Antonio Ligabue. L’uomo, il pittore

Da alcuni considerato matto, da altri un genio assoluto della pittura del Novecento, Antonio Ligabue fu sicuramente una delle figure più affascinanti e controverse del secolo scorso nel panorama artistico italiano. Sempre consapevole del suo talento e della qualità della propria opera, egli riuscì a resistere alle numerose critiche che gli furono rivolte, ma soprattutto riuscì a superare tutte le sfide che la vita gli pose davanti, trovando, fin da bambino, proprio nell’arte (sottoforma di disegno, pittura e scultura) un mezzo di salvezza e liberazione prima e poi uno strumento di riscatto, attraverso il quale arrivare al successo.

Ligabue è una di quelle personalità in cui l’arte e la vita (sia biografica che psicologica) non possono essere in alcun modo scisse, perché per tutta la sua esistenza si sono alimentate e sorrette a vicenda. Se da una parte l’arte gli ha permesso di affrontare e superare le avversità dando un senso alla sua vita, quest’ultima si riflette continuamente nelle opere di questo artista, che con la sua eccezionale memoria fotografica, ha costantemente riprodotto ciò che vedeva e viveva, sempre attraverso il filtro della sua creatività e “follia”. Nei suoi dipinti, infatti, raramente troviamo un resoconto di episodi della sua biografia resi in modo puntuale, ma piuttosto una manifestazione della sua complessa interiorità, espressa sottoforma di immagini. La sua esistenza è quindi fondamentale per comprendere la sua produzione artistica, che come la sua vita, si è continuamente evoluta fino alla morte, sopraggiunta nel 1965. Nacque in Svizzera nel 1899 da Elisabetta Costa e padre ignoto, anche se venne immediatamente riconosciuto dal compagno della donna, Bonfiglio Laccabue, originario di Gualtieri, comune della bassa reggiana. A nove mesi però venne dato in adozione ad una famiglia svizzero-tedesca, presso la quale sviluppò un legame particolare con la madre adottiva, alternando momenti di attaccamento morboso ad istanti di violenza e allontanamento. Fin da bambino considerato “duro di comprendonio”, visse un’infanzia segnata dalla solitudine e dal distacco dalle persone, trovando rifugio nel disegno e negli animali, suoi compagni inseparabili. Nel 1917 venne internato per la prima volta in una struttura psichiatrica a San Gallo e in seguito, una volta dimesso, iniziò a vagabondare per le campagne svizzere, visitando anche di tanto in tanto musei di arte contemporanea e storia naturale. Il 1919 segnò una frattura insanabile nella sua esistenza, allontanandolo per sempre dalla sua amata Svizzera: in seguito ad una denuncia della madre per turbolenza viene espulso e trasferito forzatamente a Gualtieri, terra a lui totalmente ignota. Costretto a vivere per parecchi anni in condizione di assoluta miseria lungo le rive del Po, svolgendo lavori saltuari, dipingendo e scolpendo, nel 1928 incontrò Marino Mazzacurati, al quale si presentò come “pittore di animali”. Da tale incontro nacque un sodalizio artistico che durò diversi anni e grazie al quale Ligabue apprese gli strumenti tecnici per sviluppare uno stile autonomo dalle caratteristiche uniche, che si evolsero durante la sua esistenza, da uno stile più incerto, caratterizzato da contorni sfumati e colori più diluiti, ad uno stile più personale, fatto di materia corposa, spessi contorni neri e colori brillanti. Nonostante la sofferenza psichica, che tra gli anni 30 e 40 lo portò ad essere internato per tre volte al San Lazzaro di Reggio Emilia con diagnosi di psicosi maniaco-depressiva e disturbo bipolare, egli riuscì a trasformare il suo talento artistico, nonché strumento catartico per le angosce e i rovelli interiori, in un mezzo di rivalsa e riscatto che lo portò al successo, consacrato nel 1961, pochi anni prima del decesso, da una grande mostra personale tenutasi alla Barcaccia di Roma. A questo artista complesso e sicuramente rilevante nel panorama italiano Padova dedica un’importante mostra, apertasi il 22 settembre presso i Musei Civici degli Eremitani e che si concluderà il 17 febbraio dell’anno prossimo. Oltre settanta dipinti insieme a disegni, sculture e opere inedite provenienti da diverse collezioni cittadine per celebrare un artista, molte volte definito scorrettamente “naif”, ma dal carattere invece “espressionista”, talvolta paragonato ad artisti come Van Gogh e il Doganiere Rousseau, dei quali invece lui non aveva alcuna conoscenza. Piuttosto che seguire un andamento cronologico basato sulla sua biografia, la mostra si articola invece per spazi tematici, dedicati ognuno ai soggetti più frequentemente affrontati dall’artista: l’autoritratto, gli animali, (sia in qualità di animali domestici sia come fiere) e infine i paesaggi agresti.

