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Adriana Toninato

About Adriana Toninato

Sono una studentessa di relazioni internazionali, appassionata d'arte, nata a Padova ed emigrata a Forlì. Consiglio per la vita: emozionatevi sempre!
    L’Arte eclettica di Yopoz

    L’Arte eclettica di Yopoz

    Nicolò Vasini, in arte Yopoz, è un artista genuino nato a Bellaria Igea Marina, in provincia di Rimini. Occhi azzurri, proprio come una delle sue grandi passioni: il mare; seguita da quella del disegno (libero, emancipato da ogni vincolo). L’ho raggiunto nel suo locale, il Barrio Alto, un venerdì pomeriggio.

     

    Chi è Yopoz? Da dove deriva il tuo nome?

    Yopoz è un nickname nato nell’ambito dei graffiti, della Street art; quand’ero più piccolo, mi firmavo così. La dicitura, nel mio primo blog è stata: “Quello che voglio, quando voglio”. Dunque: fare quello che volevo, nel momento in cui lo volevo, senza qualcuno che mi imponesse un tema. Ero libero, proprio perché non avevo vincoli dettati da altri. Al tempo avevo 18 anni e mi ero soffermato su un libro, dal titolo: “Gli allucinogeni nel mito”; lo Yopo era una sostanza che usavano le tribù amazzoniche per ritagliarsi dei momenti spirituali, nei riti religiosi. Io ci ho originalmente aggiunto una Z.

    Da quanto tempo realizzi i tuoi disegni/murales/fumetti?

    Concretamente da 5/6 anni; ma per quanto mi riguarda, da sempre. I disegni che realizzavo, inizialmente, li tenevo per me, poi quando ho iniziato ad avere più consapevolezza, a ricercare qualcosa di specifico, che non era il semplice “copiare un quadro”, ho iniziato a farli vedere agli altri. La voglia di disegnare è sempre stata innata, naturalmente nel corso degli anni è sfociata in una ricerca un po’ più personale (sperando di esserci riuscito).

    Commissione privata, Santarcangelo di Romagna (RN)
    Commissione privata, Santarcangelo di Romagna, dettaglio

    Quando hai capito che era la tua strada? A che punto sei del tuo sogno?

    Sinceramente, non penso di essere nemmeno all’inizio del mio sogno. L’ho sempre detto che volevo disegnare e non ho mai avuto dubbi su questo. Uso mezzi per ricreare la mia realtà su qualsiasi superficie. Il tema principale delle mie creazioni, della mia realtà (persistente sopratutto negli ultimi anni) è  l’aspetto naturale delle cose. Tutto sorge dall’osservare la natura. In questo periodo mi sono cimentato nel creare paesaggi, paesaggi che non esistono (tra cui pianeti che dovremmo scoprire). Tutte le mie idee vengono prime abbozzate e poi rielaborate, in questi quadri/disegni definitivi (che poi non sono mai definitivi, nulla è totalmente organizzato o pianificato).

    Paesaggi di montagna, di mare…?

    Il mare è un tema fondamentale. L’elemento “acqua” è molto importante e spesso presente in qualche forma (fiume, lago…). E’ la causa principale di vita, è l’elemento primo. E per quanto mi riguarda: la cosa più bella da scrutare.

    Hai trovato qualche difficoltà?

    Sicuramente, in primis, difficoltà economiche. Il mio, è un ambito difficilmente inquadrabile e organizzabile. Un’altra grossa difficoltà è stata ed è, cercare di capire quello che si vuole fare. Non basta solo essere capaci o esperti, l’obiettivo è distinguersi, trovare la propria strada. Saper disegnare, non significa essere dei bravi artisti. A me piace fare di tutto: fumetti, illustrazioni, murales… ma alcune volte devi lasciar spazio ad un solo ambito, per poter emergere (nel mercato dell’arte) e non disorientare un ipotetico committente.

    Da cosa/chi prendi ispirazione? Per produrre, ascolti musica?

