Arti mozzati, banane di gesso e bicchieri rotti. Conversazione con Fabio Ranzolin

Per poter presentare i tuoi lavori, vorrei iniziare questa conversazione concentrandomi sulla tua mostra personale, Bye Bye Circo Massimo, che si è conclusa a marzo alla Galleria Montoro12 di Roma. Tra i differenti temi affrontati, mi sembra che la questione della temporalità occupi una posizione centrale, al punto tale da poter essere considerata come un campo problematico in grado di tenere assieme le diverse opere esposte. Se in senso sincronico, infatti, i tuoi lavori tracciano una vera e propria cartografia della città di Roma, in senso diacronico l’eternità legata ai frammenti di statue contrasta con la precarietà dei souvenir e degli oggetti prodotti in serie. Che ruolo ha avuto, dunque, tale questione nella realizzazione di questa mostra?

La mostra Bye Bye Circo Massimo, curata da Amalia Nangeroni alla Galleria Montoro12 di Roma, è senz’altro il mio lavoro, ad oggi, più complesso. All’interno del percorso espositivo sono stati concepiti, infatti, più livelli di lettura, linguistici e narrativi, i quali coinvolgono sia la storia di un certo tipo d’Italia e di Roma sia la vita dei corpi, nella visione simbolica e maliziosa del termine, che hanno vissuto e amato nel tempo storico, anche solo nel mio personale. L’interesse al tema è nato da una scommessa che mi sono posto dal principio – tendenzialmente io lavoro in questo modo: visualizzo gli ostacoli o semplicemente me li creo per poter escogitare un modo non convenzionale per superarli ed eviscerare più contenuti. Sono, ad esempio, le problematiche architettoniche che può avere uno spazio espositivo, oppure la scelta dei temi stessi, o quello che mi capita casualmente nella vita di tutti i giorni che mi aiutano a concepire il mio lavoro. In questo caso, quindi, sono partito dal contesto: Roma, città simbolicamente intoccabile e problematica, fruita da me solo in quanto visitatore italiano e allo stesso tempo conosciuta attraverso i media. A questo punto, mi sono posto una domanda superficiale: come rendere, cioè, interessante e contemporaneo un concetto espositivo basato su un’idea di storia italiana e sulla città di Roma? Come parlare della storia di un intero paese – il “mio” paese – in maniera appetibile e aderente al presente? Come rendere, quindi, il passato contemporaneo? Nulla di nuovo, dopotutto, dato che è proprio in questo modo che l’Italia continua a raccontarsi agli altri e a se stessa. Posso quindi precisare che non è propriamente il tempo che ha occupato una posizione centrale nella mia ricerca, ma la consegna di simboli e il cambiamento dei costumi sociali nel tempo. Personalmente trovo che il concetto di tempo sia un po’ troppo complesso da poter raccontare: se nell’epoca contemporanea è stato definito in maniera oggettiva con le leggi della fisica e della quantistica, da un punto di vista storico e soggettivo il valore del tempo e la sua stessa concezione di durata è mutato e muta ancora. Sia nell’esperienza individuale del singolo essere vivente sia nella soggettività di un’intera comunità, anche nel medesimo periodo storico.

Fabio Ranzolin – Bye Bye Circo Massimo, 2018, Roma - Installation view, Courtesy l’Artista e la Galleria Montoro12 Contemporary Art

Bye Bye Circo Massimo, quindi, esamina il difficile confine del tradere, del consegnare all’altro. È un’idea fallace sostenere che la tradizione sia qualcosa di statico; se, in ottica evoluzionistica, si ritiene che l’atto artistico (in senso ampio) sia frutto di un retaggio prima di tutto biologico (come affermano Dissanayake, Miller, Morris e Zeki) in dialogo con il patrimonio culturale e contestuale, si può asserire – senza troppi dubbi al riguardo – che la tradizione, in particolare quella culturale, sia dunque soggetta a costanti e impreviste modificazioni. La tradizione culturale, quindi, è di natura vitale, definibile come una trasmissione di un patrimonio di beni mobili, che, nel passaggio di generazione in generazione, di epoca in epoca, si trasforma. La tradizione è inquieta, vivace, inquinata, non è certo una consegna e una ripetizione immutabile di valori e idee prestabilite. Nella mostra io ho ricercato i salti, i parallelismi e gli inaspettati punti d’incontro e confronto, per dimostrare quanto la tradizione stessa si tradisce o viene essa stessa tradita, sempre. Ho concepito la mostra come un’archeologia di una gloria stuprata, in una poetica francamente tarocca. Roma come città capitale, come anima di civiltà di un bel paese, come stereotipo di miti decaduti.  A questo punto la mostra si dipana secondo un susseguirsi di citazioni – volutamente e non – errate, di pregiudizi di costume e di richiami all’antico, in perenne dialogo con esperienze personali e collettive, in particolare degli abitanti di Roma.
Il tentativo è stato quello di realizzare una spregiudicata cartolina italiana in perfetto stile romanico, fra usi e disusi, furti ed omaggi, di tradimenti e tradizioni.