L’autoritratto

Sicuramente uno dei soggetti più diffusi nel catalogo di Ligabue che, a partire dagli anni 40, ne realizza oltre 123. Come per Van Gogh l’autoritratto è sia uno strumento per far evolvere il proprio stile, ma soprattutto un mezzo per compiere un’indagine su sé stessi e nella propria interiorità, come una sorta di specchio della sua antropologia e della sua vicenda umana (una sorta di “biografia per immagini”). A differenza di Van Gogh però, i cui autoritratti esprimono un forte carattere tragico e drammatico, una sorta di rifiuto della vita, gli autoritratti di Ligabue sono piuttosto un inno alla vita e al carattere resiliente dell’artista, attraverso i quali l’artista crea un’immagine iconica di sé stesso, circondato sempre da elementi naturali dai colori brillanti. Ecco quindi che vengono enfatizzate le sue caratteristiche fisionomiche più marcate, il gozzo, gli occhi molto grandi e sporgenti, le orecchie a sventola e il naso adunco. L’artista è quasi sempre posto di tre quarti, il volto domina la rappresentazione quasi ad escludere il paesaggio, retrostante ma immancabile; il tutto cesellato dalla presenza di un animale piccolo e fiero, quale una mosca o una farfalla, piuttosto che un corvo. Due autoritratti, scelti per aprire la mostra, esulano da questa tendenza e acquisiscono un inedito carattere narrativo, con specifici riferimenti alla sua vita. Il primo, Ligabue arrestato , realizzato nel 1955, ritrae il momento forse più drammatico della sua vita, accaduto quasi quarant’anni prima: Ligabue ritrae sé stesso durante il trasferimento a Gualtieri, scortato dalla polizia all’interno di una carrozza, piccolissimo e con gli occhi sbarrati per la paura dell’ignoto, ma allo stesso tempo carichi di tristezza e nostalgia verso la sua amata Svizzera: è il ritratto della sconfitta. Il secondo, Autoritratto con moto, cavalletto e paesaggio , del 1953-54, è caratterizzato invece da tutt’altra atmosfera: il pittore si rappresenta a figura intera, gli occhi allegri, vestito di tutto punto, mentre sta dipingendo e affiancato dalla sua moto rossa, l’oggetto del desiderio finalmente acquisito. Il tutto è immerso nel paesaggio della Bassa Padana, con la quale ormai ha stretto un forte legame, pur non dimenticando la Svizzera, qui presente nel campanile che emerge sullo sfondo: è il ritratto del riscatto e del successo.

Gli animali

Per tutta la sua vita Ligabue ha visto negli animali la sua famiglia, il luogo in cui trovare rifugio dalla derisione delle persone che non riuscivano ad andare oltre la sua malattia, fisica e mentale. In essi egli si immedesima, in quando anche lui si percepisce come animale ferito e randagio, privato della sua casa e scaraventato altrove. Lo sguardo che vediamo nei suoi autoritratti risulta quindi lo stesso negli animali, venato di nostalgia, malinconia e sofferenza, anche nelle scene più violente. Fin da adolescente studia gli animali in maniera ossessiva, sia osservandoli dal vero, sia attraverso i numerosi libri ricchi di illustrazioni, fino addirittura ad arrivare ad imitarne i gesti e versi. La sua conoscenza degli animali è totale e ciò si riversa nella rappresentazione che di loro da sulla tela, una riproduzione sempre curata nei minimi dettagli, anche se mai totalmente realistica perché, anche in questo caso, resa attraverso il suo filtro personale. Due le tipologie di animali che ritrae: da una parte troviamo gli animali domestici, docili come i cani, i gatti, i conigli oppure più violenti come nella rappresentazione dei combattimenti tra galli, dall’altra le fiere, gli animali esotici visti sui libri e che tanto lo affascinavano, riprodotti nel loro ambiente naturale durante scene di lotta e agguati. Ecco quindi le tigri maestose, che sembrano balzare fuori dalla tela, i leopardi che inseguono le gazzelle o soccombono alla stretta dei boa constrictor.

Il paesaggio agreste

Il paesaggio è in realtà sempre presente o quasi nei suoi dipinti, ma diventa protagonista vero e proprio quando Ligabue si dedica alla rappresentazione delle scene agresti o di particolari soggetti come le diligenze e il postiglione, soggetti fortemente legati ai ricordi della sua infanzia. Anche il paesaggio è fissato sulla tela con grande minuzia e attenzione per il particolare, colto in ogni sua sfaccettatura. Inoltre anche esso rispecchia moltissimo la sua vita e i suoi ricordi e, cosi come la sua biografia, segnata da due momenti ben individuabili, si divide nei dipinti in due parti ben distinte, il suo passato e il suo presente: la parte superiore dell’opera, quindi lo sfondo, è costantemente costellata di elementi svizzeri, quali i castelli, le foreste di conifere, le case gotiche col tetto a spiovente, le alpi; mentre la parte inferiore rispecchia la graduale assimilazione (spirituale oltre che estetica) del paesaggio padano, caratterizzato da colori più caldi e dalla tipica vegetazione del nostro paese. Al centro di questa suddivisione Ligabue colloca il lavoro dell’uomo, dei braccianti o degli animali, che sicuramente tante volte aveva visto nel suo vagabondare durante l’infanzia in Svizzera e che poi ha ritrovato anche in Italia. L’atmosfera in questo caso è distesa, quasi idilliaca, come se volesse ritrarre un locus amoenus, in cui ritrovare quella pace e quella serenità tanto ricercate.

Una mostra ricca, che tenta di presentare in ogni suo aspetto un artista per certi versi ancora sconosciuto per la sua complessità umana, oltre che artistica, che fece dell’arte il proprio scopo nella vita. Il pittore espressionista tedesco E. L. Kirchner una volta disse “se si potesse trasformare completamente la sofferenza in creatività, si schiuderebbero nuove, incredibili possibilità”. Ebbene Ligabue ha trasformato il proprio dolore in arte.