    Personalmente, spazio molto a livello musicale: dal classico Bob Marley all’ hip-hop italiano underground, anche statunitense, soprattutto anni ’90. La musica ti prende totalmente, sia a livello emozionale, sia pratico. Se inizi il tuo lavoro, con un determinato tipo di musica e in seguito, lo continui con un altro, quello stesso lavoro prende un’altra via/vita. Naturalmente se il lavoro è libero. Dove c’è libertà, c’è la forza di lasciarsi andare.

    Quali altre passioni guidano la tua vita/il tuo lavoro?

    Le onde. Questa passione guida sia la mia vita, sia i miei viaggi, sia il mio lavoro. Le onde ti portano a vedere un’infinità di luoghi, hanno la capacità di liberarti la mente, di farti cercare e trovare nuovi stimoli. Il fatto di praticare surf, mi permette di viaggiare, ed è forse il motivo per cui sono molto legato al mare, oltre all’esserci nato vicino. Lo sogno sempre. Tutti i quadri che faccio, spesso sono una rielaborazione di quello che vedo nei sogni; immagini, quindi, filtrate dal mondo onirico.

    Melange tra odierno e antico: Shusaku Takaoka

    Melange tra odierno e antico: Shusaku Takaoka

    Shusaku Takaoka è un graphic designer giapponese e un esperto nel trasformare la “storia” in versione hipster. Le sue opere mutano in maniera esilarante alcuni dei volti più iconici del mondo dell’arte classica, in persone sofisticate. Personaggi unici che vengono contestualizzati in un contesto odierno, caratterizzato da complessità e fluidità. Non saremmo affatto sorpresi se vedessimo una di queste illustrazioni sulla metropolitana o all’interno di stazioni ferroviarie. Ma Takaoka non si è fermato: li ha anche (ri)immaginati come stelle del cinema e sulle copertine di riviste.
    Cosa succederebbe se Van Gogh passeggiasse per le vie di New York in felpa o se Monna Lisa si stancasse delle sue vecchie vesti di seta e decidesse di cambiarle per una giacca in jeans e un abito?  E’ esattamente il tipo di scenario che il graphic designer porta alla vita e lo fa con un umorismo (quasi) pulito.

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    Questo insieme di foto potrebbe essere destinato a fare una reale dichiarazione sull’influenza dell’antichità sulla società moderna o potrebbe essere stato creato solo per divertimento.
    Ma più di tutto, ci ha permesso di abbattere i confini culturali, ci ha dato la possibilità di essere sempre collegati ad altre realtà, anche se molto spesso si rischia di esagerare; infatti Takaoka, ha anche elaborato illustrazioni dissacranti, i cui i soggetti raffigurati sono colti in un gioco di provocazioni. L’arte , la letteratura e la scultura si fondono con telefoni cellulari, armi e junk food, trasformandosi e unendosi uno nell’altro. Il tutto col gusto ironico dell’inatteso e dell’inaspettato, dove nessuna cosa è al suo posto.

    Nelle sue opere si nasconde un’agguerrita satira e un invito all’auto critica: l’artista si ispira quindi alla società di oggi, rubandoci un sorriso e facendoci riflettere su quanto siamo iper-consumisti e ultra-connessi.
    Critica la società attuale che è data, anche, dalla permeabilità delle ripartizioni che la compongono, non più isolate. Oggi ogni cosa è mutabile e contaminabile.

    E voi, che interpretazione date alle sue opere?
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    Szimpla Kert: L’arte del riutilizzo

    Szimpla Kert: L’arte del riutilizzo

    Lo Szimpla Kert è uno dei più importanti e suggestivi ruin pub (pub in rovina) di Budapest.

    I ruin pub, sono i locali tipici simbolo di Budapest, realizzati all’interno di palazzi e spazi abbandonati. L’idea era nata inizialmente dall’occupazione (più o meno illegale) di questi locali da parte di gruppi di giovani che decisero prima di occuparli e poi riqualificarli con oggetti e materiali riciclati e stravaganze varie creando così dei luoghi che col passare degli anni sono diventati dei veri e propri must.
    Lo Szimpla Kert è stato il primo ruin pub di Budapest, e per questo ritenuto il più famoso e il più frequentato. Realizzato all’interno di una fabbrica abbandonata, lo Szimpla Kert è uno dei tanti (una 20ina) ruin pub che si trovano sparsi per la città (ciascuno ha le sue particolarità. Ce ne sono di grandi e stravaganti, altri sono più piccoli ed “eleganti”. Ma in linea generale ogni pub in rovina offre al suo interno uno spazio tutto da scoprire, metro dopo metro). Si tratta di un ambiente kitsch avvolto da un’atmosfera particolare, vivace, goliardica. All’interno, si può trovare delle biciclette appese ai muri, tavolini realizzati con carcasse di automobili, monitor anni 80 alle pareti, giardini interni e banconi dove bere un drink.

