillante uso della geometria. Fra gli svariati apprezzamenti, nel 2004 Michal Bierut ne scrisse un’eloquente omaggio sul Design Observer, Nordstrom creò un vestito basato su di essa, e Alexander Cheng, un direttore d’orchestra, la trasformò in uno strumento a corde interattivo. Nel 2008, il vice direttore di Vanity Fair (allora staff di Vogue Uomo) commissionò a Vignelli un’edizione aggiornata della mappa, sulla quale Vignelli lavorò a fondo con il suo staff per correggere ogni precedente difetto. La mappa è stata successivamente tradotta in una versione digitale che ha dato vita all’applicazione ufficiale per dispositivi mobili The Weekender, realizzata dalla Metropolitan Transit Autority, l’ente che nel 1979 sostituì la mappa di Vignelli con quella tradizionale tuttora in uso. L’applicazione si aggiorna tramite internet e permette di conoscere in tempo reale eventuali variazioni o disguidi sulle varie linee metropolitane, oltre ad accompagnare la mappa con delle indicazioni verbali, com’era intenzione di Vignelli sin dal 1972.

    Nel 2013, un team di ricercatori dell’MIT guidato dalla dottoressa Ruth Rosenholtz ha progettato un modello computerizzato capace di determinare come le persone comprendano una mappa a prima vista, attraverso l’uso di mongrels che simulano il modo in cui il cervello processa l’immagine e la rimanda all’occhio. Mentre la mappa tradizionale oggi in uso diventa un impasto visivo di impossibile lettura, la mappa del 2008 di Vignelli e il suo staff rimane praticamente identica, confermando l’intuizione alla base dell’idea originale. La mappa è considerata da molti la più celebre opera di Vignelli ed è presente nelle collezioni di diversi musei, fra le quali la collezione permanente del Museum of Modern Art (MoMA) di New York. Ecco come una mappa di una metropolitana diventa un’opera d’arte di design.

    Bruno Munari | La Falkland

    Bruno Munari | La Falkland

    Un giorno sono andato in una fabbrica di calze per vedere se mi potevano fare una lampada. Noi non facciamo lampade, mi risposero. E io: vedrete che le farete”.

    La lampada da soffitto Falkland è stata disegnata da Bruno Munari nel 1964 per Danese, pensata in origine usando una maglia elastica tubolare, prodotta in un calzificio, che prende forma mediante l’inserimento di alcuni anelli metallici di diverso diametro.

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    opere di Bruno Munari - collezione Piero Polato.cdr

    La storia della nascita di questo oggetto è sintomatica della genialità progettuale di Munari: coinvolgere una ditta che fabbricava calze da donna nella realizzazione di una delle lampade più conosciute del design italiano.
    La lampada Falkland definita “forma spontanea” assume il suo aspetto quando viene sospesa, per effetto della gravità.
    Alta più di un metro e sessanta quando sospesa, con un diametro di quaranta, si compatta nella sua confezione alta pochi centimetri.
    Munari è stato il primo ad attuare un trasferimento tecnologico da un settore ad un altro con l’uso della filanca, materiale flessibile, leggero ed intercambiabile, dal prezzo contenuto. Nella realizzazione di questo oggetto, il designer opera una sorta di dematerializzazione del prodotto. Una lampada effimera che dissolve la luce in maniera soft, quasi provenisse dall’interno di una nuvola.

    Designer, artista ed educatore, attento e curioso osservatore, Munari si distingue nel mondo del design per la semplicità e la linearità dei suoi oggetti e per la logica essenzialità strutturale.
    Il design per Munari è progetto nel senso globale, che può applicarsi alle cose più piccole come a quelle più grandi, anche se il fine è sempre una ricerca di strutture essenziali, di una estrema semplicità formale.
    Così le sue lampade, progettate nei primi anni Sessanta, sono costituite da una struttura interna portante e da una parte esterna che regola il tipo di illuminazione.
    La relazione tra le due parti determina la forma, il basso costo, la facilità di montaggio e, potendosi appiattire, la praticità di stoccaggio e spedizione: Falkland è l’esempio più famoso di questo tipo di lampade.