Il corpo come spazio e il corpo nello spazio. Antony Gormley in mostra agli Uffizi

Di recente il complesso degli Uffizi si è popolato di insolite presenze. Lo si può notare già da Piazza della Signoria, dove è visibile una scultura raffigurante un uomo in posizione stante collocata al di sopra della Loggia dei Lanzi. È Event Horizon, opera realizzata per la prima volta nel 2007 da Antony Gormley (Londra 1950) sulla base di una copia del proprio stesso corpo. Ne sono stati realizzati in tutto trentuno esemplari, distribuiti negli anni sui tetti e per le strade di diverse città in tutto il mondo. Oggi uno di loro è appunto sulla terrazza degli Uffizi, e altre due versioni dell’opera hanno preso posto all’interno del museo. Qui sono ospitate fino al prossimo 23 maggio insieme ad altri lavori dell’artista londinese, nell’ambito della personale a lui dedicata: “Essere”. Ciò che Gormley propone è una riflessione sul corpo dell’uomo e sulla sua relazione con lo spazio circostante e con sé stesso.
La mostra si snoda attraverso due distinti filoni tematici. Il primo si apre con la scultura visibile dalla piazza e con la quale si propone di dialogare, ma include altre due opere nella collezione storica volendo stabilire un dialogo anche con essa; in particolare con le sculture classiche della galleria e con la copia romana dell’Ermafrodito dormiente. Dunque, corpo nello spazio, ed in particolare lo spazio del passato, nel quale il contemporaneo si inserisce.

Ma la riflessione si fa più intensa quando è indagato anche il corpo come spazio in sé, e ciò avviene nell’ Aula Magliabechiana, al pianterreno degli Uffizi e posta a conclusione del percorso museale. Qui, nell’ampio e luminoso ambiente, sono collocate altre dodici opere dell’artista attraverso le quali il visitatore è portato a confrontarsi non solo con esse ma anche con il proprio corpo – e i propri limiti. Fra queste, infatti, domina Passage (2006), un tunnel in acciaio della lunghezza di 12 metri la cui sezione riprende la sagoma di un corpo umano. Il visitatore è invitato ad inserirsi all’interno del tunnel e percorrerlo, nel totale buio dell’opera che costituisce in qualche modo quasi una seconda pelle. In questa sala slegata dal peso storico della tradizione, Gormley indaga liberamente ogni aspetto del corpo umano come ambiente a sua volta da vivere e da percorrere. Attraversando la sala ci si trova in un confronto diretto con ognuna delle opere, che ripropongono vari livelli di scomposizione della materia – sempre diversa. Corpo come sintesi di qualcosa che non c’è più, come un lontano ricordo, in Insider II, o come continua trasformazione nell’avvilupparsi di una spirale in filo d’acciaio, in Feeling Material XXXVI. O, ancora, corpo come presenza fisica suggerita all’interno di un cubo di cemento in Sense, e anche corpo come insieme di singole parti in relazione fra loro in Pile. Corpo come Event Horizon, che occupa uno spazio ma che è esso stesso spazio. Da un lato un felice dialogo fra passato e presente, dall’altro la costruzione di un legame con l’osservatore di grande efficacia. Perché, semplicemente, un corpo ce l’abbiamo tutti. E Gormley ci invita a riflettere in modo nuovo su di esso, facendo coincidere la fruizione delle sue opere con un rinnovato incontro con noi stessi.