    L’apertura dello Szimpla, nel 2002, è stata letteralmente e simbolicamente una pietra miliare nella “vita alternativa” di Budapest. Sono riusciti a trasformare una vecchia fabbrica in un grande cinema all’aperto e un pub, a creare un luogo unico per ospitare concerti, spettacoli teatrali e numerosi eventi culturali. Szimpla si definisce come uno “spazio culturale di accoglienza”, con la principale intenzione di abbracciare dei generi e degli artisti fuori dal campo commerciale mainstream, presentandoli in un’atmosfera informale.
    Tutto prende forma grazie alla cultura, alla creatività, all’arte e al cambiamento (che è costante ogni giorno), un “panta rei” contemporaneo. La loro principale missione era quella di modellare l’ambiente, rendendolo più vivibile e amichevole possibile, cercando i tesori culturali dell’Ungheria e del mondo, introducendo e gestendo i talenti e quello che vogliono/volevano trasmettere.

    L’attività più conosciuta all’interno dell’ex fabbrica, è il Mercato degli agricoltori. Oltre a promuovere il cibo sostenibile, il Mercato da alle organizzazioni no-profit l’opportunità di raccogliere fondi e promuovere le loro attività. Tutto ciò non si ferma solo alla semplice coltivazione, ma si espande fino al Szimpla Háztáji Shop, inaugurato nel 2013, il quale offre colazioni, pranzi e le altre prelibatezze le cui materie prime sono direttamente raccolte lì. Inoltre, al piano superiore, vi è la possibilità di partecipare ad alcune mostre di artisti contemporanei e ai laboratori artistici organizzati.

    Per concludere, lo Szimpla consiglia: “Apprezza ogni un giorno l’arte. Disegna, scarabocchia, scrivi, crea!”, ed è proprio quello che abbiamo fatto io e le mie amiche, scrivendo un pensiero (di viaggio e di profonda amicizia) sul muro.

    Per chi volesse farci un salto, lo Szimpla Kert si trova nel VII distretto, in via Kazinczy utca 14, nel quartiere ebraico di Budapest. Merita davvero!

    “La Guerra. Una storia siciliana”, di Tony Gentile

    “La Guerra. Una storia siciliana”, di Tony Gentile

    La maggior parte delle persone nate dopo il 1992 avrà sicuramente conosciuto i visi dei due più grandi eroi del pool antimafia, grazie alle fotografie di Tony Gentile.
    Famosa e patetica è la foto in cui sono ritratti mentre sorridono: il giudice Falcone stava bisbigliando qualcosa al suo amico, Paolo Borsellino, dietro una scrivania.

    Falcone e Borsellino

    I due eroi sono quella foto lì.
    Tony Gentile l’ha consegnata a Giuseppe Sottile, che dirigeva il Giornale di Sicilia, e poi alla storia. Oggi quella immagine, divenuta ben presto un simbolo, Gentile l’ha messa dentro un libro (provocazione necessaria per le nuove generazioni), pubblicato da Postcart, che ha l’unico titolo possibile: La Guerra. Una storia siciliana.
    In parallelo alle fotografie di Tony Gentile, un racconto di Davide Enia, accompagna lo scorrere di una città e dei suoi abitanti che dal 1989 al 1996 hanno vissuto un periodo di sconvolgimenti politici, di violenza e di stragi mafiose, ma anche di reazione e rabbia della società civile e dello Stato contro la violenza.
    La presentazione del libro, avvenuta il 28 settembre è tuttora accompagnata dalla mostra-reportage fotografica/o allestita in Piazza coperta di Salaborsa a Bologna.