Roma si è sfogata.

Fabio Ranzolin - It's like a boon, 2014, piedistallo in ferro, ghiaccio, serie da 6/8 calici di vetro, 112x37x28 cm, Collezione Carmelo Graci

La compattezza del materiale industriale utilizzato in To my progenitors si contrappone alla fragilità dei bicchieri che compongono It’s like a boon. In entrambi i casi, tuttavia, questi oggetti diventano materiale per una riflessione sul ruolo della memoria e del ricordo. Com’è avvenuta la realizzazione di questi lavori e che cosa ti ha spinto a scegliere questi specifici materiali?

Prima di tutto scelgo i materiali che mi seducono. La seduzione nel mio lavoro è fondamentale: l’arte è una sorta di mercato dell’esperienza destinato a divertire i suoi “consumatori” e, per tale motivo, come afferma Alberto Garutti: «L’arte è un atto amoroso». Se si ponesse uno sguardo storico sull’evoluzione della specie umana, si potrebbe osservare che da 10.000 anni fa ad oggi, cioè da quando i Sapiens cominciarono a dedicare quasi tutto il loro tempo e le loro energie a manipolare la vita di poche e selezionate specie di animali e piante, nacque il materialismo e il consumismo. Prima di allora, infatti, la quasi totalità dei nostri progenitori erano cacciatori e raccoglitori, il loro uso e consumo di oggetti era limitato – anzi limitatissimo – poiché risultava problematico, e quindi anche pericoloso, portare con sé oggetti e materiali ad ogni spostamento. Romanticamente si può asserire che grazie all’osservazione di ogni oggetto costruito, creato, trovato, inventato, possiamo raccontare la storia umana più “moderna” – la nostra storia -, fatta di esigenze pratiche e intellettuali, creative e necessarie. La nostra esistenza, quindi, è stata modellata dall’uso e dal consumo di oggetti, più che mai oggi nel capitalismo. Non c’è praticamente credenza o persino emozione che non sia mediata dalle “cose” a nostra disposizione e l’arte, degli ultimi 40.000 anni circa, è quasi nella sua totalità realizzata attraverso questo invisibile dogma.

Quando utilizzo un porta oggetti da camion (To my progenitors), calici di vetro colorati o ornati da decorazioni floreali (It’s like a boon), oppure uso un frigo a doppia anta della coca-cola (When the light touches the skin of your bare-back. It is soft), lo faccio con l’unico intento di raccontare la storia e la memoria umana, sia interpersonale sia nella visione più globale. Credo che il mio compito, in quanto artista, sia di realizzare inattese connessioni, dubbi e stravaganti sensazioni esperienziali. L’idea di costruire oggetti o forme nuove mi interessa marginalmente, personalmente credo che non sia più necessario, poiché il mondo è così saturo di “cose”, che trovo sia più saggio focalizzarmi sull’idea di ricostruire. È per questo motivo che la maggior parte dei miei lavori si basa sull’utilizzo di oggetti preesistenti, oggetti testimoni di storie, di vite umane passate, di impronte emotive. Con il termine ricostruire intendo il “portare alla luce”, il “portar fuori” – in un’ottica più materna e quasi di dottrina emotiva archeologica -, nuovi significati nelle e dalle cose che oggi ci circondano. Io lavoro per creare domande, certamente non do alcuna risposta, anzi cerco sempre di mantenere il mio punto di vista il più possibile aperto e indefinibile. Sono cosciente che quest’idea sia alquanto utopica e a tratti minimalista, poiché, già nella scelta dei materiali che mi seducono e installo, direziono lo sguardo e, nella scelta dei titoli e della poetica, direziono il pensiero e la visione, ma come pochi mesi fa mi disse Marcello Maloberti: «Il lavoro deve essere in cerca di un senso».

This is my “Destruction of the Father, Reconstruction of the Father” è un omaggio ai lavori e alla figura di Louise Bourgeois. Le tre opere – il testo al muro, la fotografia d’archivio e le installazioni – che formano questo dialogo fra più elementi non si limitano a riprendere formalmente i lavori di Bourgeois, ma incarnano in modo personale il messaggio e il gesto artistico dell’artista francese stessa. Che influenza ha avuto, quindi, questa emblematica figura per la tua ricerca?

