Albero o albero

L’origine ed il significato dell’albero di Natale si perdono nella Notte dei Tempi. L’abete, albero sacro al potente Odino, all’egizio dio Biblo e alla vergine Artemide,  decorato dai Celti durante il solstizio d’inverno e dai Romani alle Calende di Gennaio, venne dapprima sostituito agli albori della cristianità con le spine e le bacche rosso sangue dell’agrifoglio, poi saggiamente reintegrato nella tradizione Medievale come prefigurazione della rivelazione cristiana. Dal Dopoguerra ad oggi, l’Albero di Natale ha acquisito una dimensione commerciale e consumistica senza precedenti: propulsore fondamentale dell’industria dell’addobbo natalizio, è cantato in una spropositata quantità di canzoni, croce e delizia delle famiglie in tutto il mondo. Una potenza simbolica di tale portata non poteva certamente passare inosservata agli occhi dell’arte Contemporanea, che ha instaurato un dialogo ormai consolidato e proficuo, offrendoci risultati più o meno scandalosi ad ogni inverno. Risale al Dicembre 2011 la raccolta firme per la rimozione della struttura di Les Nuits Electrabel composta di cubi luminosi dalla piazza principale di Bruxelles: realizzata in acciaio, rivestito in legno e illuminato da flash di ghirlande, luci e proiezioni video, si presentò come occasione «per guardare da un punto di vista diverso un simbolo di sempre», scatenando aspre polemiche sul fronte interculturale, oltre che su quello del buongusto.

In occasione della mostra FIAC “Hors les murs” del 2014, ecco erigersi nella parigina Place Vendôme un gonfiabile verde di 24 metri firmato Paul McCarthy. Anche se ufficialmente descritto come un albero di Natale “goliardico”, è stato ampiamente criticato per la sua somiglianza nell’aspetto a un enorme tappo verde, sui cui usi rimandiamo ad altra letteratura. La polemica sulla scultura portò McCarthy ad essere aggredito e la scultura venne vandalizzata solo due giorni dopo la sua installazione; nonostante ciò, l’attenzione prestata alla scultura portò a un boom di vendite di veri tappi a Parigi.

Le opere dissacranti certo non finirebbero qui, ma per non restare con il panettone di traverso lasciamoci cullare dalla felice tradizione inaugurata nel 1988 dalla Tate Britain, che ogni anno chiede ad un illustre rappresentante delle sue esposizioni contemporanee di decorare un albero di Natale. Nel 1993 l’iraniana Shirazeh Houshiary decise di concentrarsi sulle qualità biologiche e naturali dell’albero stesso, presentandolo capovolto e appeso al soffitto, a radici scoperte. Consistenza, colore, odore, forma, questo resta del simbolo spogliato di ogni orpello e sovrastruttura “poiché le radici rimangono nascoste, è meglio cercare ciò che è nascosto piuttosto che ciò che è apparente”. Le radici, libere dai vincoli terreni, erano coperte di foglia d’oro, per valorizzare la preziosità di ciò che pur essendo relegato sotto una superficie, è fondamento imprescindibile per la crescita e lo sviluppo di qualsiasi forma di vita. Il primo albero fu quello dell’inglesissimo Bill Woodrow, nel 1988. Scultore emerso sulla scena internazionale sul finire degli anni 70, si contentò dapprima su materiali provenenti da discariche, rottami trovati nei cantieri, poi grandi beni di consumo come frigoriferi e frigoriferi; coerentemente con questo approccio ambientalista, presentò un albero eco friendly decorato con sculture in cartone di mappe e un globo gigante.

Dalla fine degli anni 80 sono cambiate molte cose: la progettazione dell’albero di Natale della Tate è diventata un appuntamento emblematico, come vetrina dell’arte Contemporanea in costante aggiornamento. Per chi non fosse ancora sedotto dalla versatilità del magico Abete ma preferisse lasciare addobbi, puntali e lucine in cantina, per imbracciare gli sci e lanciarsi sulla neve, segnalo la mostra Andy Warhol Superstar che fino al prossimo 22 aprile rimarrà aperta al Museo d’Arte Moderna di Cortina.