    A 25 anni di distanza dalle stragi di Capaci e Via d’Amelio la mostra raccoglie 36 scatti che raccontano una Sicilia degli anni ottanta e novanta dilaniata da guerre di mafia. Anni bui e difficili per tutto il paese. Sono le foto di strada di un fotoreporter che nei suoi primi anni di gavetta inciampò per forza di cose nella Storia, quella vera, quella grande. Feste di paese e morti ammazzati. Si parla soprattutto di una guerra, guerra di mafia, tra le mafie di Corleone e di Palermo, e guerra contro la mafia, che per la prima volta veniva nominata, riconosciuta e combattuta. E combatterla era pericolo mortale, ma si doveva. Lo abbiamo capito tardi, ahimè, ma lo abbiamo capito tutti.
    La mostra è visitabile fino al 20 ottobre ed è arricchita da un calendario di presentazioni di libri ed incontri.

    • Foto di Adriana Toninato
    Quando l’allievo supera il maestro: il “Battesimo di Cristo” di Verrocchio e Leonardo

    Quando l’allievo supera il maestro: il “Battesimo di Cristo” di Verrocchio e Leonardo

    La bottega artigiana può diventare una miniera inesauribile di genio e talento?

    Sicuramente, ed è il caso della bottega di Andrea di Michele di Francesco di Cione: meglio conosciuto come il Verrocchio. Siamo a cavallo del 1400, periodo decisivo per Firenze e per tutta la storia dell’arte. All’epoca, anche era già riconosciuto come pittore autonomo, la cui esperienza formativa poteva dirsi conclusa, Leonardo Da Vinci fu mandato da suo padre, ser Piero, dal Verrocchio, poiché la sua bottega, svolgeva un’attività poliedrica, dalla pittura alle varie tecniche scultoree e soprattutto veniva stimolata la pratica del disegno, portando tutti i collaboratori a un linguaggio (pressoché) comune. Tra gli allievi figuravano anche nomi quali: Sandro Botticelli, Perugino e Lorenzo di Credi, che sarebbero diventati i grandi maestri della generazione successiva. La bottega artigiana del Verrocchio era dunque un’università a tutti gli effetti, dove si imparavano le basi di ogni mestiere artistico e scientifico.
    Una delle più eclatanti testimonianze del rapporto stretto/confronto tra il Verrocchio e Leonardo, quindi tra maestro e allievo lo abbiamo a Firenze, precisamente all’interno della Galleria degli Uffizi: il Battesimo di Cristo.

    Andrea Verrocchio e Leonardo Da Vinci, "Battesimo di Cristo" (1473-1475), Galleria degli Uffizi, Firenze

    A Leonardo, fu assegnato (secondo Vasari) l’angelo in primo piano a sinistra e l’affabile paesaggio sullo sfondo.
    In quest’opera sono già chiari alcuni elementi dello stile di Leonardo che soverchiano i confini degli insegnamenti di bottega: l’espressività dei volti (spesso rappresentati con un sorriso ambiguo), la grazia e la morbidezza rispetto alle altre figure monumentali, l’attenzione agli elementi vegetali e la resa spaziale raccolta.

    "Battesimo di Cristo" (1473-1475), particolare dei due angeli

    La composizione è triangolare, con al vertice la ciotola nella mano di San Giovanni Battista e come base la linea che collega il piede sinistro del Battista a quello dell’angelo inginocchiato; in essa è inscritta e funge da centro visivo la figura del Cristo in piedi che dà alla scena un movimento quasi rotatorio, marcato dalla posizione a tre quarti dell’angelo sulla sinistra, che volge le spalle all’osservatore. Si dice che il giovane allievo lo completò con tale maestria e originalità da offuscare la bravura del suo stesso maestro; ragion per cui, continuando, il Verrocchio rimase così risentito che decise addirittura di chiudere bottega e darsi alla scultura.

    Sarà vero o sarà falso?

    Con ogni probabilità si tratta soltanto di una chiacchiera, ma il quadro è comunque visibile agli Uffizi ed ognuno può quindi dare il suo personale giudizio.

