Arte e natura | Intervista alla prima “BANG AT BONG”

La natura. Realtà imprescindibile per la vita dell’uomo e quasi scontata nella contemporaneità, può dire ancora qualcosa ad una società frenetica come la nostra, capace di riconoscerne la bellezza, ma a cui spesso può dedicarle giusto il tempo di uno scatto? Le artiste Angela D’Ospina e Tiziana Vanetti, i proprietari dello Studio BONG Elisabetta Bongi e Lando Di Bari e i curatori Valeria Bruni e Mauro Pratesi pensano di sì!

Il desiderio di intervistarli è sorto partecipando all’inaugurazione della mostra “BANG AT BONG”, la prima di otto esposizioni nata dalla collaborazione tra l’Accademia di Belle Arti di Firenze e lo studio BONG, situato in via Calimaruzza 10/R, in pieno centro città. Conoscerli è stata l’occasione per provare a rispondere a questa domanda e per restituire, attraverso una visione il più possibile a tutto tondo, come queste tre figure (artisti, galleristi e curatori) abbiano vissuto la stessa mostra, ognuno nella sua specificità (e quindi differentemente).

Partiamo da Mauro Pratesi, uno dei curatori, nonché Professore di Storia dell’Arte dell’Accademia.

Interessante che alcuni allievi espongano per due settimane in una galleria, “accompagnati” dai professori dell’Accademia. Com’è nata l’idea di questa collaborazione?

Il nostro intento è stato proprio quello di non fare cose eclatanti, al contrario abbiamo optato per la semplicità, le “micro storie” che alla fine sono quelle più rilevanti, che rimangono di più. Warburg diceva: “Dio è nel particolare”. Chissà se ciò verrà colto. La stessa idea del titolo “BANG!” è venuta fuori giocando con il nome dello studio, un titolo dal sapore pop e un pò dissacrante a sottolineare la spontaneità dell’iniziativa. Più che altro abbiamo voluto mettere sullo stesso piano il lavoro del docente e quello dell’allievo, perché in un certo senso, se crediamo in quello che facciamo, tutti siamo allievi ancor prima di essere insegnanti. Nello specifico della mostra di Angela D’Ospina e Tiziana Vanetti, pur non essendo direttamente allieva e mastra, le abbiamo volute unire per il filo conduttore che le lega e cioè il rapporto stretto che hanno con la natura. Un rapporto che al giorno d’oggi quasi non esiste più.

Quasi non ci sia più tempo da dedicarle…

Sì, non le prestiamo più tempo. Come del resto anche per il paesaggio, sono temi che ormai non si affrontano più neppure in arte. A volte si perde l’idea della poesia che ci sta dietro: le immagini del mare come senso di tormento per esempio. A mio parere, come ho scritto nella presentazione della mostra, le loro opere rimandano ad un richiamo umanistico e mitologico alla dea Diana, un’idea forte di pittura, di un’arte che ancora sente quella poesia. Credo che, mettere sullo stesso piano il lavoro del docente con quello dell’allievo, non possa far altro che incentivare questo tipo di collaborazione e richiamarsi a vicenda su temi che non andrebbero persi.

Tiziana Vanetti, Mario Pratesi e Angela D'Ospina

Passiamo ora ai proprietari dello Studio BONG.

Elisabetta e Lando hanno un grande progetto, ci tengono a sottolineare che il loro si chiama Studio e non Galleria, perché desiderano che quel luogo sia sentito come proprio dagli artisti che vi espongono.

Cosa ne pensate della collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Firenze?

