Antony Gormley: tra corpo e spazio

Un corpo rosso mattone che si staglia contro il cielo. Due gigantesche ali dispiegate che ricordano le pale di un mulino a vento. Questo è quello in cui potreste imbattervi percorrendo le strade di Gateshead, una città della contea di Tyne and Wear, in Inghilterra: una mastodontica scultura dalle fattezze angeliche che raggiunge i 20 metri d’altezza, la cui apertura alare tocca i 54 metri. Situata in una collina sul bordo dell’autostrada, è impossibile non scorgere la sua imponente sagoma. Nata nel 1998, è diventata una delle attrazioni turistiche più importanti di Gateshead, attirando la curiosità di tutto il mondo. Ma cosa si nasconde dietro questo angelo d’acciaio, che con le sue ali leggermente flesse in avanti sembra quasi volerti abbracciare? Per scoprirlo, bisogna prima conoscere il suo creatore.

Antony Gormley

Sir Antony Mark David Gormley (meglio conosciuto come Antony Gormley) nasce nella Londra di metà XX secolo, classe 1950. Figlio di madre tedesca e padre irlandese, dedica buona parte della sua vita allo studio. Durante la sua formazione al Trinity College si interessa a varie materie di studio, tra cui archeologia, antropologia e storia dell’arte. Amplia il suo bagaglio culturale viaggiando, avventurandosi fra India e Sri Lanka, dove approfondisce la sua conoscenza sul buddhismo. Frequenta la Saint Martin’s School e la Goldsmith, prestigiose facoltà d’arte, e conclude i suoi studi alla Slade School of Fine Art a Londra nel 1979.

La sua carriera inizia alla White Chapel Art Gallery, dove nel 1981 viene organizzata una mostra a lui interamente dedicata. Le opere esposte (tra cui BED, END PRODUCT e BETWEEN BLOOD AND EARTH) si concentrano sulle qualità nascoste che stanno alla base dell’oggetto, come la superficie o la struttura interna.  Nel giro di vent’anni, diventa uno degli artisti inglesi più influenti nel panorama britannico, aggiudicandosi nel 1994 il Turner Prize, celebre riconoscimento messo in palio ogni anno dalla Tate Modern per gli artisti emergenti inglesi, che ha suggellato la carriera di grandi nomi come Damien Hirst e Chris Ofili.
Il lavoro di Gormley ha come protagonista il corpo umano inteso come entità fisica, e indaga sul delicato e intimo rapporto fra esso e lo spazio che lo circonda. Spesso, l’artista utilizza il calco del suo stesso corpo come base per le sue opere, nel tentativo di materializzare il luogo al di là dell’apparenza dove ognuno di noi vive.

Antony Gormley, Domain Field, 2003, Gateshead [Foto da http://www.antonygormley.com]

Avvalendosi dei materiali più diversi, Gormley porta avanti la sua estetica in varie direzioni. Da una parte, abbiamo opere come Domain Field (2003) e Another Singularity (2008-2009). La prima, un’installazione di sculture in barre d’acciaio dalle sembianze umane disposte in una stanza dove la gente è invitata a passeggiare, riflette sull’energia emanata delle singole figure grazie al movimento di chi le passa accanto. La seconda, una gigantesca ragnatela antropomorfa di poliedri in ferro, è collegata direttamente all’architettura che la ospita, e diventa un tutt’uno con essa.

Antony Gormley, Another Singularity, 2008/2009 [Foto da http://www.antonygormley.com]

L’artista porta a ragionare sull’individuo, sulla forza che riesce a sprigionare e da come l’attinga proprio da ciò che gli sta attorno.

Antony Gormley, Another Place, 1997, Crosby Beach, Liverpool [Foto da http://www.antonygormley.com]

Altre sue opere interagiscono direttamente con la natura. È il caso di Another Place (1997): un’installazione composta da cento figure umane in ghisa modellate sul corpo dell’artista eretta sulla costa di Corbsy, Livepool. Le sculture sono disposte sia sulla spiaggia che in acqua, ognuna col petto più o meno gonfio a rappresentare un diverso momento di relax o tensione. In balia dei moti della marea, esse vengono inghiottite o svelate dall’acqua, vittime di un cambiamento perpetuo che non si può fermare.

Anche l’architettura gioca un ruolo importante nella sua ricerca.

Room, 2014, Londra [Foto da da http://www.antonygormley.com]

Room (2014) è letteralmente una stanza costruita dentro il corpo di una grande scultura composta da cubi (forma geometrica da lui spesso utilizzata dal 2012 in poi) in legno. La stanza è completamente vuota, fatta eccezione per un semplice letto dalle lenzuola bianche. Sopra di esso, una finestra si apre sul cielo. È un ambiente suggestivo, intimo pur essendo inserito in un contesto cittadino, confortevole a discapito della struttura interna tutta nicchie e sporgenze. L’obbiettivo di Gormley è creare un duplice sentimento di appartenenza in chi si addentra in questa stanza, facendolo sentire in un luogo sicuro senza allontanarlo totalmente dal mondo esterno, trasmettendogli pace e tranquillità.

Le opere di Antony Gormley sono velate di un’intima poesia, che si cela dietro l’utilizzo di materiali artificiali. L’opera con cui abbiamo aperto l’articolo ne è l’esempio lampante. Angel of the North è stata commissionata nel 1994, ma vede la luce solo dopo quattro anni di lavorazione. Il suo aspetto austero nasconde l’intenzione di rappresentare un simbolo di speranza per tutti coloro che sono rimasti incastrati in quel momento di transizione fra l’era industriale e quella digitale. Costruito sopra una miniera dove i lavoratori hanno faticato per tre secoli, vuole essere un memento per il tempo che è andato e che ha lasciato tutta la popolazione del nordeast britannico spaesata, vittima di forti cambiamenti. È un emblema di sicurezza, con le sue duecento tonnellate di acciaio CORTEN che resistono a qualsiasi intemperia: vento, sole, pioggia, passare del tempo.

Un po’ come ciò che sta in fondo alle opere di Gormley: un eterno riverbero di introspezione destinato a non svanire mai, in una continua ricerca delle verità intessuto fra l’essere umano e lo spazio che lo circonda.

Antony Gormley, Angel of the north, 1998 Gateshead