    Keith Haring: tra intelletto e istinto

    Keith Haring: tra intelletto e istinto

    “Mi piacerebbe far finta di non aver mai visto, mai letto, mai sentito nulla: e allora fare qualcosa”.
    Keith Haring, come si può notare dalle sue tele, è sempre stato un umanista. Indaga sulla condizione umana. Afferma la centralità dell’individuo.

    L’esperienza umana è fondamentalmente irrazionale. Io penso che l’artista contemporaneo abbia una responsabilità verso l’umanità. Deve continuare la sua celebrazione: deve opporsi alla disumanizzazione della nostra cultura. Il problema che deve affrontare l’uomo moderno oggi (la riconciliazione tra intelletto e sentimenti/cervello e cuore/ razionale e irrazionale/mente e spirito ecc.) è causato dal crescente potere della tecnologia e dal cattivo uso che ne fanno quelli al potere, desiderosi solo di esercitare il controllo”.

    Haring ha vissuto durante gli anni 80, segnati da una sorta di egoismo che non lasciava spazio alla solidarietà sociale. Sono gli anni della Deregulation economica, in cui il panorama sociale andava a riversarsi in un pericoloso individualismo. Haring prende le distanze da tutto ciò, condanna la ricerca del guadagno a tutti i costi.
    L’elemento del lavoro di Haring, dunque, che più rappresenta il suo modo di fare arte è un pittogramma, una sagoma senza volto. Nella sua anonimità rappresenta al tempo stesso il singolo e l’umanità.

    Haring
    Haring

    Ma il singolo e l’umanità in senso corporeo del termine, che rilevanza hanno nelle sue opere?

    Un’evidente centralità espositiva del corpo arriva in modo ancora più espressivo nel 1984, con uno dei suoi Untitled e soprattutto con l’aiuto di Grace Jones; cantante (che unisce disco music, reggae, pop e new wave) e modella nata nel 1948. Andy Warhol li fece conoscere, il passo dall’amicizia alla collaborazione artistica fu breve.
    Nel 1985 il Paradise Garage, un club della scena alternativa newyorkese, ospitò una performance della Jones che divenne leggendaria. Si trattava di una forma di celebrazione della diversità, realizzata in maniera estremamente corporea. Quello che oggi chiameremmo un manifesto di una pologetic blackness. Era la prima volta che Keith Haring dipingeva il corpo di Grace Jones trasformandolo in un’opera d’arte, esperimento poi ripetuto nel film Vamp del 1986. Ma forse il risultato più formidabile (e durevole) di questa collaborazione è il video di I’m not perfect/but I’m perfect for you in cui vediamo Haring intento a dipingere un’enorme tela circolare, che si trasformerà poi nel costume della performer.

    Concentrandoci direttamente sulla sua persona, Keith Haring accreditava molta importanza ai bambini (l’infanzia era la più grande opportunità di conoscenza libera che l’uomo potesse mai sperimentare) e i cani. Secondo lui erano le immagini più amate e riconoscibili al mondo ed è proprio per questo motivo che, agli inizi della sua carriera, scelse sia gli uni che gli altri come firma per i suoi lavori.
    Lo dice lui stesso: “All’inizio la mia firma fu un animale che diventò sempre più simile a un cane”. Tanto che in suo autoritratto Keith Haring si rappresentò come un cane.

    I suoi cani (barking dogs) non abbaiano soltanto o camminano solo a quattro zampe, ma anche a due. Sono anche grandissimi, a volte, e diventano ciclopici: afferrano, mangiano e calpestano gli uomini. O si meravigliano e fremono alla vista di una piramide. Si muovono sempre, velocemente: sono feroci, entusiasti, irriverenti, inafferrabili, come colui che li ha immaginati e disegnati. Trasmettono quasi un unico movimento di potente energia.
    Il percorso estetico di Haring mette sempre al centro l’uomo e il conflitto interiore tra intelletto e istinto. Le varie rappresentazioni del barking dog esprimono perfettamente questo dualismo: l’uomo è irrazionale, è cinocefalo.