Siamo appassionati d’arte e da sempre a contatto con artisti che ormai sono diventati amici, a giugno del 2016 abbiamo deciso di aprire questo studio dove hanno esposto artisti contemporanei che operavano soprattutto negli anni ’80 quali: Angelo Vadolà, il musicista Peppe Voltarelli, Lorenzo Brinati, Anna Corcione, Massimo Biondi e tanti altri. Il nostro desiderio più grande ora è quello di lasciare spazio ai giovani artisti locali, per conoscerli e farli conoscere. Vorremmo dar loro visibilità e questo progetto, che si protrarrà fino ad ottobre, ci sembra una grande occasione per permettere ad alcuni di loro sono state tantissime le proposte che ci sono arrivate, più di duecento artisti da selezionare- di sperimentare cosa significhi esporsi pubblicamente.

E dopo ottobre?

Dopo ottobre vorremmo che gli studenti, anche senza i professori, ci contattassero per proseguire questa indagine sul contemporaneo fiorentino. Siamo a favore di un’apertura completa, globale e flessibile, il nostro studio permette di esporre gratuitamente e secondo gli orari che preferiscono gli artisti! Solo su un punto siamo fermi: questo spazio esiste solo quando deve esistere, nel senso che abbiamo scelto di puntare sulla qualità piuttosto che sulla quantità e ciò ci rende liberi di non dover esporre per forza.
Desideriamo che sia un luogo in cui si trasmetta bellezza e preferiamo che si lavori insieme, stare da soli non serve a nulla. Vorremmo che si creasse un piccolo network per portare contributi, per restare liberi.

Studio BONG il giorno dell'inaugurazione

E ora, dulcis in fundo, sentiamo le voci delle due protagoniste principali: Tiziana Vanetti e Angela D’Ospina.

Professoressa Vanetti, la sua è un’ arte soprattutto figurativa, che interesse ha lei verso la natura e quindi verso la realtà? Degli artisti che oggi scelgono la figurazione, l’importante storico dell’arte Giulio Carlo Argan direbbe: “ciò che vogliono ad ogni costo salvare è proprio il carattere tradizionale di questa concezione della realtà”. Se anche per lei è così che valore attribuisce alla tradizione?

Per un certo periodo, i temi tradizionali della rappresentazione (tra cui quello della natura), hanno smesso di essere “alla moda”. Ciò è stato un pretesto per iniziare un’indagine sul paesaggio, come ricerca sul valore delle origini e ne sono nate tre serie di dipinti chiamate Wild, Birth e Ghibli.

Wild si caratterizza per la presenza della foresta e del bosco ed è stato un modo per conoscere più in profondità il mio vissuto, la mia infanzia. Io e la mia famiglia avevamo una casa in prossimità della famosa linea Cadorna, lì passavamo le estati e quei boschi li ho sempre visti come coloro che nascondevano e proteggevano le trincee, che partivano dal Piemonte e terminavano al confine tra Italia e Svizzera. Per comprendere ciò che dico, bisogna entrare nell’ottica di una bambina affascinata dal mistero che celava quel bosco ed è proprio da quella fascinazione iniziale che da adulta, è iniziata la ricerca verso l’elemento delle origini. L’ albero è esso stesso simbolo di attaccamento alla terra e ciò non ha fatto altro che rimarcare il discorso.

Con Birth in pratica rappresento la mia nascita. Sono nata a Bengasi e nel ’70, con il passaggio dalla monarchia del re Idris alla dittatura di Gheddafi, insieme ad altri ventimila italiani profughi come noi, siamo stati costretti a lasciare la Libia e tornare in Italia. Racconto queste cose per farti capire come l’elemento della natura, il mare in questo caso, per me rappresenti un’indagine sulle origini, piuttosto che una ricerca estetica.

Stesso discorso vale per Ghibli, serie che prende il nome da un vento libico che arriva fino in Italia diventando scirocco.

Tiziana Vanetti, Wild
Tiziana Vanetti, Wild
Tiziana Vanetti, Wild 5
Tiziana Vanetti, Wild 5
Posso chiederle perché questo interesse verso le origini?

