AL DI LA’ DELLA PITTURA E DELLA SCULURA: la poetica spazialista di Fontana in mostra a Milano

Quando si parla di Lucio Fontana, il più delle volte, il collegamento immediato è ai suoi tagli e ai suoi buchi nella tela, a quell’atto di trasgressione che diviene reale sfondamento della superificie che lo assorbe in sè, come una ferita.

“Io buco; passa l’infinito di lì, passa la luce, non c’è bisogno di dipingere. Invece tutti hanno pensato che io volessi distruggere: ma non è vero, io ho costruito, non distrutto.”

 Eppure, è indubbio e forse poco conosciuto, il suo ruolo anticipatore nelle ricerche caratterizzate dal superamento della normale concezione dell’opera tridimensionale per arrivare alla cosìdetta poetica spazialista. Ed ecco che, per la prima volta dopo la sua scomparsa, l’Hangar Bicocca di Milano riporta in vita gli Ambienti Spaziali di Lucio Fontana nella mostra Ambienti/Environments”, inagurata il 21 settembre 2017 e visitabile fino al 25 febbraio 2018, a cura di Marina Pugliese, Barbara Ferriani e Vicente Todolí e organizzata in collaborazione con Fondazione Lucio Fontana. Sono presentate al pubblico dieci installazioni ambientali realizzate dall’artista, che in passato venivano distrutte dopo la loro esposizione e assumevano quindi un carattere effimero e che oggi sono state ricostruite, in occasione della mostra, attraverso accurate ricerche d’archivio.
Quando ne sono venuta a conoscenza non ho potuto resistere e mi sono immediatamente catapultata nei suoi magici e surreali spazi, microcosmi avvolgenti che ospitano lo spettatore in un’atmosfera quasi surreale ed intima che si trasforma in un viaggio, in un viaggio di evasione, dall’esterno all’interno.

Ma prima, conosciamo un po’ l’artista:

Lucio Fontana nasce a Rosario, in Argentina, nel 1899 e già poco più che ventenne comincia la sua attività artistica lavorando nell’officina del padre. Legato inizialmente alle poetiche informali, ma da sempre con una posizione di transizione, si interessa sempre di più ad un linguaggio concreto, a contatto con la materia. Il suo Manifesto Blanco, oggi considerato il testo teorico e il punto di inizio dello Spazialismo, lo persuade a superare quella soglia della superificie della tela e ad avventurarsi nello spazio, investigando più di tutti i concetti di materia, spazio, luce e vuoto utilizzando con teorica lucidità i materiali più diversi per estendere i confini dell’arte.

“Per questo chiediamo a tutti gli uomini di scienza del mondo, i quali sanno che l’arte è una necessità vitale della specie, che orientino una parte delle loro investigazioni verso la scoperta di questa sostanza luminosa e malleabile e di strumenti che producano suoni che permettano lo sviluppo dell’arte tetradimensionale.”

– Tratto dal Manifesto Blanco, 1946, Buenos Aires.

Fin dagli anni ’30, quindi, Fontana ha dedicato le sue ricerche verso tematiche che avrebbero dato vita allo spazialismo (fondato proprio da lui in Italia nel 1947) e realizzando anche opere concepite all’interno di architetture esistenti in collaborazione con architetti molto importanti. Anche se, è bene ricordare come l’arte ambientale e spaziale ha dei punti di partenza importanti già dalle prime avanguardie, in particolar modo dal futurismo, nel quale Boccioni, nel suo manifesto della scultura futurista del 1912, affermerà come non vi possa essere rinnovamento se non attraverso la scultura d’ambiente venendo quindi ad ipotizzarsi una dialettica relazionale tra l’opera d’arte e l’ambiente che la circonda, fino ad arrivare agli interventi spettacolari in territori naturali della land art.

Ma torniamo alla Mostra:

La mostra riunisce per la prima volta due interventi ambientali e nove ambienti spazali realizzati dal 1949 fino all’anno della sua scomparsa nel 1968 e disposti in ordine cronologico.
Tra i vari ambienti presenti vediamo anche il suo primo ambiente “Ambiente spaziale con forme spaziali ed illuminazione a luce nera” del 1949 esposto alla galleria il Naviglio di Milano, che si mostra come una sala dipinta di nero e con sospese nel vuoto delle forme astratte organiche colorate, emergenti dal buio come presenze fluorescenti grazie alla luce di Wood.

“E’ stato il primo tentativo di liberarsi di una forma plastica statica – l’importante era non fare la solita mostra di quadri e sculture ed entrare nella polemica spaziale”.

Dopo questo primo ambiente, Fontana ha continuato a sviluppare questa tipologia proseguendo con la sperimentazione utilizzando il vuoto e la luce come mezzi per generare spazi introducendo tecniche e materiali innovativi come il neon o la vernice fluorescente. Tutti gli ambienti spaziali presenti riflettono i temi più cari alla poetica di Fontana come lo sfalsamento percettivo fisico e visivo dello spazio e soprattutto la costruzione di corridoi e spazi labirintici.

Sensazioni:

Visitare la mostra è un’esperienza sensoriale che ti travolge, ti senti completamente spaesato, isolato con te stesso; potrei definirlo un trauma positivo, una provocazione psicologica, grazie alla maestria di Fontana che riesce a trasformare radicalmente la percezione dello spazio architettonico esistente. Un superamento determinato da un profondo spostamento di attenzione verso la dimensione dello spazio ambientale. Sono ambienti praticabili e percorribili che alle volte ti costringono a posizioni scomode per poterli visitare, altre volte invece caratterizati da superfici calpestabili morbide, determinando un disorientamento percettivo e sensoriale, che da neutri diventano sempre più ricchi di pathos. La musica di sottofondo inoltre contribuisce ad aumentare questo senso di irrequietezza e di squilibrio  che ti accompagna per tutta la durata della visita.

Fontana quindi gioca con noi, gioca a farci percorrere questi universi, questi mondi labirintici in cui perdersi, in cui le coordinate spaziali saltano, in un’immersione temporanea in uno spazio “altro” attraverso un’esperienza estetica e allo stesso tempo spirituale e sensoriale. Infondo, come dice lo stesso Germano Celant: “L’arte crea uno spazio ambientale nella stessa misura in cui l’ambiente crea l’arte.”