    Matvei Chizhov | Il “Contadino in difficoltà”

    Matvei Chizhov | Il “Contadino in difficoltà”

    Contadino in difficoltà (крестьянин в беде), Matvei Chizhov, 1873

    Contadino in difficoltà”, esposto nella Третьяковская Галерея (La Galleria Tretyakov, Mosca) è una scultura che colpisce l’osservatore con la sua profonda onestà ed emozione. L’artista volle rappresentare un’ esperienza da lui provata: la capanna di suo padre, infatti, bruciò completamente e la sua famiglia perse ogni cosa.

    Le immagini di un padre disperato e di suo figlio hanno un grande impatto sul pubblico. Le posizioni delle braccia e delle gambe di ognuno di loro sembrano molto naturali e armoniose e le espressioni sui visi di entrambi sono patetiche e toccanti.
    È impossibile non farsi catturare dallo sguardo innocente di questo bambino.

    Si può notare come il naturalismo, insito nella scultura, date le severe posizioni della Scuola Antica, si abbandoni a qualcosa di molto meno severo: il sentimento, il dolore del momento. La forza di lasciarsi andare, di non essere sempre forti davanti alle situazioni.

    Chizhov, faceva parte di una nuova generazioni di scultori che giocarono un ruolo importante nella storia della scultura russa.

    Lo scultore fu invitato anche dal celebre Mikhail Mikeshin, (artista russo che regolarmente lavorò per la famiglia di Romanov e disegnò un numero di statue all’aperto nelle più importanti città dell’Impero russo) a partecipare nel progetto per creare “Il Millenario della Russia“, un grande monumento in bronzo all’interno del  Cremlino di Velikij Novgorod eretto nel 1863 per celebrare i mille anni dall’arrivo di Rurik, tradizionalmente considerato come il punto di partenza della storia russa.

    Il Palazzo di Caterina

    Il Palazzo di Caterina

    Il Palazzo di Caterina, situato nella città di Puškin, (a 25 chilometri da San Pietroburgo) era la residenza estiva dello zar di Russia. La creazione dell’edificio iniziò nel 1717 su ordine dell’ imperatrice russa Caterina I (colei che fondò uno delle più notevoli collezioni d’arte del mondo: l’ Hermitage). Dopo il crollo della monarchia, l’Unione Sovietica lo aprì in qualità di museo. Costruito per l’imperatrice Elisabetta (dopo la morte di Caterina, l’intero terreno passò a lei) da Bartolomeo Rastrelli, l’architetto del Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo, il Palazzo di Caterina, è uno splendido esempio di barocco russo ma anche di una delle più fini creazioni architettoniche dell’antichità classica.

    Gli interni, non sono meno spettacolari degli esterni (caratterizzati dall’abbinamento di colori preferito dell’imperatrice: bianco e azzurro). La cosiddetta Enfilade (serie di stanze allineate una dopo l’altra) d’Oro delle sale di rappresentanza, progettata da Rastrelli, è particolarmente rinomata e costituisce il focus della visita del palazzo.

    Gli ospiti entrano attraverso la Scala che, sebbene si fonda facilmente con la superficie rococò degli interni del Rastrelli, da un solo assaggio di quello che si vedrà subito dopo l’angolo.

    La Sala Grande, conosciuta anche come la Sala della Luce, occupa l’intera larghezza del palazzo con splendide viste su entrambi i lati. Le grandi finestre ad arco forniscono abbastanza luce per illuminare la grande quantità di stucchi dorati che decorano le pareti, il soffitto è coperto da un affresco monumentale intitolato “Il Trionfo della Russia”. Altri punti salienti del “Grande Enfilade” includono la Sala da Pranzo; la Sala dei Ritratti, e naturalmente, la leggendaria Camera d’Ambra (una camera interamente decorata di sola ambra più volte ristrutturata).

    Il parco principale, direttamente dietro al Palazzo di Caterina, fu realizzato durante il regno dell’imperatrice Elisabetta ed è caratterizzato da una severa simmetria di vicoli e siepi con un giardino perfettamente curato.