Questa ricerca nasce principalmente da un’esigenza fortemente personale. La malattia dei miei genitori e il distacco che ne sarebbe seguito, sono diventati occasione di ricerca della mia identità, ho approfondito determinati particolari del mio passato, perché sentivo il desiderio e la necessità di fare memoria. Ho fatto loro una sorta di intervista per tenere impressi e non perdere particolari della mia vita, che ho voluto conoscere in quel momento. Un’esigenza molto personale, di cui è difficile dare spiegazioni.

Tiziana Vanetti con una sua opera

E terminiamo con l’ultima intervistata

Ciao Angela, cosa c’è nella natura che ti affascina?

Tutto è iniziato tre anni fa, tramite un progetto gestito completamente dagli studenti dell’Accademia. Eravamo a Carda, un paesino alle pendici del Pratomagno. Avevo sempre dipinto dal vero, ma credo di non aver mai disegnato un albero prima di allora, mai dunque il paesaggio perché dipingere la natura così come la intendeva Aristotele (“La Natura è il regno delle cose che si generano da sole”) mi inquietava. All’inizio infatti è stato molto strano, perché hai una visione estesa delle cose, quando guardi il paesaggio devi fare un po’ un scelta, come le riprese cinematografiche, ci sono delle tensioni, degli equilibri, dei colori che non sono mai fissi. Mentre stai lavorando ad un certo punto tutto cambia e la luce ti sfugge. I primi giorni è stato molto difficile abituarsi a questo, ma ripensandoci è stato grazie a quelle difficoltà iniziali che ho capito come è evoluto il mio lavoro, come si è trasformato. Le scelte che ho preso mentre dipingevo a Carda caratterizzano tutt’ora la mia pittura.

In che senso?

Innanzitutto l’esperienza di stare in un luogo per tanti giorni e respirarlo, cioè viverlo, cambia anche te. Proprio qui c’è la differenza con la fotografia. Io faccio molta fatica a lavorare dalla foto, perché lì l’immagine è già bidimensionale, è già tradotta, ferma. Ho fatto delle fotografie, ma davanti ad esse c’è una condizione che mi da quasi fastidio, c’è una scelta nel scatto che tradotta in pittura mi condiziona troppo. In accademia stiamo davanti al modello, disegniamo dal vero, studi la figura umana, studi la struttura delle ossa…

Puoi spiegare meglio la correlazione che c’è tra le lezioni di anatomia e la tua esperienza a Carda con il paesaggio? Immagino che esercitarti sulla figura umana ti abbia aiutato a guardare, a capire come si muove un corpo nello spazio…

Si, ma non solo la distribuzione nello spazio, anche gli odori, lo stato fisico ed emotivo del modello, alcuni si muovono in continuazione mentre tu sei lì che vorresti che stessero fermi. Tutte le tensioni che un corpo ha nello spazio, ogni piccolo gesto come la postura, ti influenzano e ti accorgi che tutto è unito. Ecco perché è bello dipingere e disegnare dal vero anche se è una cosa che sta sempre più scomparendo, vuoi perché siamo continuamente bombardati da immagini -bellissime non lo nego- ma inevitabilmente ti allontanano dal contatto con la realtà.

Dici così perché quando fotografi, a causa della macchina che media tra te e il soggetto, non sei completamente libera di scegliere?

Sono io a fotografare, ma per me la foto è bella anche se rimane tale. Quando invece dipingo, la pittura mi tira fuori altro e paradossalmente i miei lavori escono in separata sede. C’è un momento in cui devo staccarmi dal guardare quel soggetto, torno in studio e solo lì comincio a dipingere. Questa è una prassi che non ho deciso io, mi è venuta naturalmente quando ero a Carda e stavo tante ore nel bosco dove le api che ronzavano attorno, i cinghiali che passavano, i lupi che cacciavano non mi facevano sentire proprio ben accetta. Accadono tante cose che affascinano e spaventano allo stesso tempo, l’aspetto stesso della paura incide poi sulla pittura. Il momento più propizio per lavorare era la sera, quando piena delle tante cose viste e delle tante emozioni provate, iniziavo a dipingere e in un certo senso quella era già memoria di un vissuto. Penso che lo stato d’animo che si prova al cospetto della natura non possa essere tutto, come invece era per i pittori romantici, che ho tanto amato quando ero più piccola. Mi accorgo sempre di più che non voglio fermarmi ad una visione soggettiva, desidero aprire e far aprire gli occhi su certi aspetti, come quello del tempo per esempio.