Louise Bourgeois è senz’altro nella rosa degli artisti che prediligo. Di Lei mi attrae la creatività carnale, il suo approccio aggressivo e schietto alla sessualità e ai corpi, quasi cannibale. Louise usava il medesimo stile anche con le persone e con se stessa, tutti gli individui erano martiri del suo giudizio. Mi ha sempre colpito il suo modo scarsamente delicato di raccontare le problematiche sessuali di Marcel Duchamp. A Louise non interessava ferire; Lei costruiva e disfaceva gabbie e prigioni, scomponeva viscere in marmo e stoffa, impiccava genitali, dava voce alle urla in scrittura, ricamato o pennellata e tutto con un tal gusto borghese che la rendeva vittima proprio del cognome del padre. È un personaggio talmente complesso e famigliare che mi ha sempre affascinato.

Ho conosciuto la figura di Louise Bourgeois durante i miei primi anni di studio in accademia, proprio a Venezia, dove ho realizzato This is my “Destruction of the Father, Reconstruction of the Father” e, personalmente, non avrei voluto esporre tali opere in un altro posto per la prima volta. Inoltre, il volume a cui faccio riferimento nel titolo mi è stato regalato alla laurea dai miei compagni di corso. Sono molto sensibile e attento alle circostanze: come dicevo prima, sono proprio questa sorta di segni che mi conducono nel mio lavoro, è come se fosse un gioco ma allo stesso tempo una sorta di ringraziamento o forse riconoscimento alle situazioni importanti che la vita mi fa vivere.

Fabio Ranzolin - YOU (dettaglio), 2017, ferro, vernici, gesso, pigmento, 2 taniche 15l, Sambuca al Caffè, nastro adesivo DHL. Venezia - Installation view This is my "Destruction of the Father, Reconstruction of the Father", Courtesy l'Artista

Da questi miei lavori si evince l’esigenza umana di metabolizzare la figura archetipo del padre. Parallelamente a Bourgeois, anche la mia ricerca artistica s’interessa alla vita e alle relazioni che costruiscono l’identità individuale di ognuno di noi. Ho tratto grande insegnamento dalla capacità analitica e sintetica dell’Artista, la sua spiazzante capacità di individuare ed esorcizzare la fascinazione e i traumi dell’infanzia mi ha sempre profondamente emozionato. Tuttavia, l’immaginario che io propongo non è per nulla famigliare, anzi tenta di costruire una sorta di officina, con banner pubblicitari simili a quelli sui rimorchi dei camion, taniche e silhouette metalliche, merci alimentari e loghi ripetuti in maniera ossessiva della ditta dei trasporti DHL. In realtà, visto il mestiere di mio padre, questa visione è ai miei occhi assolutamente intima, tuttavia credo che l’installazione complessiva This is my “Destruction of the Father,

Reconstruction of the Father” sia solo una piccola parte di un progetto allestitivo più grande. Il mio desiderio, infatti, sarebbe quello di realizzare un’ampia mostra per poter costruire e decostruire tale poetica in perenne dialogo con la Maestra Louise Bourgeois. Nel mio intervento si contrappongono riferimenti sessuali risolti in calchi di portabanane che enfatizzano l’idea di una naturalità fasulla, accessoria e messaggi intimi violentemente installati a muro, che fanno luce sulle dinamiche capitalistiche contemporanee: il consumo attuale di cose e emozioni si focalizza sull’idea di vendere esperienze, piaceri e status in un tempo il più possibile breve e veloce.

Per poter concludere il discorso sulla figura straordinaria di Louise Bourgeois, non posso che citare alcune sue parole: «Tutta l’arte proviene da fallimenti spaventosi e dagli spaventosi bisogni che proviamo. Tematizza la difficoltà di essere individui poiché si è rifiutati. […] L’arte è un modo di riconoscere se stessi, motivo per cui sarà sempre moderna». (Destruction of the Father, Reconstruction of the Father.: Writings and Interviews, 1923-1997. by Louise Bourgeois (Author), Marie-Laure Bernadac (Editor), Hans-Ulrich Obrist (Editor). Violette Editions, 1998. Traduzione italiana di M. Majnoni e G. Lucchesini. Quodlibet, 2009, p.183)

In My first apartment del 2014, la planigrafia della tua casa si è trasformata in un’opera d’arte pubblica che è stata esposta in Piazza dei Signori a Vicenza così come sull’Isola di San Servolo a Venezia. Trovo che lo scarto e l’impatto che si creano nel trasferire su di un piano condiviso quello che è, a tutti gli effetti, l’emblema di uno spazio riservato e personale si riscontri con modalità differenti, e forse anche in modo più forte, in altri tuoi lavori che hanno al loro centro degli oggetti personali o dei ricordi d’infanzia. Come si riflette questo spostamento tra personale ed esposto, tra privato e pubblico, nelle fasi che precedono la creazione dei tuoi lavori?