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    Ham: l’arte pop-corn per la mente

    Ham: l’arte pop-corn per la mente

    HAM, Il Museo d’Arte di Helsinki, espone opere d’arte moderna e contemporanea, sia finlandese che internazionale. Lo spazio espositivo si trova nel cuore della città, presso il Tennis Palace (essendo caratterizzato da uno stile architettonico funzionalista è già di per sé un’opera d’arte).
    La mostra apre le sue porte con la pittrice e scrittrice Tove Jonsson (1914-2011), che trae ispirazione dalla sua vita e dalle persone attorno a lei. Le sue opere più importanti sono due affreschi: Party in the City e Party in the Country (1947)
    In Party in the City, Tove, ritrae anche se stessa ( la donna in primo piano a sinistra con la sigaretta alla bocca).
    La mostra prosegue con Tyko Sallinnen (1879-1955) pittore finlandese espressionista. Come persona, Sallinen fu sia vittima che mostro. Ha avuto un’infanzia difficile e rese ancora di più difficile la vita della sua prima moglie e delle sue figlie. Come artista, era un ribelle. Le persone nei suoi ritratti sembrano siano state trascinate fuori dall’incubo finlandese di quel periodo.
    Al piano di sopra, ci si può immergere nella storia della modernità finlandese, attraverso importanti architetti e designer, quali: Alvar Aalto, Albert Speer (fu architetto personale di Adolf Hitler, ruolo che gli valse il soprannome di “architetto del diavolo”) e Jussi Paatela.
    Stupisce particolarmente, la possibilità di interagire con alcune opere: smontare e montare un modellino di una casa, toccare superfici sospese in aria (pavimenti, prati d’erba..), mescolarsi all’interno di un paesaggio, far parte dell’opera d’arte facendosi una foto con essa o “semplicemente” fare le orecchie da coniglio ad una scultura.
    Le collezioni d’arte di HAM includono anche una gran parte di statue e sculture sparse per Helsinki, riproponendo, dunque, la brillante idea e possibilità di rapportarsi con esse!

    Contrapunctus_Sam Vanni
    Mother and Child_Tyko Sallinen
    Party in the City_Tove Jansson
    Salvador Dalì | Tra sogno e realtà

    Salvador Dalì | Tra sogno e realtà

    Ogni mattina, svegliandomi, provo un meraviglioso piacere… il piacere di essere Salvador Dalì e mi chiedo estasiato, cosa mai compirà di meraviglioso, oggi, questo Salvador Dalì.”

    Sogno causato dal volo di un’ape attorno a una melagrana, un attimo prima del risveglio, è questo il titolo completo di una delle più affascinanti ed enigmatiche opere di Dalì. L’artista stava dormendo, quando un’ape lo punse improvvisamente provocando in lui, un istante prima del risveglio, una folla di immagini curiose, se non addirittura bislacche, che Dalì cerca poi di fissare sulla tela. Le immagini che ritrae sono quelle nate dal confuso agitarsi del suo inconscio (paranoia) che gli comunica, in una frazione di secondo, l’avvenuta puntura. Le mirabolanti visioni prendono, quindi, forma pittorica attraverso l’interpretazione razionale più immediata del delirio (momento critico). Attraverso tale processo gli elementi onirici, simbolo dei desideri più nascosti, traumi e fobie, riescono ad affluire dagli abissi dell’inconscio e a “materializzarsi” sulla tela.
    La puntura, ad ogni modo, è già avvenuta e la sua percezione, ingigantita dal sogno, assume le sembianze di due tigri feroci e dalle forme flessibili che balzano fuori una dalle fauci dell’altra, che a sua volta salta fuori dalla bocca di un enorme pesce rosso e che si lanciano verso il morbido e aggraziato corpo della fanciulla. Il pesce sta uscendo da una gigantesca melagrana, di cui due chicchi stanno per toccare la superficie immobile, quasi rigida, del mare.
    Una caratteristica importante di questa come di quasi tutte le opere di Dalì è l’assenza di unitarietà e di totalità. Ciò dipende strettamente dalla natura stessa delle rappresentazioni che, attingendo dalla dimensione onirica, inconscia o paranoica, risulta necessariamente incoerente, visionaria e frammentata, matrice di un’arte illogica e stravagante.