Angela D'Ospina, Paesaggio bianco
Angela D'Ospina, Paesaggio bianco
Angela D'Ospina, Inverno (opera con cui Angela ha vinto il concorso in Giappone)
Angela D'Ospina, Inverno (opera con cui Angela ha vinto il concorso in Giappone)
Si può dire quindi che lo stato d’animo per te sia la chiave per entrare in rapporto con la natura, ma il tutto non deve rimanere lì. Da quel sentimento necessario che la natura genera, tu desideri trovare qualcosa di più profondo da donare all’altro?

Esatto: la realtà in se stessa, fine a se stessa e da qui l’oggettivazione della realtà non mi interessa molto. Il punto cardine del mio lavoro è il rapporto che riesco ad instaurare con essa. E’ il rapporto intimo che posso avere con la realtà che mi cambia e che costruisce qualcosa. Questo lo dimostra il fatto che per esempio alcune persone, guardando i miei quadri, mi chiedono se sono stata in Russia o mi dicono che vi rintracciano uno stile giapponese. Ma questi posti io li ho visti da poco, dopo Carda, in Giappone ci sono stata lo scorso anno quando ho vinto un concorso lì. Questo conferma che la gente proietta sui miei dipinti visioni di paesaggi, di ricordi personali anche se non li ha condivisi direttamente con me, lo stato d’animo che racchiude il quadro è perciò capace di generare nell’altro qualcosa di inedito e personale. La libertà alla fine è questo: il prendere uno strumento e cominciare a modellare spazi che appartengono non solo a me, ma a tutti.

Come nascono i tuoi dipinti quando sei in studio?

Mentre lavoro, ci sono momenti in cui ciò che mi guida non sono più io, c’è una parte inconscia che opera. Alcuni processi sono inspiegabili. Non parto mai dalla tela pulita, quando dipingo stratifico la pittura: aggiungo e tolgo e ad un certo punto emerge qualcosa che può ricordarmi un albero ad esempio, com’è successo con Inverno, l’opera del concorso giapponese e da lì si procede. Come dico sempre ai miei amici qui in Accademia “Niente viene da niente”, noi siamo sempre memoria di qualcosa, no?

Angela D'Ospina con una sua opera

Concludendo posso dire che mi colpisce quanto la domanda con cui si è aperta questa intervista multipla, sia stata occasione per il curatore e i proprietari dello Studio BONG di parlare non solo di natura, ma anche di condivisione e collaborazione. Vorrei infine sottolineare un’ulteriore peculiarità che a mio avviso accomuna Tiziana Vanetti e Angela D’Ospina e che apre ad ulteriori interrogativi.

Entrambe, se ci facciamo caso, dipingono secondo memoria, intendendola però in due maniere distinte: la prima come strumento per salvare la propria storia, per conoscerla a fondo e non perderla più, mentre la seconda dipinge a memoria. Infatti, prendendo una pausa dall’osservazione del soggetto e allontanandosi da esso, lascia sedimentare ciò che ha visto e con pazienza attende il momento giusto per spostarsi in studio e far emergere dalla pittura le esperienze vissute.

Sono sempre più convinta del fatto che bisognerebbe trovare il modo di passare parte del proprio tempo con certi artisti, per via del grande compito o meglio “dono” che essi hanno: non lasciarci mai in pace, invogliandoci a sperimentare strade non ancora battute ci spingono a mettere in discussione le nostre convinzioni e a non smettere di osare nella vita di tutti i giorni.