Ho una risposta assai poco romantica: la mia vita, nella sua banalità e unicità, la uso come sterile strumento. Nei miei venticinque anni posso raccontare a me stesso e agli altri che la mia esistenza sia speciale; esiste un po’ questa idea, retaggio culturale senz’altro ereditato dell’estetica di Baumgarten e degli intellettuali da lì in poi, che la vita dell’artista, che anzi l’artista/genio in sé – in una visione goffamente divinizzata – sia speciale. Quest’idea, senz’altro privilegiata, che ci viene attribuita, permane ancora, anche dopo il costume sociale occidentale d’oggi che sostiene come ogni individuo, uno a uno, sia speciale di per sé. Se ognuno di noi è speciale, l’artista è il più speciale fra gli speciali. Chissà cosa avrebbe pensato Darwin di questo. Dal mio punto di vista io vedo il lavoro dell’artista come una propensione individuale (dopotutto ammirevole) a ricercare un senso proprio – sicuramente ideale – alla sua vita, alla sua propria e limitata realtà che lo circonda, esibendo le individuali capacità cognitive e pratiche. Per fare questo non possiamo essere ciechi dall’idea che l’artista ha fame di ego. Quando si pensa poi che il suddetto “genio creativo” crei opere d’arte universali, raramente lo condivido. L’evoluzionismo è universale, l’attribuzione simbolica, i valori che attribuiamo, il gusto estetico e anche le abilità biologiche della coscienza, invece, non lo sono. A questo punto, quando uso la mia vita e la mia esperienza lo faccio perché è il modo più onesto che ho per raccontare il mio punto di vista; fa forse sorridere ma in qualche modo è lo strumento più oggettivo che ho a disposizione. Quando racconto del mio amore o del rapporto che ho con mio padre, ad esempio, non lo faccio per far conoscere agli altri la mia esperienza personale in sé, ma lo faccio in quanto strumento da cui eviscero l’idea che espongo. Scelgo di far diventare il mio privato pubblico, al fine di diventare un’esperienza intima e privatissima che parla degli altri, voi. In altre parole io manifesto il legame che sta alla base della mia esperienza, qualcosa in cui quasi la totalità dei fruitori possano rivedersi. Ogni esperienza umana è sempre soggettiva, perché dovrei nasconderlo? Chi sono io per poter parlare del rapporto interpersonale fra due amanti, dato che quello che so è sempre e solo frutto della mia esperienza soggettiva o comunque di quella che apprendo dalle cose e persone che circondano la mia realtà? Tendenzialmente diffido dagli artisti che vogliono insegnare. Questa risposta potrà disincantare gran parte della sensibilità del mio lavoro, ma non ne sono totalmente d’accordo. L’artista, seppur di orientamento narcisista, è un individuo che dona se stesso agli altri, che cerca soprattutto conforto e approvazione dagli altri! L’artista espone pezzi di sé per essere riconosciuto. Credo profondamente che ogni creativo sia un essere umano fragile, ma allo stesso tempo abbia il coraggio di esporsi e di esporre il suo punto di vista, il suo gusto e le sue capacità pratiche. Quando realizzo il mio lavoro lo offro e lo condanno allo stesso tempo – prima di tutto esibisco me stesso -. Se racconto della mia vita, infatti, lo faccio per gli altri al fine che si riconoscano e riconoscano anche me.

L’arte è in fondo un’esperienza di accoglienza.

Fabio Ranzolin - Splash, now!, fotografia analogia a colori, 10x15 cm, ed. unica (dalla raccolta I exist, 2016), Courtesy l'Artista

Fabio Ranzolin (Vicenza 1993) vive e lavora tra Vicenza e Venezia. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Venezia e successivamente ha frequentato il corso di Alberto Garutti, IUAV Venezia. Dal 2016 è rappresentato dalla Galleria Montoro12 Contemporary Art. Nel 2013 è stato assistente per Loris Greaud a Punta della Dogana e nel 2015 ha lavorato con Thomas Hirschhorn per la 56th Biennale di Venezia. Nel 2016 ha esposto alla 100ma collettiva Fondazione Bevilacqua La Masa, in cui vince il terzo premio; nello stesso anno realizza la prima personale a Trieste presso la galleria Zimmerfrey; nel 2017 viene selezionato dalla commissione di Code Art Fair a Copenaghen e nel 2018 lavora con Marcello Maloberti e la Fondazione Furla per È il corpo che decide presso il Museo del 900 di Milano, realizza la sua personale Bye Bye Circo Massimo a Roma in galleria Montoro12 ed è stato il primo italiano in residenza presso Villa Lena Foundation, selezionato da Caroline Bourgeois.